Idee per un accordo di programma sulle aree protette alpine


Premesse
L'arco alpino è caratterizzato da una straordinaria varietà ambientale e da una considerevole diffusione di aree protette, siti di interesse comunitario e biotopi, ma anche da evidenti elementi di fragilità determinati sia dalla sua stessa natura geologica che dalle devastanti manomissioni che, soprattutto negli ultimi decenni, hanno favorito, localmente, lo sviluppo di forme di turismo di massa che hanno alterato fortemente, e spesso irreversibilmente, il delicato quadro ecologico.
Le Alpi rappresentano oggi non soltanto un'unità geografica e ambientale ben distinta e variamente articolata, da Ovest a Est e da Nord a Sud, ma una cerniera complessa di capitale interesse economico e culturale, un riferimento essenziale per l'intera Europa. La straordinaria diversità di lingue e culture non si contrappone agli elementi unificanti, ancor oggi emergenti nella storia, nelle tradizioni e nei manufatti di queste popolazioni temprate ai rigori del clima, alle numerose scorribande e vicende belliche, alle fatiche per garantirsi la sopravvivenza coltivando anche i più impervi versanti.
La ratifica da parte del nostro governo della Convenzione per la protezione delle Alpi, sia pure avvenuta con ingiustificabili ritardi, impone oggi a tutte le forze che riconoscono nella qualità dell'ambiente e della vita obiettivi essenziali e prioritari una nuova fase di impegno, di programmazione e di lavoro per evitare che i protocolli di settore, pur ancora e necessariamente assai generici, vengano ignorati o svuotati di significato. Si tratta di un impegno difficile, in relazione alle resistenze finora emerse, ma è una scelta obbligata che richiede il concorso e la partecipazione di tutte le componenti che si richiamano a valori essenziali e tra questi la conservazione delle risorse naturali, non disgiunta da ragionevoli livelli di valorizzazione e fruizione (che possono e devono contribuire al mantenimento di eccezionali valori di biodiversità, spesso originati da una straordinaria storia colturale), rappresenta una priorità assoluta. Tale priorità è ben condivisa da tutti i residenti veramente legati all'ambiente alpino anche se interessi esterni hanno spesso generato, con effetti nefasti, sterili e anacronistici conflitti tra comunità locali e potenti lobbies, come la storia di alcune catastrofi cosiddette naturali, ma da tempo annunciate, continua a insegnare.
È in tale prospettiva, del resto già favorevolmente recepita e condivisa da numerosi enti, associazioni ed organismi nei diversi stati europei (CIPRA, Club Arc Alpin, Rete Alpina delle Aree Protette, Europarc, lo stesso IUCN, ecc.) che diventa urgente, anche per il nostro paese e per le aree protette in particolare, lavorare intorno a progetti comuni di ampio respiro che consentano il conseguimento degli essenziali obiettivi di tutela nell'ambito di una realtà economica che, pur tra vistose differenze locali, è vitale per l'intero continente e per il futuro dei popoli.
 

Il contesto normativo
La legge 426/98 ricorda espressamente l'opportunità di organizzare le aree protette italiane in sottosistemi e tra questi annovera anche quello alpino.
La politica ambientale dell'UE, in particolare attraverso le direttive note come "habitat" e "uccelli", intese fra l'altro a creare una rete di ZPS, ma anche nelle linee guida di diversi programmi comunitari finanziati con fondi strutturali, esplicita chiaramente il ruolo che devono svolgere soggetti pubblici e privati per coniugare tutela dei valori ambientali (in particolare di quelli biologici, più vulnerabili) e opportunità di sviluppo sostenibile per le aree più marginali e depresse. Tali normative, del resto, fanno riferimento anche a importanti trattati internazionali su singoli aspetti, da quello di Rio de Janeiro sulla biodiversità a quello di Kyoto sul global change.
In tale contesto il ruolo che possono e debbono svolgere le aree protette, così come delineato dalla legge quadro 394/91 e che già si profila nelle realtà territoriali gestite da enti parco, è essenziale e destinato a potenziarsi. Sono proprio le aree protette il possibile e più concreto modello sperimentale, il laboratorio nel quale mettere a punto i più avanzati programmi strategici per una conservazione che non sia soltanto difesa passiva.
Pur tra qualche eccezione e fermenti positivi, si deve registrare che le istituzioni competenti sul governo del territorio appaiono in ritardo su numerosi fronti e sono state fino ad ora incapaci di compiere passi determinanti e conclusivi volti a garantire spazi programmatici e risorse adeguate per il conseguimento dei nobili obiettivi di tutela, già frutto di faticosi compromessi. A maggior ragione, in un simile contesto, la Federazione dei Parchi, per quanto ancora priva di riconoscimenti ufficiali, deve assumere un ruolo attivo di propulsione e proporsi quale riferimento centrale di iniziative tendenti a a coalizzare gli sforzi di elaborazione e di intervento.
 



Un progetto per le Alpi
A prescindere dall'individuazione di un acronimo soddisfacente capace di sintetizzare un chiaro messaggio (esempio Alpi-CNECNE cerniera naturale e culturale per la nuova Europa, oppure RETALPP (Rete aree alpine protette, e certo molti altri ancora), si tratterebbe di iniziare un lavoro, che dovrebbe essere definito in un "ACCORDO DI PROGRAMMA", per organizzare un progetto di sistema capace di valorizzare la realtà alpina (in cui convivono elementi di relativa ricchezza ma anche aree marginali e siti degradati) alla stregua di quanto già si sta realizzando per altri sottosistemi con APE e ITACA, rispettivamente per l'Appennino e le isole minori e coste. Prioritaria appare l'opzione di istituire un tavolo tecnico di proposizione e confronto che favorisca, al margine della conferenza con i rappresentanti delle Regioni e province autonome prevista nella legge di ratifica, una valida rappresentanza del mondo delle aree protette, chiamate a svolgere, sulla base di leggi nazionali ed europee, un compito non marginale. Va sottolineato che le aree protette alpine, ancorché non ancora riconosciute ufficialmente, in Italia, come soggetto capace di interloquire con le istituzioni ufficiali, si sono già di fatto organizzate con diverse iniziative per favorire scambi di esperienze. In Francia, presso il Parco Nazionale degli Ècrins, è già attiva ed operante, con ottimi risultati, la Rete delle Aree Protette Alpine che conta su finanziamenti da parte del ministero, di due regioni e dello stesso parco che offre la sede, e su un'agile struttura di 4 persone operanti a tempo pieno. È in questo modo che il concetto di rete non è più solo virtuale. In pochissimi anni una lunga serie di seminari e workshop, articolati sempre su basi tecniche ed operative, certo estranei a passerelle organizzate per acquisire o consolidare consensi politici, hanno generato diversi gruppi di lavoro su vari temi (dalle componenti biologiche al turismo, dalla gestione alla comunicazione) che dimostrano come l'unità europea non rappresenti solo un'idea astratta o una decisione politica e monetaria, ma una prospettiva già concretizzata, almeno in parte, in cui la gente anticipa il cammino delle istituzioni. L'ipotesi di una struttura similare capace di interagire e di appoggiare la rete europea già esistente, con funzioni di coordinamento delle numerose realtà protette già operanti, rappresenterebbe un obiettivo qualificante e realistico. La Federazione si propone quale organo propulsore e catalizzatore di queste iniziative. Stante la realtà politica italiana e l'esistenza di Regioni e Province autonome, non si possono sottovalutare le intrinseche difficoltà e ciò induce, prudentemente, a ipotizzare la creazione temporanea di un gruppo di lavoro nel quale far confluire diverse esperienze e sensibilità.

I compiti del gruppo di lavoro, coordinato dalla Federparchi, potrebbero essere, in prima istanza, i seguenti:

  • Elaborazione di pareri, limitatamente al ruolo e agli interessi delle aree protette, nell'ambito dei diversi protocolli i cui principi dovranno essere tradotti in atti concreti.
  • Formulazione di proposte ed elaborazione di contenuti rivolti a una piena integrazione del ruolo e delle potenzialità delle aree protette nei vari protocolli.
  • Coordinamento di iniziative relative all'emanazione di linee guida per definire i progetti che sostanzieranno i diversi protocolli (sempre nell'ambito delle aree protette).
  • Coordinamento delle iniziative di studio e ricerca relative alla definizione dei progetti e agli interventi specifici.
  • Rapporto con gruppi analoghi in altri paesi firmatari e gestione della comunicazione in materia.
  • La composizione del gruppo di lavoro, pur restando aperta a qualsiasi apporto costruttivo, potrebbe essere così concepita:
  • Due rappresentanti della Federparchi che svolge azione di coordinamento
  • Un rappresentante per ognuno dei 4 parchi nazionali
  • Un rappresentante dei parchi per ciascuna regione o provincia autonoma
  • Un rappresentante per ognuna delle principali associazioni ambientaliste (ad esempio quelle che hanno componenti nominati nei C.D. e la CIPRA). Non dovrebbe mancare ovviamente il CAI che è sempre stato tra i promotori della Convenzione.

Tale gruppo di lavoro, questa è la nostra proposta, sarebbe uno strumento per l'attuazione della convenzione e come tale agirebbe a lato della competente Consulta Stato-Regioni dell'Arco alpino che acquisirebbe tutto il lavoro svolto.
Per quanto concerne la sede operativa o comunque una struttura di riferimento è possibile prevedere la disponibilità a fornire supporto logistico da parte di istituzioni particolarmente impegnate sull'argomento. Per poter iniziare a lavorare concretamente è ovviamente necessario un budget iniziale, almeno per la copertura delle spese amministrative e di viaggio, pur ipotizzando di spingere al massimo l'uso dei mezzi di comunicazione telematica in modo da limitare gli spostamenti.
Per quanto concerne i tempi di attuazione, molto dipenderà dalle effettive volontà politiche ma essi non dovrebbero essere comunque eccessivamente lunghi e nel passaggio dalla fase progettuale a quella attuativa potrebbero rendersi opportuni cambiamenti sia nella composizione che negli obiettivi.
Si rende infine necessaria un'adeguata strategia di comunicazione in modo da coinvolgere le comunità locali ed evitare l'impressione di un'impostazione troppo verticistica e scollata dalla società reale, per quanto fondata su principi largamente condivisibili.

 



Alcune ipotesi sui contenuti
Pur consci che senza il necessario supporto politico e un preciso mandato, sarebbe supponente e irrealistico pensare di rimuovere ostacoli di natura politico-istituzionale che non sono certo mancati fin dalla fase di stesura dei protocolli, si reputa opportuno presentarsi fin dalle fasi iniziali con alcune ipotesi e linee guida sui possibili campi di applicazione delle inizative. Numerosi sono i progetti e gli obiettivi che si potrebbero elencare. A puro titolo esemplificativo, e senza voler attribuire fin da questo momento delle priorità si possono segnalare e considerare:

  • Una rete connessa da corridoi ecologici
    La rete di aree protette nell'arco alpino è già la più importante d'Europa, per numero e superficie ma i siti sottoposti a tutela sono distribuiti in modo spesso discutibile e a macchia di leopardo. Numerose aree fragili e sensibili, oltre che naturalisticamente interessanti, sono attualmente escluse da ogni forma di protezione. L'individuazione di corridoi ecologici reali e fondati su basi tecniche e di veri valori ambientali, più che su convenienze politiche (che saranno eventualmente da considerare in seconda istanza) potrà contribuire in modo determinante alla soluzione di annosi problemi che riguardano, tra l'altro, anche la gestione della fauna. Basti pensare al ritorno dei predatori i cui spazi di azione non possono essere limitati al perimetro dei parchi. Attendere i risultati di carta della natura non gioverebbe al conseguimento dell'obiettivo. In una prima fase sarebbe fondamentale raccogliere tutti i contributi reperibili con l'ausilio di enti istituzionali e singoli studiosi.

  • Habitat prioritari e liste rosse di specie
    Le normative comunitarie si fondano su direttive i cui allegati sono notoriamente assai lacunosi per quanto concerne la realtà italiana e le Alpi in particolare. Ridefinire una lista di habitat prioritari può essere compito di qualche istituto universitario o di ente specializzato ma le competenze già acquisite nelle aree protette possono fornire un contributo determinante all'elaborazione di una strategia della conservazione che, in Italia, appare ancora in fase sperimentale. Discorso analogo va fatto per gli elenchi delle specie. Le elaborazioni su scala planetaria (ad es. quelle dell'IUCN) devono essere tradotte su base locale (Alpi, Regioni, Province, comprensori o singoli parchi). Un'applicazione di tipo scolastico delle direttive internazionali oggi vigenti, oltre che non contribuire a risolvere i problemi, potrebbe rivelarsi talvolta controproducente.

  • Formazione
    Ora che le aree protette rappresentano una cospicua realtà e movimentano flussi turistici ed economici consistenti, i bisogni formativi meritano di essere soddisfatti avendo come riferimento non più e non solo le singole realtà locali ma anche e soprattutto la nuova realtà europea. Esistono già significativi scambi e progetti transfrontalieri (Alpi Marittime-Mercantour, Gran Paradiso-Vanoise, progetti Interreg in corso nelle Alpi orientali con partner austriaci e sloveni) ma si tratta di non renderli episodici. Abituarsi a lavorare in rete rappresenta una dimensione ormai obbligata per la quale si è ancora scarsamente preparati.

  • Valorizzazione e adeguamento dei Rifugi alpini
    L'arco alpino è meta di un impressionante numero di visitatori anche se una quota considerevole è data dai grrandi centri turistici dotati di infrastrutture a fondovalle e in quota. Esistono ancora ampi spazi naturali in cui l'escursionista può appoggiarsi solo a una rete di rifugi alpini, spesso assai distanti dagli accessi motorizzati. Alcuni di questi rifugi versano in condizioni precarie e il volontariato sta evidenziando i suoi fisiologici limiti di intervento in questo settore. Se si considera la funzione sociale che essi svolgono e la potenziale attività educativa che potrebbero sviluppare, emerge l'opportunità di individuare una specifica misura o asse prioritario che favorisca una loro mirata gestione, rispondente a criteri di conduzione ecosostenibile. Sarà sufficiente citare i problemi energetici che, ad alta quota, sono più complessi. Le attuali tecnologie possono contribuire a migliorare la gestione e diminuire l'impatto. Vanno definiti degli standard di qualità (anche igienico-funzionale) assicurando la possibilità di una gestione imperniata sul massimo rispetto degli scenari naturali. Le attuali normative igienico-sanitarie sono assai penalizzanti per queste strutture e dovrebbero essere ripensate.

  • Manutenzione sentieri
    L'esperienza evidenzia che la rete sentieristica richiede cure costanti e capillari. I parchi sono in prima linea per evidenti motivi istituzionali ma la loro competenza diretta è piuttosto limitata ed esauriti i budget di avvio sarà sempre più difficile reperire adeguate risorse per proseguire le cure del territorio. Di qui l'esigenza di individuare delle priorità (compito di ciascuna area protetta) ma anche di mettere a punto un programma che consenta nel tempo di organizzare gli interventi necessari disponendo di adeguate coperture finanziarie. Meglio ancora sarebbe riuscire nell'intento di uniformare i criteri di intervento utilizzando al meglio le preziose e rare professionalità e competenze che sono maturate.

  • Rischio idrogeologico
    Le Alpi includono ecosistemi fragili, spesso interessati da movimenti franosi o da episodi alluvionali. La cementificazione del territorio e l'artificializzazione degli alvei torrentizi sono responsabili di molteplici calamità. Per limitare i danni e avviare un percorso di rinaturalizzazione degli ambiti torrentizi più dissestati (come avvviene in alri paesi europei) servono ora cospicue risorse.

  • Tutela delle acque
    La risorsa acqua sta rivelandosi come la più importante e strategica del nuovo millennio. L'attuale utilizzazione è ben distante da quella ottimale. Sprechi, incurie e vetustà della rete acquedottistica sono il risultato di gestioni allegre o dissennate (quando la risorsa si riteneva di scarso valore) che hanno alterato non solo i sistemi idraulici ma anche quelli ecologici e microclimatici. Le sorgenti e i limitatissimi tratti torrentizi ancora integri e selvaggi rappresentano un patrimonio incommensurabile. A partire dalle aree protette sarebbe opportuno sviluppare un programma di censimento e tutela che contribuisca ad evitare nuove captazioni e a prevenire utilizzi impropri di una risorsa sempre più rara.

 

Programmi e contenuti simili possono investire anche altri settori, a partire da quelli più scontati del turismo sostenibile degli indicatori di qualità, o dei prodotti tipici di qualità con relativi marchi, ma considerando inoltre quelli relativamente meno esplorati quali elettrodotti e campi elettromagnetici, radioattività, impianti a fune, ecc.

Possibili programmi da portare su un tavolo tecnico, a solo titolo esemplificativo potrebbero essere.

- Istituzione di un osservatorio sul turismo montano
- Piano per l'istituzione di riserve forestali
- Produzione di legno ecocertificato
- Promozione di aree "fossil free" e delle energie alternative
- Applicazioni concrete della carta del turismo ecosostenibile
- Cammina-Alpi (Trans-Alpi delle aree protette alpine)
- Consolidamento della presenza dei grandi predatori dopo il loro ritorno
- Sfalcio e tutela delle praterie montane
- Recupero e valorizzazione della biodiversità colturale
- Rinaturalizzazione delle comunità ittiche
- .ecc.

 

Nota conclusiva
La Federazione dei Parchi e delle Riserve Naturali è impegnata a promuovere un'azione diretta sulle forze politiche e istituzionali competenti nell'ambito della Convenzione per la Protezione delle Alpi (quindi Ministero, Regioni e province autonome in prima linea) al fine di assicurare un'adeguata rappresentanza del mondo delle aree protette nelle opportune sedi tecniche e decisionali. Non si tratta certamente di voler assumere un "controllo politico, quanto di proporsi per offrire supporti tecnici che favoriscano la concreta attuazione dei protocolli e la loro traduzione in iniziative progettuali in cui le aree protette sono chiamate a svolgere ruoli significativi e non marginali. Del resto in altri paesi alpini lo spirito dell'accordo ha già permeato i programmi e le nuove iniziative, dimostrando così che la volontà non è quella di sottoscrivere accordi solo sulla carta.