IL DIRITTO DEI PARCHI NAZIONALI
Archivio sistematico dei provvedimenti a carattere generale dei Parchi nazionali



Parco Nazionale Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna – Appennino Parco d’Europa: esame del programma elaborato per l’Appennino Centro Settentrionale e iniziative conseguenti.
(Deliberazione del Consiglio Direttivo n. 19 del 13 febbraio 2001)



IL CONSIGLIO DIRETTIVO


CONSIDERATO che la Commissione Tecnica nominata dal CIPE ha redatto nel marzo del 2000 il Programma d’Azione del Progetto Appennino Parco d’Europa (A.P.E.);

RILEVATO che in tale Programma d'Azione è prevista in una prima fase la promozione di A.P.E. attraverso progetti pilota che riguardino aree territorialmente omogenee;

DATO ATTO che questo Ente ha a tal fine promosso una attività programmatica coinvolgente l'area del Crinale appenninico compreso tra il Mugello (Fi) e il Montefeltro (PU) ed amministrativamente interessante le province di Firenze, Arezzo, Forlì, Cesena, Pesaro, Urbino nonché le Comunità Montane del Mugello, delle Montagne Fiorentine, del Casentino, dell'Appennino Cesenate, dell'Appennino Forlivese, dell'Acquacheta, della Valtiberina Toscana, dell'Alta Val Marecchia, del Montefeltro oltre al Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna e al parco Naturale del Sasso Simone e Simoncello;

DATO ATTO che tale attività ha portato alla redazione di un programma per l'attuazione locale del progetto A.P.E. denominato “La spina verde dell'Appennino Centro Settentrionale", allegato al presente atto per farne parte integrante e sostanziale, all. A;

RITENUTO opportuno formalizzare l'impegno ed il ruolo degli enti coinvolti nell'attività programmatica attraverso la sottoscrizione di uno specifico documento di intenti, allegato al presente atto, per farne parte integrante e sostanziale, all .B;

SPECIFICATO che la sottoscrizione di tale documento non comporta specifici impegni di spesa a carico di questo Ente e che l'attuazione delle azioni previste nel documento progettuale è subordinata alla effettiva attivazione del progetto A.P.E. da parte dei competenti organismi ministeriali;

VISTO il parere favorevole del Direttore dell'Ente Parco, in ordine alla legittimità, allegato al presente atto per farne parte integrante e sostanziale, all. C;

Con votazione unanime palesemente espressa

DELIBERA

1 di approvare il documento di intenti, allegato al presente atto per farne integrante e sostanziale all. B;

2 di dare mandato al Presidente per la sua sottoscrizione;

3 di prendere atto del parere favorevole in ordine alla legittimità, espresso dal Direttore dell'Ente Parco e allegato al presente atto per farne parte integrante e sostanziale, allegato C.


PROGETTO APE

APPENNINO PARCO D'EUROPA

LA SPINA VERDE
DELL'APPENNINO CENTRO-SETTENTRIONALE
PROGRAMMA DI AZIONE LOCALE PER LA TOSCANA, LA ROMAGNA E IL MONTEFELTRO STORICO



La missione di APE


Lanciato dal Ministero dell'Ambiente e sostenuto da una estesa ed articolata platea di soggetti istituzionali, culturali e sociali, il Progetto APE rappresenta oggi una chance tra le più rilevanti per dare concretezza ad una strategia di sviluppo sostenibile della montagna appenninica.

Ad APE sono affidati obiettivi quanto mai rilevanti ed impegnativi per una rivalorizzazione delle aree interne della nostra penisola, segnata da un ciclo più che secolare di declino demografico, economico e sociale, ma oggi candidata a nuovi ruoli dalla rinnovata attenzione che la comunità nazionale ed europea presta ai valori naturali e culturali, la cui stratificazione e il cui intreccio è così ricco ed articolato nel territorio dell'Appennino.

Tra i suoi meriti il progetto APE ha anche quello di aver suscitato e promosso una capacità di mobilitazione e di autorappresentazione dei sistemi locali proponendo una inedita rete di cooperazione che, attraverso l'accordo tra l'Unione delle Province, l'Uncem e Federparchi vede impegnati parchi e comunità a concertare e a disegnare "dal basso" un sentiero di sviluppo efficace e duraturo.
Questo processo di autorganizzazione ha il proprio cardine nella conservazione delle risorse naturali, nella ricostruzione della loro continuità e funzionalità, nella valorizzazione della loro immagine sociale e del loro ruolo economico in una triangolazione stretta e costante con i valori della storia e della cultura, valori che l'Appennino presenta con eccezionale intensità tanto nella stratificazione materiale dei beni e delle strutture, quanto nel deposito delle culture e delle tradizioni nella memoria collettiva e nel suo immaginario.

Questa strategia, ad un tempo centrata sulla ecologia dei paesaggi naturali ed antropici e riconoscibile nei suoi contenuti di rivitalizzazione del paesaggio sociale della montagna, deve trovare i suoi strumenti di traduzione e concretizzazione in programmi e schemi di azione capaci di costruire valore attorno alla capacità di autocandidatura a proposta dei sistemi locali.

Programmi e schemi di azione che, anche oltre la dimensione sperimentale del progetto pilota, sappiano consolidare accordi e progetti di sistemi locali in una prospettiva ad un tempo lungimirante e realistica, capace di costruire strategie durevoli e di cogliere le opportunità programmatiche e finanziarie quando esse si mostrano.

Protagonisti, quindi, di questa azione debbono essere reti locali di Parchi e Comunità, reti capaci di configurare sistemi di offerta ambientale e di accoglienza sufficientemente estesi e complessi da possedere una masso critica capace di imporsi alla attenzione dei decisori istituzionali regionali, nazionali e comunitari (ma sempre più spesso anche alla attenzione del mercato, nella veste dei fruitori e degli sponsor), al tempo stesso questi sistemi devono essere sufficientemente integrati e coesi da poter identificare un sistema di azioni progettuali (materiali e immateriali) percepibili in modo unitario nella loro complementarietà ed integrazione ed organizzabili attraverso un percorso di cooperazione istituzionale efficace e duraturo.


I sistemi locali dell'Appennino Tosco-Romagnolo


La montagna tra la Toscana, la Romagna ed il Montefeltro ha nella propria storia le ragioni di una continuità delle relazioni e del tessuto sociale che solo l'evoluzione novecentesca delle istituzioni economiche e di quelle politico-amministrative ha sottoposto a tensioni e lacerazioni.

Questa continuità ha però trovato nella istituzione di aree protette quali il Parco regionale di Sasso Simone ed il sistema di area protetta della Provincia di Arezzo, delle Foreste Casentinesi, del Monte Falterona e di Campigna, nuove occasioni per consentire alle comunità locali (di qua e di là dal crinale) di proporsi come sistema unitario, capace di progettare il proprio destino contrapponendo alle spinte alla disgregazione del tessuto sociale e allo svuotamento dello spazio rurale appenninico le ragioni di un ruolo territoriale rinnovato e riconoscibile.

Il Parco Nazionale, per dimensioni, iniziativa e peso, rappresenta il cuore di questo sistema che ad un primo livello è definito dal rapporto tra le polarità ambientali che il Parco organizza nella propria strategia di conservazione e offerta alla fruizione e le comunità che attorno a questa polarità offrono accoglienza, ospitando le culture e i soggetti della manutenzione territoriale.

Ad un secondo livello di risoluzione, il sistema locale è definito dalla rete che si stabilisce tra tutte le diverse polarità ambientali interne al parco ed esterne ad esso e le Comunità che attorno ad esse operano; polarità già organizzate nella forma di aree protette o invece anche solo segnalate come aree di valore dalle politiche comunitarie e nazionali (i SIC e i SIR e le ZPS) o anche dalle politiche di tutela e valorizzazione della pianificazione locale; comunità intrecciate da relazioni funzionali, sociali ed economiche. Tutto questo muovendosi in una logica di accrescimento del sistema secondo un principio di utilità, alla ricerca di partners (nei parchi e nelle comunità) capaci di amplificare la visibilità del progetto, di aumentarne il significato con la inclusione di nuovi valori, di migliorarne la diplomazia.

Tutto questo muovendosi in una logica di crescita incrementale del sistema secondo un principio di utilità, alla ricerca di partners (nei parchi e nelle comunità) capaci di amplificare la visibilità del progetto, di aumentarne il significato con la inclusione di nuovi valori, di migliorarne la diplomazia.

Per la montagna della Toscana, Romagna e del Montefeltro, per il suo cuore ambientale rappresentato dal Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, attestate le proprie dimensioni iniziali al livello delle aree protette e dei biotopi che partecipano allo stesso contesto territoriale ed ambientale del crinale dall'Alta Valle del Senio sino ad ovest della E45, le direttrici da esplorare per approdare ad una più complessa ed articolata dimensione del sistema territoriale sono essenzialmente rappresentate dall'ambiente del Comero-Fumaiolo e dal più complesso ed affascinante sistema storico-culturale rappresentato dalla regione del Montefeltro storico, la cui più evidente polarità ambientale è rappresentata dal Parco Regionale marchigiano del Sasso Simone e Simoncello e dalla adiacente omonima riserva naturale toscana, ed infine dalle propaggini di nord-ovest rappresentate dalla dorsale appenninica del Mugello e dalla foresta di Vallombrosa.
La necessità di includere nell'area di intervento la zona di Vallombrosa, non fosse altro che per i legami storici che esistono tra la sua Abbazia e le altre emergenze monastiche del territorio, è ulteriormente confermata dalla valenza ambientale delle praterie del Pratomagno, incluse in un Sito di Interesse Comunitario ed esempio di prateria culminale a nardo di estremo interesse naturalistico. Azioni di conservazione di queste praterie sono comprese nelle azioni previste nel presente programma. La relativa eccentricità dell'area del Pratomagno rispetto alla direttrice di crinale che ispira l'individuazione dell'area di intervento è comunque compensata, oltre da quanto detto, anche dalla considerazione che le praterie ricadono in territorio casentinese, e presentano quindi solidi legami culturali e tradizionali con le altre aree nelle quali si prevede di intervenire.

L'estensione del sistema, che potrà avvenire in un quadro di maggior consolidamento del nucleo iniziale della proposta (sia nella sua dimensione tematica che in quella territoriale) e in un contesto di maggior definizione del quadro programmatico nazionale entro cui ci si trova ad operare, potrebbe avere una triplice valenza:
- quella di affrontare (e di ricucire, almeno in parte) una delle maggiori rotture nella continuità della rete ecologica dell'Appennino settentrionale (rottura che è rappresentata dal corridoio infrastrutturale della E-45);
- quella di potenziare, significativamente, la dimensione culturale del progetto chiamando in causa una delle regioni storiche (il Montefeltro) di maggiore visibilità ed attenzione nello scenario dell’offerta culturale nazionale;
- quella di riproporre le ragioni di un accordo istituzionale tra le montagne delle province di Forlì-Cesena, Arezzo e Pesaro che hanno già sperimentato nel Patto Territoriale per l'Appennino l'occasione di un confronto proficuo e di una azione programmatrice efficace.

Per altro verso il sistema territoriale che si verrebbe cosi configurando e che proporrebbe di sé una immagine di indubbio spessore e significato nazionale, restituirebbe visibilità e centralità al nodo montano di quel fascio di connessioni e legami storici che connetteva Roma alla Romania attraverso l'Alta Valle del Tevere e, più recentemente, la Romagna Toscana alla sua capitale granducale attraverso l'Alta Valle dell'Arno (e il Mugello).


I caratteri ambientali e socio economici

Il quadro ambientale e socio-economico dei territori dell’Appennino Tosco-Romagnolo, pur all'interno di considerevoli differenze locali, è costituito da alcuni elementi comuni rappresentati da un lato da ambienti ad alta o discreta naturalità, e dall'altro da processi di spopolamento o di marcato invecchiamento, fino a raggiungere in alcuni casi quello che il rapporto redatto recentemente dal Cresme, per conto di Legambiente e Confcommercio, chiama “comuni a rischio di estinzione”.
Gli elementi di carattere territoriale e socio-economico comuni, che possono essere la base da cui partire per delineare gli obiettivi strategici e quindi le possibili azioni, sono:
1. Una assoluta predominanza, in termini ambientali, di ecosistemi la cui struttura è il risultato dell'interessarsi di dinamiche naturali e attività produttive dell'uomo, in particolare a fini di produzione agricola e forestale; di fatto del tutto marginali sono gli ecosistemi che non hanno subito forti condizionamenti dall'attività antropica;
2. Una tendenza forte al recupero di naturalità di gran parte di questi ecosistemi: l'abbandono delle campagne, ed in particolare l'abbandono delle pratiche agricole e selvicolturali nei territori marginali ha innestato dinamiche di rinaturalizzazione su larga scala,, con un conseguente aumento della complessità e della biodiversità, di cui l'espansione delle popolazioni dei grandi mammiferi selvatici non è che la conseguenza più evidente;
3. La tendenza, sempre più marcata, ad un impiego diverso del territorio e delle infrastrutture, soprattutto a fini turistici, residenziali e ricreativi in genere. Ciò comporta una crescente richiesta di recupero e riconversione di manufatti e di fornitura di servizi (strade, elettricità, acqua etc.) che può tendenzialmente far regredire l'accennato aumento di naturalità dei sistemi.
In questo contesto territoriale il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna svolge una essenziale funzione di cerniera tra le propaggini propriamente settentrionali dell'Appennino e i sistemi collinari e montane tosco-marchigiani, caratterizzati dalla presenza di un elevato grado di naturalità degli ecosistemi. L'area del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi ha inoltre rappresentato, e continua a rappresentare a maggior ragione oggi, un primario “fattore di irraggiamento di naturalità” che consente alle più importanti componenti della fauna appenninica di riconquistare spazi ed habitat dai quali da tempo erano state bandite.
Per questi motivi le proposte di seguito illustrate trovano il loro baricentro operativo nell'area del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, pur interessando un sistema territoriale molto più ampio.
Le proposte di seguito elencate, sicuramente limitate rispetto a tale titanico obiettivo, riguardano alcuni degli ambiti di intervento e delle misure elencate nel citato documento ministeriale, considerando le specificità delle aree protette di questa porzione dell'Appennino Centrosettentrionale e considerando anche le tipologie di interventi rispetto ai quali le competenze dirette dei parchi e delle aree protette possono garantire possibilità concrete di intervento.


Gli obiettivi e le linee azione programmatiche

La finalità del presente Progetto Pilota è quella di restituire la continuità ambientale e la centralità sociale a territori che, in forme seppur diverse anche quantitativamente, hanno subito in questi ultimi 40 anni vere e proprie rotture degli equilibri territoriali preesistenti ed evidenti processi di marginalizzazione sociale ed economica rispetto alle aree forti della pianura e della costa.
Partendo dalle identità storico-culturali e insediative ancora riconoscibili in questo tratto centro-settentrionale della dorsale Appenninica, si tratta di ricostruire nel limite del possibile i caratteri ambientali e territoriali che in passato ne hanno garantito la sostenibilità ecologica e insieme restituire dignità e valore sociale e culturale alle comunità umane ancora insediate.
Si tratta di un'operazione complessa sia perché l'area in questione, pur essendo legata da comuni vicende storiche, non si è mai connotata come un vero e proprio sistema locale, causa le separazioni orografiche che la contraddistinguono, sia per le ulteriori rotture ambientali e le vere e proprie "separazioni" socio~economiche prodottesi negli ultimi anni.
Oltreché ad una buona consapevolezza geografica e ad una ancor migliore capacità diplomatica, il successo di questa strategia di candidatura ed "autocostruzione" dei sistemi locali, non può non trovare il suo essenziale radicamento nella capacità di avanzare una proposta progettuale matura nella propria articolazione e ricca di significati.

La nozione di rete, sia nel suo significato geografico che in quello istituzionale, è stata posta alla base del progetto APE; essa richiama immediatamente l'immagine di una pluralità di azioni e di attori la cui coerenza non può che essere l'esito di uno scavo in profondità nei diversi patrimoni identitari delle comunità locali e nelle abilità (valentia) che agenzie come i parchi devono possedere nel ricercare e mettere in gioco patrimoni di know-how organizzativo e progettuale moderni, cercando di coniugare la consapevolezza di una storia comune con la visione di un futuro condiviso.

In questo percorso tre configurazioni di rete paiono critiche per il successo del progetto:
-innanzitutto la continuità della rete ecologica, valore primario che l'Appennino come grande dorsale nazionale e come piattaforma tra l'Europa Continentale e il Nord Africa può rappresentare quant’altri mai. A livello del sottosistema preso in considerazione, la continuità della maglia ecologica ed ambientale può essere mantenuta e/o ripristinata attraverso azioni di mantenimento degli ecosistemi colturali legati a forme tradizionali di agricoltura di allevamento, attraverso azioni di qualificazione della copertura forestale, attraverso azioni di ripristino della diversità paesaggistico-ambientale laddove sono intervenuti fenomeni di monotonizzazione attraverso infine azioni di raccordo ecosistemico con riferimento a quella discontinuità ambientale generata, come accennato, da grandi infrastrutture. Tali azioni di ricostituzione di reti ecologiche permetteranno, tra l'altro, il mantenimento ed il ripristino di corridoi ecologici utili all'irradiamento di specie animali di grande importanza ambientale, quali il lupo ed i grandi mammiferi ungulati, che ormai si trovano in uno stato di densità ottimale nell'area del Parco Nazionale e nei territori contigui.
- in secondo luogo la coerenza e la consistenza delle reti funzionali, da quelle più immediatamente percepibili in una dimensione fisica e territoriale come le reti della fruizione-escursionistica (di diversa caratterizzazione e natura) a quelle più "mediate" come gli itinerari storico-culturali (e l'integrazione in essi della offerta naturalistica), a quelle in cui il dato organizzativo della relazione prevale decisamente sulla dimensione fisica, come è nel caso della rete dell'accoglienza (ai diversi livelli di segmentazione della domanda, dalla rete dei B&B da diffondere capillarmente a quelle degli alberghi di qualità nei parchi da costruire nella sua proiezione di immagine e organizzativa),
- in terzo luogo la coesione della rete sociale (e della sua proiezione istituzionale) non più garantita ex ante da processi identitari che debbono essere in largo misura ricostruiti e riacquisiti anche dagli "Uomini Originari" della montagna appenninica, quanto piuttosto da ricostruire ex post, meticciando questo radicamento con le nuove culture e le nuove sensibilità dei fruitori ma, sempre più spesso, anche dei nuovi abitanti della montagna, di provenienza quanto mai diversificata.