Per la costituzione di un sistema dei Parchi del bacino del Po



Con l'istituzione, in questo ultimo decennio, di numerosi parchi nazionali e regionali, l'estensione del territorio protetto presenta oggi una buona consistenza e la sua localizzazione interessa, dal punto di vista geografico, molta parte del territorio nazionale.

Si può affermare che, pur con interruzioni consistenti, esiste una ideale via dei Parchi che, partendo dalla catena Alpina, attraversa la pianura, s'innesta nella catena Appenninica sino all'Aspromonte, e finisce nei complessi montuosi della Sicilia.

Ottenuto questo notevole risultato, ci si trova oggi di fronte ad un quesito che erroneamente alcuni ritengono ormai superato dalla cultura comune: se questo 10% di territorio protetto a vario titolo sia una sorta di risarcimento che i poteri forti, ancora comunque deputati a definire gli assetti territoriali, sono disposti a concedere a una continua richiesta da parte della società di ambiente pulito, di elementi naturali tutelati e di patrimoni storici da valorizzare o se non sia invece un seme che va sempre più alimentato sino ad ottenere uno strumento sufficientemente robusto, idoneo a condizionare, nel futuro, le modalità d'uso del suolo e le filosofie di governo complessivo del territorio nazionale.

Se ci si fermasse alla disquisizione puramente teorica, in molti si troverebbero d'accordo sulla seconda ipotesi. Nel concreto però si tende a considerare più comodo e anche più gestibile un regime che preveda la localizzazione e la gestione delle aree protette in luoghi marginali, poco nevralgici, a sostegno di economie "di nicchia".

La Federazione Italiana dei Parchi e delle Riserve Naturali ha da tempo e più volte espresso il proprio orientamento su questo argomento, esplicitandolo con motivate argomentazioni nelle sedi istituzionali più alte.

Le aree protette rappresentano una ricchezza oggettiva e sono un laboratorio ideale in cui è possibile progettare e realizzare un modello di governo del territorio non più basato sul consumo delle risorse ambientali e sulla distruzione degli elementi naturali, ma sulla loro tutela e valorizzazione. Fattore determinante per il raggiungimento di un così alto obiettivo risulterà essere, più che la dimensione totale della superficie protetta, il collegamento fisico di tutte le aree protette a vario titolo, sino a formare "sistemi omogenei di parchi".

Tutto questo è importante, oltre che per intuibili motivi di carattere scientifico (l'isolamento porta ad un impoverimento della biodiversità presente nel Parco), anche per motivi di carattere politico-gestionale: un'"isola felice", in un contesto territoriale di ampio raggio, estraneo, se non progressivamente ostile alle problematiche ambientali, è destinata a scomparire o a museificarsi. L'approccio culturale sulle modalità d'uso del territorio e delle risorse naturali non verrebbe modificato in quanto l'area protetta non avrebbe sufficiente spazio e forza intellettuale per allargare la propria influenza "all'esterno" e per condizionare i modelli di sviluppo territoriale che sinora sono stati perseguiti con i risultati disastrosi che sono visibili a tutti.

I sistemi di aree protette che sinora sono stato teorizzati e su cui si sta lavorando, pur con intensità e risultati diversi, sono soprattutto quelli montani, interessanti la catena appenninica e quella alpina. Ancora poco si parla del sistema delle coste e delle riserve marine e quasi nulla emerge in questo senso per il resto del territorio.

Eppure esiste per lo meno un'altra grande regione geografica in cui è concentrata una grande capacità produttiva, sia in termini di produzione industriale che di attività agricola, che risulta densamente abitata ma in cui permangono testimonianze storico-culturali, artistiche ed ambientali di grande valore, che è caratterizzata da una ricca presenza di elementi naturali come l'acqua, le cui modalità di utilizzo hanno generato e continuano a produrre ricchezze consistenti. Si tratta dell'area geografica del bacino del Po, territorio in cui, per giunta, sono stati istituiti e da tempo consolidati, numerosi e grandi parchi regionali.

In essa sono ricompresi i Parchi piemontesi della fascia fluviale del Po e di alcune parti del fiume Sesia, i parchi fluviali lombardi degli affluenti di sinistra del Po (Ticino, Adda, Serio, Oglio, Mincio, Lambro) i parchi fluviali di alcuni tratti degli affluenti di destra emiliani: Stirone e Taro, i Parchi emiliano e veneto del Delta.

Questi Parchi, pur nella loro specificità dovuta alla dimensione, alle caratteristiche dei luoghi e ai regimi di conduzione, hanno tra loro molte affinità, si devono confrontare con problematiche comuni, interessano territori che presentano una certa omogeneità di caratteristiche ambientali e sociali.

Il primo obiettivo di questo "sistema di parchi" dovrebbe essere quello di costruire una rete di corridoi ecologici di collegamento tra Parco e Parco, individuando sul territorio le componenti naturali già esistenti da valorizzare, progettando le componenti mancanti che andranno realizzate per questo scopo.

Aree naturali poco pregiate ma molto diffuse sul territorio, corsi d'acqua e viabilità delle aree agricole, aree boscate urbane e aree umide , sono tutti elementi essenziali su cui impostare il progetto

Questa operazione, che deve vedere coinvolte anche le Istituzioni locali, Comuni e Province, avrebbe come scopo, oltre a quello di mantenere in buono stato di conservazione e anche di incrementare la biodiversità presente nei parchi, mettendola in collegamento con quella di altre zone, anche quello di sostenere una politica generale di valorizzazione ambientale in aree agricole o urbane, altrimenti destinate all'abbandono e al progressivo degrado.

Questa iniziativa comune dovrebbe interessare e condizionare la redazione degli strumenti di pianificazione urbanistica comunale ma soprattutto i Piani Territoriali di Coordinamento Provinciali, che dovranno costituire lo strumento ideale per impostare una nuova politica ambientale diffusa, anche al di fuori delle aree protette tradizionali.

Altri argomenti essenziali attorno a cui iniziare un confronto, attraverso scambi di esperienze, sono:

  • Le acque, per quanto attiene la quantità presente nei fiumi, in relazione al deflusso minimo vitale e la loro qualità e purezza, attraverso il monitoraggio sistematico degli inquinanti chimici, biologici e microbiologici o sanitari;
  • Gli interventi di artificializzazione dei corsi d'acqua attraverso i quali viene alterato pesantemente l'equilibrio idrogeologico del suolo;
  • La gestione della fauna ittica e terrestre tipica della zona;
  • Le indicazioni relative alla realizzazione delle opere pubbliche di attraversamento dei Parchi (ponti, strade, linee elettriche, linee tecnologiche);
  • La gestione del patrimonio forestale;
  • L'uso sociale del Parco, con speciale riferimento al fiume.
 

LE ACQUE
Appare francamente inconcepibile che i parchi fluviali, che traggono il proprio motivo di esistenza dalle acque, siano del tutto estranei al processo di uso, gestione e controllo della propria "materia prima". Il ciclo delle acque di un fiume incomincia ad essere condizionato, di regola , nelle regioni montane, attraverso la creazione di sbarramenti ed invasi la cui regolamentazione determina pesantemente i parametri idraulici dello stesso e di conseguenza la portata nel suo corso di pianura, condizionando la vitalità dell'ecosistema fluviale. Successivamente, più a valle, avvengono i prelievi per uso agricolo, secondo regole e consuetudini su cui ci sarebbe molto da indagare e discutere.
Lungo tutto il percorso sono, di regola, presenti scarichi di impianti di depurazione, di fogne non depurate, di insediamenti produttivi o civili e di allevamenti zootecnici intensivi, la cui regolamentazione è di competenza provinciale. I controlli delle acque vengono effettuati dalle ASL, dai Presidi Multizonali di Igiene e Prevenzione e dalle ARPA che sono al servizio di Province e Comuni. I Parchi, in genere, sono tenuti all'oscuro di tutto. In realtà leggi dello Stato quali L. 183/89 "Norme per il riassetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo" ; L. 36/94 "Disposizioni in materia di risorse idriche"; L. 37/94 "Norme per la tutela ambientale delle aree demaniali dei fiumi, dei torrenti dei laghi e delle altre acque pubbliche" e D.lgs 152/99 "Disposizione sulla tutela delle acque dall'inquinamento" hanno modificato di molto una normativa attraverso la quale i Parchi possono oggi trovare un loro spazio nel settore, se non addirittura prendere iniziative volte ad ottenere di fatto il controllo delle acque, pur in un'ottica di concertazione e di leale convivenza con gli altri interlocutori.
Si tratta di trovare una metodologia comune anche attraverso lo scambio e il confronto di esperienze già in corso.
 

INTERVENTI DI CEMENTIFICAZIONE A PROTEZIONE DI INSEDIAMENTI EDIFICATI O DI TERRITORI COLTIVATI.
Anche in questo caso l'epoca in cui il Magistrato per il Po interveniva con pesanti ed inutili opere di artificializzazione dei corsi d'acqua, che il tempo ha dimostrato essere una delle maggiori cause del dissesto idrogeologico dei fiumi, è praticamente finita.
Ci sono normative che impongono interventi di consolidamento e difesa delle rive dei corsi d'acqua basate su tecniche bioingegneristiche. E' stato pubblicato in questi mesi il Piano di Assetto Idrogeologico del Bacino del Po (P.A.I.) che fa del mantenimento delle condizioni di naturalità dei fiumi, comprese le zone di esondazione naturale, un punto essenziale della normativa d'uso del suolo. I Parchi che da tempo sono impegnati in questa direzione devono trovare nel P.A.I. uno strumento essenziale e giuridicamente forte per imporre modalità di intervento che vadano a beneficio, oltre che dell'equilibrio idrogeologico del fiume, anche del patrimonio naturalistico del Parco.
 

LA FAUNA ITTICA E TERRESTRE
Anche se, attraverso leggi regionali, le operazioni di ripopolamento ittico sono generalmente affidate alle Province, deve risultare chiaro che tale operazione deve avvenire a seguito di uno studio sulla fauna ittica e della redazione di un "Piano di gestione" della stessa di competenza del parco fluviale. Ciò si può ottenere anche attraverso la stipula di convenzione tra Ente Provincia e Parco.
In questi anni inoltre nei Parchi si sono realizzati molti progetti inerenti la reintroduzione di specie faunistiche scomparse e oggi assolutamente compatibili con l'ambiente locale, soprattutto per la politica di tutela perseguita dai Parchi.
A questo fine è auspicabile uno scambio di conoscenze ed esperienze attraverso la diffusione di pubblicazioni riguardanti le fasi operative della reintroduzione.
Sarebbero conoscenze molto importanti nel campo faunistico, dato che descriverebbero le uniche esperienze concrete praticate, da mettere in rapporto con le teorie, non sempre tra loro coincidenti, che il mondo accademico produce.
 

LE OPERE PUBBLICHE
Per i Parchi, specie quelli ubicati nelle aree economicamente più evolute, le opere pubbliche sono sempre state (e costituiscono tuttora) una vera sciagura. Spesso ai Parchi spetta dare parere in ordine a progetti ispirati più ad esigenze elettorali che a necessità funzionali, ad iniziative devastanti che non sottendono un minimo di beneficio sociale, ad opere che rispondono a concezioni antiquate, senza un minimo di attenzione per l'ambiente, per il paesaggio e per il territorio agricolo. Alcune opere sui fiumi, eseguite nel corso dei decenni passati, sono la prima causa dei disastri idrogeologici ed ambientali che puntualmente si ripetono.
E' necessario che i Parchi, partendo dalla loro esperienza, partecipino alla formulazione di una sorta di "decalogo del costruttore" in cui certi termini come mitigazione, compensazione, oltre che concertazione preventiva sull'opera, aperta a tutte le istanze, comprese quelle ambientali, rientrino nel gergo comune e definiscano modalità ordinarie di redazione dei progetti che devono interessare e coinvolgere spazi molto più ampi rispetto alla localizzazione puntuale in cui l'opera è inserita e prevedere studi di impatto in cui il bilancio socio-ambientale post-operam sia sempre positivo.
 

LA GESTIONE FORESTALE
Quasi tutto il patrimonio boschivo di pianura è concentrato nei Parchi del Bacino de Po. E' però un bene a rischio dato che, oltre alle operazioni ordinarie di sradicamento previste dalla realizzazione di opere pubbliche, che comportano una sistematica sottrazione di territorio boscato, esso è sottoposto a distruzioni e tagli dovuti ad azioni vandaliche, a incendi dolosi, a depauperamenti per usi inopportuni. Nelle zone di pianura in cui l'attività agricola da tempo comporta alto reddito si è persa ogni traccia della capacità di coltivazione del bosco da parte dell'uomo. Da qui la tendenza dei Parchi ad una funzione esclusivamente conservatrice e di salvaguardia. Ma i boschi a cui non viene destinata per decenni nessuna forma di pratica colturale, subiscono un progressivo degrado sotto l'aspetto vegetazionale, con una conseguente maggiore esposizione ad azioni distruttive di tipo vandalico. Occorre pensare ad un programma organico di gestione per il quale vanno trovati interlocutori, finanziamenti e coinvolgimenti nel mondo agricolo. I Piani di Gestione del patrimonio boschivo devono essere una componente attuativa importante dei Piani dei Parchi e i Piani di assestamento forestale devono divenire le risposte propositive di una nuova politica di tutela attiva del patrimonio naturale.
 

L'USO SOCIALE DEL PARCO
Il turismo naturalistico in zone di forte antropizzazione è argomento che può anche derogare dai canoni comuni che vedono nelle visite di massa ai Parchi un settore da promuovere ed intensificare. Un'area naturale ha un limite biologico di tollerabilità e in questo senso va tutelata dalle componenti più aggressive del turismo. Le frequentazioni devono essere selezionate e indirizzate per giorni, per periodi e per numero in funzione delle diverse esigenze biologiche degli ecosistemi.
E' opportuno predisporre un Piano per il tempo libero nel Parco che studi i percorsi automobilistici, che predisponga l'organizzazione di luoghi idonei a soddisfare la necessità di ristoro dei frequentatori, che preveda la realizzazione di percorsi ciclabili e pedonali idonei a contemperare esigenze di conservazione ambientale con le richieste sempre più pressanti di disponibilità di luoghi ad alta naturalità da visitare.
 

CONCLUSIONI
Quelli trattati sono solo alcuni argomenti di interesse comune che riguardano i Parchi del Bacino del Po.
L'attività di escavazione di materiale inerte, il rapporto con il mondo agricolo, il controllo dell'attività edilizia, i rapporti con l'esterno, con la scuola e la società civile in genere, i rapporti con le altre istituzioni, l'organizzazione interna degli Enti Parco, la questione paesaggistica e le modalità di gestione delle relative competenze ed infine un programma di ricerca scientifica sistematica in settori poco indagati dalle scienze che studiano il territorio sono argomenti di altrettanta valenza.
Le considerazioni esposte hanno lo scopo di stimolare la riflessione dei gestori dei Parchi riguardo alcune problematiche per le quali si dovranno ovviamente trovare soluzioni specifiche per ogni contesto geografico e socio-politico, ma sulle quali è auspicabile la sottoscrizione, da parte degli Enti interessati, di un'intesa volta a promuovere incontri, a scambiarsi documentazioni, ad innescare dibattiti e a promuovere iniziative tendenti a scongiurare il pericolo di un progressivo isolamento di ogni singola area protetta, nella prospettiva di un vero e proprio programma d'azione, confrontato con le altre istituzioni, che possa costituire il perno di una nuova politica ambientale nell'intero Bacino del Po, dentro e fuori dei Parchi.