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I Parchi dopo Durban

Relazione di Matteo Fusilli, Presidente di Federparchi

ROMA 12 Dicembre 2003

Ringrazio tutti voi, ringrazio i relatori, e in particolare gli ospiti stranieri, per aver accolto l’invito a dialogare e riflettere con noi sul Congresso Mondiale dei parchi tenutosi a Durban nello scorso mese di settembre. E’ la prima occasione di commento sulla portata di quell’avvenimento che, pur riguardando porzioni di territorio così rilevanti su tutto il pianeta, non ha avuto, come meritava, l’onore delle prime pagine.
Abbiamo pensato fosse necessario raccogliere subito uno degli inviti contenuti nell’appello finale del Congresso - quello riguardante la creazione di conoscenza e consenso per gli obiettivi delle aree protette – partendo da due convergenti motivazioni.

La prima deriva dall’impegno che caratterizza l’attività della Federparchi sui temi internazionali. I progetti di collaborazione in ambito comunitario, le partecipazioni associative, lo scambio di esperienze, l’organizzazione di manifestazioni come “Mediterre”, i programmi di cooperazione con le realtà di molti paesi, e le ricerche innovative alle quali diamo sostegno (come quella del prof. Gambino sulla classificazione delle aree protette in Europa) rappresentano una parte sempre più grande dell’attività di Federparchi.
Si esprime in questo modo, la necessità propria di una associazione nata per mettere in rete idee, proposte, conoscenze e attività concrete; ma si dà anche voce e sbocco ad una propensione radicata nei parchi italiani, alla collaborazione “oltre i confini”, alla cooperazione solidale con istituzioni di tutto il mondo. Non è il caso di darne conto qui oggi, ma un repertorio che stiamo redigendo ci dice che sono numerose le esperienze di lavoro comune dei nostri parchi con altre realtà europee e di altre parti del Mondo.

La seconda motivazione deriva dal giudizio fortemente positivo che diamo del Congresso di Durban e dei contenuti che ci ha consegnato, della sua capacità di corrispondere pienamente alle aspettative, al di là della rilevanza dell’occasione, del numero di delegati presenti e dei paesi rappresentati; oltre la fama di alcuni degli interlocutori che lì si sono incontrati, la qualità e l’intensità del programma e del dibattito che si è svolto.
La cornice e la solennità di un evento sono importanti, ma è avvenuto in molte occasioni, anche di altissimo livello, di non trovare un giusto rapporto tra i contenuti e la solennità della cornice. Nello stesso lavoro dell’UICN, in altri appuntamenti del passato, abbiamo colto – lo voglio dire con franchezza – una sorta di distacco, di distanza tra l’entità dell’esperienza delle aree protette che vi veniva rappresentata, l’enorme rilievo delle esigenze che ne trasparivano da una parte, e il tecnicismo eccessivo delle proposte che ne scaturivano, dall’altra.

Non sottovalutiamo il valore degli aspetti tecnici del lavoro di tutela e di gestione dei territori protetti, sia chiaro. Esso costituisce la base di qualsiasi proposta normativa, di qualsiasi fase organizzativa e operativa. Solo gestioni basate su adeguate conoscenze tecnico-scientifiche sono in grado di assicurare risultati soddisfacenti. E a Durban le conoscenze messe in campo sono state del più alto livello disponibile. Ma rileviamo che anche la più raffinata delle elaborazioni tecniche rischia di rimanere fine a se stessa senza una visione strategica, un inquadramento istituzionale, una pratica politica che inserisca l’azione in una prospettiva di lungo respiro e si proponga di assicurarle il consenso delle comunità locali e della più vasta opinione pubblica.

E’ questa una convinzione che, in Italia, è connaturata all’esistenza stessa dei parchi, i quali, da subito hanno sentito il bisogno di associarsi per pensare insieme e contare di più e, dopo aver riflettuto e misurato i primi risultati della loro esperienza, hanno posto al centro della loro iniziativa la costruzione del sistema nazionale delle aree protette, cioè di una rete, in cui tutti gli elementi possano essere associati alla realizzazione di politiche nazionali riguardanti la tutela della biodiversità, la difesa del suolo, la prevenzione, la qualificazione ambientale, lo sviluppo locale, il miglioramento della qualità della vita.
I nostri parchi hanno da tempo, individuato come priorità assoluta delle loro attività in comune, ma soprattutto come elemento essenziale di una efficace gestione nazionale del territorio e delle sue principali componenti ambientali, quelli che noi chiamiamo “programmi di sistema”, per la tutela e lo sviluppo sostenibile di grandi unità geografiche come la catena montuosa dell’Appennino, quella multinazionale delle Alpi, il Bacino idrografico del Po, le Coste.

Sarà utile ricordare, in particolare per i nostri amici relatori che non sono italiani, che espressioni come “sistema nazionale delle aree protette”, o “programmi di sistema” sono state utilizzate per la prima volta proprio dai parchi e sono divenute in seguito patrimonio generale per essere infine accolte nella stessa legge quadro nazionale. Naturalmente continuano a manifestarsi nella pratica quotidiana consistenti difficoltà, forse per la stessa modernità dell’approccio - in un paese che ha fatto sì notevoli passi avanti in quanto a numero di parchi istituiti, ma che ha compiuto quelli più importanti solo negli ultimi dieci anni - o forse per la necessità che certi temi hanno, per farsi effettivamente strada, di essere sostenuti in sedi istituzionali più ampie.

Sentivamo per questo il bisogno di un visione savranazionale, la necessità di ricercare collegamenti e collaborazioni con le altre associazioni che rappresentano le aree protette nelle diverse nazioni europee, in particolare con quelle di Francia, Spagna e Germania. E’ venuta in seguito anche la ripresa di contatti e collaborazioni con Europarc, associazione storica e benemerita paneuropea che pare aver deciso di muoversi, specie con la recente assemblea in Norvegia, anche sul terreno di una qualche pressione sulle istituzioni internazionali.
Da quella necessità è nata infine, l’idea di porre per la prima volta il problema del ruolo che i parchi e le aree protette nel loro insieme possono svolgere nell’ambito delle strategie ambientali e di sviluppo dell’Unione Europea. Abbiamo affrontato l’argomento in un Convegno internazionale tenuto lo scorso giugno in Liguria; stiamo lavorando all’avvio della redazione – che vogliamo partecipata e condivisa dalle altre organizzazioni in Europa – di un “Libro Verde” sulle aree protette europee. Lo scopo è la sollecitazione nei confronti delle istituzioni comunitarie e dei 25 paesi dell’Unione, per una piena considerazione delle 27.000 aree protette istituite sui loro territori. E per la loro piena integrazione nelle principali politiche settoriali, oltre che in politiche specificamente concepite per la difesa della biodiversità e per il perseguimento degli obiettivi ambientali adottati nelle ormai numerose Conferenze internazionali.

Il Congresso Mondiale ci ha fornito una risposta adeguata, sicuramente rispondente ai nostri bisogni e in grado di innalzare l’orizzonte della nostra visione.
Il quadro realistico, e dunque anche allarmante, della situazione del pianeta che è stato disegnato; l’urgenza dei tempi di reazione che è stata invocata; l’indicazione precisa dei terreni sui quali operare e dei risultati concreti a cui tendere: sono gli elementi di fondo che Durban ci consegna con efficacia e autorevolezza. Ma questo ce lo aspettavamo.
Gli elementi che attribuiscono ai risultati del Congresso Mondiale, dal nostro punto di vista, un valore straordinario, sono sopprattutto altri: la collocazione che viene assegnata alle aree protette nei processi necessari a costruire un nuovo futuro per il nostro pianeta; la richiesta dell’integrazione della loro attività nell’ambito delle politiche generali necessarie ad affrontare le questioni ambientalmente e socialmente più critiche a livello internazionale e locale; il metodo della partecipazione e della ricerca del consenso delle popolazioni nelle attività di conservazione.
E’ questa la base per un vero salto di qualità che esalta la funzione di ciascuna area protetta e la porta ad essere parte effettiva di un disegno generale. Obiettivi quali la “costruzione di una rete mondiale di aree protette integrate con i paesaggi terrestri e marini circostanti” o il “collegamento, entro il 2015, di tutte le aree protette nell’ambito di sistemi ecologico-ambientali più vasti”, rappresentano la sintesi di questo efficace pensiero al quale siamo particolarmente vicini. Ma è l’insieme dei documenti del Congresso - che siamo lieti di potervi fornire tradotti quasi integralmente e che saranno pubblicati anche sul nostro sito – a rappresentare un riferimento indispensabile; nel caso dell’Accordo “un promemoria quotidiano”, come ha detto Giuliano Tallone in un suo articolo.

Dopo Durban possiamo dire che le responsabilità sono attribuite, che gli interlocutori sono avvisati.
Lo sono i responsabili politici e i detentori di funzioni di governo, i quali non potranno ignorare forza, rilevanza e necessità di un’azione per la conservazione e lo sviluppo sostenibile, condotta dai parchi, le cui esperienze si vanno diffondendo e arricchendo in tutto il mondo.
Sono avvisate le organizzazioni e le istituzioni internazionali – penso per noi all’Unione Europea - alle quali spettano i compiti più complessi ma dalle quali è lecito attendersi le decisioni più urgenti e che sarebbero miopi e inefficaci se non sfruttassero le potenzialità e la grande disponibilità di un movimento il cui contributo può risultare decisivo.
Lo sono i nostri governi, nazionali e regionali, dai quali dipendono funzionalmente ed economicamente le aree protette e che possono trovare anch’essi, nelle indicazioni del Congresso Mondiale, lo stimolo a ripensare e rilanciare le scelte lungimiranti che hanno compiuto e che oggi rappresentano un grande patrimonio di tutta la Nazione.

E siamo infine resi più consapevoli anche noi, responsabili della gestione delle aree protette. Durban non ci ha dato solo aiuto e conferme, ci ha chiamato a lavorare di più e meglio per affermare nella pratica quotidiana la validità delle tesi e delle proposte di cui siamo portatori.

ìMigliorare le nostre capacità di gestione e l’efficienza delle nostre azioni; innalzare il livello di partecipazione delle comunità locali alle scelte; rendere ancor più trasparenti i percorsi decisionali; incrementare le relazioni con le altre istituzioni; avanzare proposte operative per l’elaborazione di programmi integrati in ogni settore ambientale; stringere maggiormente tra le nostre aree protette la rete delle azioni in tema di biodiversità, di connessioni ecologiche, di progetti di sistema. Questo dipende da noi.

Per questo penso che sia giunto il momento di introdurre una innovazione nel nostro modo di operare e intendo proporre all’assemblea della Federparchi, convocata per questo pomeriggio, di avviare la redazione di un nostro “Piano d’Azione”. Un quadro d’insieme di impegni e scadenze, di obiettivi e strumenti operativi adeguati, che indichi la via per i collegamenti con le altre istituzioni e il mondo della ricerca, che definisca la funzione dei sottosistemi regionali e il ruolo delle riserve naturali terrestri e marine. Uno strumento che stimoli la partecipazione di tutti i nostri associati e sia aperto all’interlocuzione con tutti i soggetti interessati alla costruzione di una prospettiva sostenibile per il futuro.
I tremila partecipanti al Congresso, una comunità multietnica, gioiosa, riflessiva, appassionata, in rappresentanza di una rete mondiale di 100.000 aree protette, hanno indicato un nuovo e originale modello che deve “naturalmente tenere conto degli obiettivi essenziali di conservazione e degli interessi di tutti coloro che sono coinvolti”. Le aree protette, “uno dei più formidabili impegni collettivi della storia dell’umanità in materia di utilizzazione della Terra”, devono contribuire alla “riduzione della povertà e allo sviluppo economico”, essere “sorgente di benefici oltre i confini degli Stati, oltre le società, i sessi, le generazioni”; “scuole viventi, luoghi straordinari in cui l’uomo trova le proprie radici, in cui le culture, i sistemi di valori e di conoscenze si trasmettono di generazione in generazione”, “fattori di amicizia e di pace”.
Io credo che esista un legame strettissimo tra l’elaborazione e la pratica delle aree protette italiane e le acquisizioni cui è giunta quella vasta assemblea rappresentativa di 140 nazioni.
Noi guardiamo alle nostre comunità come a orgogliose protagoniste di un riscatto basato sulla valorizzazione dell’identità e delle qualità ambientali. A Durban si è proclamato che non può esserci un futuro equilibrato per il pianeta se non si aprono le porte agli esclusi, alle popolazioni e alle rappresentanze dei paesi poveri.
Dopo Durban ci sentiamo più forti, parte integrante di un mondo vitale che guarda la futuro con preoccupazione, ma si impegna quotidianamente per renderlo migliore.
Alle comunità e agli operatori impegnati nelle aree protette della Terra, il saluto e l’affetto delle popolazioni e di tutti i parchi italiani.