Bozza di documento di sintesi su
"Piano Nazionale sulla Biodiversità"



Documento della Federazione Italiana dei Parchi approvato il 15 aprile 1999: "Valutazioni e proposte riguardanti il Piano Nazionale sulla Biodiversità"

 



PREMESSE

- E' anzitutto più che apprezzabile l'iniziativa del Ministero dell'Ambiente di tentare un serio coordinamento di programmi, studi, azioni ed interventi nell'ottica di tutelare un patrimonio che viene giustamente riconosciuto di straordinaria importanza per la qualità della nostra vita e delle future generazioni.

- Altrettanto apprezzabile è stata l'idea di favorire la circolazione del documento predisposto dall'apposito "Comitato di consulenza per la biodiversità e la bioetica" verso la fine del mese di ottobre 1998. L'aver coinvolto il mondi dei parchi, sia pur indirettamente e attraverso qualche autorevole rappresentante del mondo scientifico, è indice di apertura che favorisce quella concertazione che appare, oggi più che mai, necessaria per evitare fughe in avanti e sprechi di risorse.

- Questo contributo è il risultato di un'ampia consultazione tra i parchi associati anche se, le indicazioni di merito provengono da un nucleo più ristretto, com'è del resto naturale, di persone competenti e sensibili al problema. Tali persone esprimono diverse matrici scientifiche (specializzazioni) e differenti approcci culturali.

- Al fine di articolare un documento di sintesi che esprima compiutamente l'amplissima e variegata gamma di possibili implicazioni e ricadute operative, sarebbe fondamentale poter conoscere più precisamente l'effettivo valore del documento in oggetto e, soprattutto, poter valutare quanto sia "cogente" una volta approvato dalle competenti autorità. In altri termini è opportuno capire fino a che punto si tratti di una direttiva che delinea gli indirizzi generali (e in tal caso potrebbe essere considerato solo un piano preliminare) oppure di un documento comunque vincolante in tutte le sue articolazioni. E' evidente che nella prima ipotesi le osservazioni dovrebbero essere solo di carattere generale (rinviando quelle di merito nei specifici settori e singoli punti a tavoli tecnici in cui devono essere coinvolti gli specialisti) mentre nella seconda si dovrebbe, fin da questa fase, avviare uno studio molto articolato per evidenziare tutte le inevitabili omissioni o le possibili interpretazioni parziali o dubbie. Lo stesso documento riconosce infatti l'ampiezza e la complessità della materia.

 

 

CONSIDERAZIONI GENERALI

- Tutti i soggetti che hanno avuto modo di studiare il documento riconoscono che si tratta di un approccio serio, certamente non banale, che ha il merito di proporre anche la definizione di concetti tutt'altro che semplici o scontati, soprattutto se si considera che il tema della biodiversità rischia oggi di diventare un gigantesco contenitore nel quale affluisce di tutto. Non sono trascorsi molti anni (pochi lustri) da quando la parola chiave era la "difesa dell'ecosistema" anche se pochi avevano le idee chiare sul concetto di ecosistema.

- Sarebbe opportuno che il Ministero dell'Ambiente cercasse di circoscrivere, prioritariamente, le azioni di tutela della biodiversità in modo da concentrare l'attenzione sul patrimonio biologico naturale, evitando che su tale argomento convergano, allo scopo neppure troppo celato di attingere a significative risorse, progetti e proposte le più disparate che sono estranee agli obiettivi di conservazione del patrimonio biologico. Si reputa meritevole di accentuazione la differenza tra interventi "in situ", da considerare prioritari, rispetto a quelli "ex situ", da riservare a situazioni di emergenza, quale ultima risorsa per salvare la specie. Analogamente il discorso sulle reintroduzioni dovrebbe essere ridimensionato. Non sarà superfluo ricordare che, spesso, alcune normative emanate allo scopo di proteggere singole specie, si sono rivelate ininfluenti in quanto non sono state adottate adeguate misure di protezione degli habitat.

- Altrettanto inevitabile che su un argomento di tale ampiezza e complessità si possano riscontrare delle omissioni, almeno apparenti, o delle sottovalutazioni di alcuni aspetti.

- A tutti i soggetti coinvolti quotidianamente nella gestione di aree protette o, per altri versi, comunque in grado di formulare idee e portare un significativo contributo alla conservazione delle residue risorse naturalistiche del nostro territorio, non è sfuggita l'impressione che il piano (certamente apprezzabile e positivo negli obiettivi generali) prospetti un programma ambizioso che sottende impiego di risorse finanziarie, di personale qualificato, di tempo e di capacità di coordinamento, sui quali è lecito nutrire delle perplessità.

- Non è infrequente che a piani di previsione necessariamente articolati, ampiamente condivisibili a livello di obiettivi, e molto teorici per la loro stessa genesi, non facciano seguito provvedimenti attuativi che consentano di conseguire in tempi ragionevoli almeno alcune delle finalità. Si sa con certezza, come dimostra l'evidenza della quotidianità, che è difficile non essere d'accordo, in linea di principio, con obiettivi di tutela dell'ambiente naturale, ma che è ancora molto più complicato riuscire a intervenire efficacemente per arrestare il degrado e la banalizzazione del territorio. Esigenze economiche fondate sul breve termine e sfruttamenti di ogni genere, anche nei paesi con più avanzata sensibilità ecologica, non consentono di prevedere vita facile per la realizzazione di molti degli obiettivi previsti dal piano. In tal senso l'indicazione delle priorità e, soprattutto, dei soggetti attuatori, potrebbe ridurre sensibilmente tale rischio. Per evitare che il piano si prospetti a livello di sequenza di buone intenzioni potrebbe essere valutata l'opportunità di proporre una mirata selezione di progetti-pilota da attuare in tempi relativamente brevi e certi.

- Risulta, d'altra parte, del tutto evidente che anche una politica fondata sull'apposizione di nuovi vincoli, sia pur motivati, assai articolati e ben strutturati, incontrerebbe serie difficoltà ad essere accettata nei fatti dalla società civile.

- Nei fatti appare difficile programmare un'azione di efficace tutela del patrimonio naturale (sia pur esso fortemente condizionato, anche in senso positivo, dalle attività dell'uomo) senza sviluppare, contemporaneamente, una sinergica azione per difendere il patrimonio rurale (montagna anzitutto, ma anche collina e pianura) al punto da restituire ai soggetti protagonisti dignità sufficiente per far parte del sistema produttivo a pieno titolo senza che tali necessarie forme di incentivazione si configurino quale "riproposizione assistenzialistica" senza futuro e psicologicamente penalizzante.

- Sarebbe infine auspicabile che nel documento emergesse con maggiore chiarezza, proprio al fine di evitare possibili confusioni, una linea di separazione molto netta tra il patrimonio biologico naturale e quello che in qualche modo è stato generato dalle attività dell'uomo, certo pur esso meritevole di attenzione ma che va posposto a livello di priorità.

- A tal proposito si reputa che un punto di partenza serio per qualsiasi programma di tutela della biodiversità sia rappresentato dalla compilazione di check-list (in parte già esistenti ma raramente esaustive e partite spesso da iniziative poco coordinate) con l'indicazione di specie rare e vulnerabili, nei singoli settori disciplinari. Anche tale operazione richiede un coinvolgimento regionalizzato e territorializzato in grado di recepire i significativi contributi provenienti dagli specialisti locali che meglio di altri conoscono la realtà biologica di una zona più o meno ristretta. E' infatti importante che si consideri la biodiversità a differenti scale (Stato, Regioni, provincie, ecc.). Trattando di check-list non ci si riferisce solo alle specie, per quanto esse rappresentino il livello di partenza fondamentale, ma anche alle comunità (vedasi, ad esempio, con quanto ritardo solo ora si sta tentando, in Italia, di censire le unità vegetazionali descritte). Per attuare una valida strategia a tutela della biodiversità è infine molto importante valutare la situazione in un'ottica non solo nazionale, considerato che gli areali di molte specie non seguono i confini amministrativi.

- La realizzazione anche di una sola parte delle azioni previste dal piano richiede risorse finanziarie consistenti. Alla luce dell'attuale situazione, le indicazioni relative agli strumenti ai quali attingere i contributi, appaiono, forse necessariamente, generiche e, in molti casi, dubbie. Sarebbe certamente preferibile e più realistico cercare di costruire una specifica misura, da concordare, eventualmente, a livello di fondi strutturali UE.

- Di fondamentale importanza è la strategia della comunicazione. I messaggi educativi dovrebbero comportare particolare attenzione verso le scelte e gli atteggiamenti che contribuiscono a ridurre la biodiversità a livello planetario (evitando sprechi e ricorso a certe materie prime), che non può essere disgiunto da quello nazionale. In tale prospettiva appare essenziale far percepire anche il patrimonio di biodiversità che, negli ultimi decenni, è stato irrimediabilmente perduto.

- Un'efficace politica di tutela della biodiversità (e in particolare degli habitat) potrebbe essere conseguita intervenendo su una normativa che preveda, obbligatoriamente, l'inserimento di uno specifico capitolo nella redazione dei piani a livello provinciale e regionale e, soprattutto, nei piani regolatori comunali.

 

 

IL RUOLO DELLE AREE PROTETTE

- Non sfugge certamente ad alcuno il fatto, molto positivo, che il documento del Comitato conti su un rapporto privilegiato (giustamente non esclusivo) con le aree naturali protette. Alcune di esse (parchi nazionali ma anche regionali) dispongono già di strutture e mezzi adeguati per lavorare nella direzione auspicata. Si tratta di un riconoscimento che si spera venga poi convalidato da opportune direttive e dalla necessaria allocazione di specifiche risorse all'uopo finalizzate.

- Non sono mancate sottolineature che hanno criticato una posizione "parconazionalecentrica" di alcuni articoli (es. a pag. 23 il 5.1.1.1.) ma si può intuire come non fosse compito del comitato scendere in questi particolari, tanto più che, fermo restando l'auspicio che venga fatta maggiore chiarezza sul ruolo delle aree protette regionali (alcune delle quali sono estremamente significative e certamente di interesse nazionale) potrebbero essere le Regioni stesse ad avvalersi delle aree protette da esse istituite per realizzare le direttive ministeriali in tema di tutela della biodiversità.

- L'azione 4.1.1. (pag. 13), riguardante istituzione e gestione di aree protette appare affrontata in modo parziale e comunque debole rispetto alla realtà del problema; probabilmente non è questo il documento nel quale sviluppare un nodo così importante ma sarebbe comunque opportuno evitare malintesi. Sulla classificazione delle aree protette, e sulla necessità di un loro adeguamento alle direttive sottoscritte con accordi internazionali, si dovrà sicuramente ritornare.

- Analogamente, nelle azioni 1.2 e 1.3., il ruolo dei parchi potrebbe essere ribadito e puntualizzato. Fondamentale è inoltre il loro ruolo negli interventi previsti dall'obiettivo 3 (educazione) se solo si pensa all'insostituibile esperienza diretta dei giovani a contatto degli ambienti più prossimo-naturali all'interno delle aree protette. In tal senso ai parchi potrebbe essere attribuito, almeno a quelli rispondenti a certi requisiti, d'ufficio, il ruolo di "Centri per la conservazione della biodiversità in situ".

- Nella pianificazione delle aree protette si può verificare il caso che alcuni obiettivi locali, in sé giustificabili e meritevoli di attenzione, confliggano con obiettivi più generali riguardanti territori più vasti e l'intero sistema nazionale delle aree protette. Il Piano del Parco, che in molti casi, come si può registrare nei fatti, richiede tempi lunghi di elaborazione (e soprattutto di approvazione), potrebbe essere anticipato da un piano stralcio di settore destinato solo alla gestione e conservazione delle risorse naturalistiche. Tale piano sarebbe sicuramente di più facile stesura e approvazione.

 

 

IL PROBLEMA DELLE COMPETENZE

- L'osservazione più evidente che emerge dall'analisi del documento riguarda i soggetti che dovranno curare la gestione applicativa dei numerosi interventi proposti. Che venga istituito un apposito centro presso l'ANPA può rappresentare una soluzione ipoteticamente valida, ma il numero di soggetti e specialisti da coinvolgere per assicurare un funzionamento reale (che non si riduca alla sola gestione di banche dati e alla sperimentazione di congegni e software nel settore informatico) è molto elevato. Si può ipotizzare un lavoro in progress senza troppi vincoli di tempo.

- Poiché la biodiversità coinvolge i più svariati gruppi di organismi viventi (alcuni dei quali non sono stati elencati nel documento, ciò che può dar adito a sottovalutazioni se si pensa che anche le alghe, i muschi e i licheni sono vegetali e che i funghi, oggi considerati un regno a sé stante, svolgono pure essi un ruolo essenziale negli ecosistemi, per non parlare dei molteplici phyla di invertebrati nel regno animale), sarebbe assai più logico che, a livello tecnico, botanici, zoologi, microbiologi, agronomi, genetisti, zootecnici e veterinari, ecc., si occupassero direttamente dei loro specifici settori disciplinari. Non si tratta di ipotizzare deleghe in bianco, o tanto meno di favorire il persistere di condizioni di incomunicabilità e di separatezza, ma appare difficile realizzare nel concreto un valido coordinamento. E' infatti umano e comprensibile che la specifica sensibilità dei responsabili, associata al rischio di concentrare l'azione solo sui settori dove maggiore è la pressione emotiva (cosa che del resto succede anche negli enti parco, dove l'orso e il lupo, anche quando non sono presenti, diventano molto più importanti di anellidi, acari e collemboli, organismi ignorati dai media, che pure svolgono un lavoro fondamentale nella formazione dei suoli) prevalga su esigenze di tutela della biodiversità nella sua accezione più ampia.

- Un ulteriore motivo che consiglierebbe il ricorso a specialisti affidabili concerne la validazione dei dati via via acquisiti. Purtroppo non tutti sono attendibili e, a monte, vi è un problema metodologico di standardizzazione delle tecniche di censimento e di monitoraggio che non devono essere sottovalutate. Soltanto in tempi molto recenti alcuni studi si stanno orientando verso la ricerca di "indicatori biologici" ma si tratta di un settore ancora sperimentale dal quale non ci si deve attendere in modo automatico la soluzione semplificata di problemi che restano complessi. Ciò significa che per una valida lettura dei dati ambientali, soprattutto di quelli naturalistici di base (e il nostro paese è, in molto settori, ancora distante dagli standard centro e nord-europei) è ancora necessario ricorrere a tradizionali metodi di esplorazione e studio del territorio. Fidarsi ciecamente delle moderne tecnologie (tra l'altro molto onerose) di telerilevamento e di altre sofisticate tecniche che evitano il contatto diretto con l'ambiente, potrebbe inficiare seriamente la validità dei dati.

- Poiché una delle premesse per l'organizzazione di un programma di interventi, sia pur minimale, è dato dalla conoscenza di uno stato di partenza (giustamente si parla di inventari, a pag. 3, definizioni, dove, tra l'altro, sembra sia stato dimenticato il livello delle comunità o biocenosi), appare inderogabile che tale lavoro possa essere svolto per settori, delegando alle associazioni, o ad esperti di chiara fama che agiscono sul territorio, e che potranno avvalersi di numerose collaborazioni a livello locale (cosa non facile da gestire madel tutto indispensabile per poter disporre di dati aggiornati), compito di fornire i dati di partenza. Non si mancherà di ricordare che, purtroppo, esistono già archivi di dati (esempio cartografie floristiche e atlanti faunistici) largamente sperimentati che fanno riferimento a diverse coordinate e sistemi cartografici. In tal senso appare importante recuperare progetti di ricerca su vasta scala, già operativi, ad esempio, nell'ambito della Rete Alpina delle Aree Protette e di altri organismi internazionali. In tale settore è opportuno coinvolgere, soprattutto per l'apporto finanziario, il Ministero che si occupa della Ricerca Scientifica.

- La mancanza di alcuni esperti scientifici italiani in occasione di riunioni di comitati in cui sono state approvate direttive europee ha determinato non pochi vuoti e problemi (Bioitaly, Habitat prioritari, Natura 2000), né ci risulta che attualmente il Ministero dell'Ambiente disponga di strutture e personale in grado di svolgere un'efficace azione di coordinamento ed essere presente in modo autonomo nel contesto scientifico in cui si effettuano le scelte di merito. Resta da verificare se l'ANPA sarà strutturata in modo da poter garantire tale ruolo.

- A proposito di competenze e strumenti attuativi, nell'ambito delle iniziative a tutela della biodiversità, si potrebbero prevedere interventi da realizzare con i piani di bacino (ad esempio sulle aree prefluviali e golenali, casse di colmata) o con misure di politica agricola (set-aside, reintroduzione delle siepi e recupero di piccoli biotopi umidi).

 

 

LA CARTA DELLA NATURA

- La Federazione ha già avuto modo di evidenziare la propria posizione sull'argomento che può essere sintetizzato dal documento conclusivo sottoscritto in occasione del convegno di Gargnano del Centro Studi Giacomini, nello scorso mese di ottobre.

- Tutti concordano sul fatto che la Carta della Natura è stata caricata di aspettative eccessive e lo stesso Piano sulla biodiversità ne fa spesso cenno. Per come è stata congegnata e per l'attuale livello di elaborazione, tale riferimento reiterato rischia di diventare un peso e un'occasione di proroga più che un utile supporto.

- Vincolare i programmi di intervento a tutela della biodiversità alle diverse fasi di elaborazione della Carta della Natura, significherebbe rallentare provvedimenti che sono invece urgenti per evitare l'ulteriore compromissione di aree a rischio o di specie, comunità e habitat di particolare valenza. Ciò non toglie che si possa continuare a considerare la carta un valido strumento di raccolta di dati generali e di occasione per esprimere sinteticamente lo stato delle conoscenze nei diversi luoghi dell'Italia e nelle più svariate discipline. Una carta da aggiornare in continuo e da editare solo in particolari circostanze o in relazione a specifiche esigenze (anche di semplice rappresentanza, se del caso) senza la pretesa di aver fotografato una realtà complessa e in continua evoluzione. E ciò a prescindere da problemi di scala che, certamente, sono già stati oggetto di rilievi e quindi noti a tutti i soggetti interessati.

- Partendo dall'ipotesi, molto realistica, che i parchi siano, almeno in buona parte, le aree meglio studiate a livello naturalistico, si conferma la necessità di una rappresentazione cartografica su scala adeguata e la discutibilità di scelte precedenti che li ha di fatto ignorati, sottovalutando un loro concreto e positivo contributo.

 

 

OSSERVAZIONI SU PUNTI E SETTORI SPECIFICI

Le note seguenti non rappresentano certamente in modo esauriente tutte le possibili osservazioni inerenti le singole azioni proposte. In tal senso si auspica che il documento in oggetto presentando gli indirizzi generali (quindi linee programmatiche più che un vero piano esecutivo) e le priorità, non escluda specifici approfondimenti che nei diversi settori disciplinari, aree geografiche o ambiti socioeconomici potrebbero risultare necessari. Il documento finale dovrebbe quindi essere articolato in modo tale da non escludere possibili apporti ed, eventualmente, anche correzioni di rotta nel caso che alcune azioni si rivelino scarsamente praticabili, pur nel rispetto degli indirizzi generali e delle finalità.

Alcune indicazioni riguardano in particolare le risorse forestali.

- Per quanto concerne la tutela dei patrimoni genetici forestali si rileva una probabile sottovalutazione dell'entità del problema. I cenni (ad es., alle pag. 23, 26, 37) non concentrano l'attenzione su un settore che, in seguito alla crisi dell'ex MAF e alla sostanziale liquidazione delle ASFD, necessita di particolare cura ed attenzione. Si lamenta da più parti (per la verità in modo differenziato nelle diverse aree geografiche) un degrado delle azioni a tutela della biodiversità forestale. Nelle azioni previste per la conservazione "in situ" (cap. 4) si potrebbero inserire esplicitamente interventi volti a favorire la difesa, il monitoraggio e l'estensione dei boschi da seme, mentre per quelle "ex situ" (cap. 7) lo studio, la gestione e la diffusione del germoplasma.

- Nell'individuazione di nuove aree naturali protette sarebbe importante riproporre con forza l'opportunità di individuare le cosiddette "riserve forestali", un investimento per il futuro, nelle quali si vieta ogni forma di gestione attiva in modo da poter controllare l'evoluzione dei principali parametri climatici, edafici e biotici.

- Desta qualche perplessità il fatto che si consideri la pianura come l'ambiente elettivo per incentivare l'arboricoltura da legno (azione 5.1.3, pag. 26). Se ciò è comprensibile in molti casi, dato il generale stato di degrado degli ambienti boschivi o agrari planiziali, si tratta di evitare che i residui lembi di apprezzabile valore ecologico (ancorché non completamente naturali, cosa del resto valida per l'intero continente europeo) subiscano ulteriori attacchi e vengano messi a coltura. Le aree boschive di pianura e collina, così come per i fondovalle alpini, sempre più regimati e industrializzati (con purtroppo gravi conseguenze a livello di dissesto idrogeologico) possono diventate importanti corridoi biologici e contribuire anche alla ricreazione e al contenimento dell'espansione urbana. Meritano in particolare di esser riqualificati i boschi della fascia collinare e pedemontana, soggetti in passato a pesanti utilizzazioni ma che stanno recuperando apprezzabili assetti; si tratta di boschi di latifoglie con biodiversità particolarmente elevata e con prospettive, anche produttive, non trascurabili. Si concorda sul fatto che questa risorsa possa diventare, con opportuni investimenti, strategica per l'occupazione e per l'economia del paese, contribuendo anche al miglioramento della qualità ambientale.

- Per quanto concerne i nuovi centri vivaistici per la conservazione del germoplasma, si tratta di indicazioni generiche (es. area padana) che dovrebbero tenere conto sia della situazione delle strutture già esistenti che del ruolo che possono svolgere altri enti interessati all'argomento.

- L'azione 1.3. (pag. 6) prevede giustamente l'utilizzazione dei demani forestali statali e regionali per il monitoraggio permanente della fauna selvatica. E' sperabile che si tratti solo di una indicazione di priorità e non di una soluzione esclusiva. Tali demani, infatti, non coprono in modo sufficiente i diversi tipi di habitat e lascerebbero certamente ampie lacune in alcune regioni. In linea di principio si potrebbero aggiungere, quali aree prioritarie per il monitoraggio, proprio i parchi e le riserve naturali, siano esse nazionali o regionali.

 

Altre osservazioni, da intendere quali contributi costruttivi, riguardano singoli punti del piano:

- Si ritiene che sia quanto meno discutibile la scelta di orientare i piani di tutela mirati (azione 4.1.2. , pag. 14) su specie di facile identificazione. Rinunciare in partenza a operazioni di tutela su singole specie solo perché confondibili con altre simili sembra un criterio debole (gli esempi possono riguardare sia gli animali che le piante). Ciò potrebbe nascondere, ancora una volta, un'operazione tesa a conseguire finalità legate all'apparenza e all'immagine che non al rispetto di priorità scientificamente validate.

- Premesso che non sempre le entità inserite nelle liste rosse sono validi indicatori, resta da valutare l'ipotesi di predisporre diverse liste per i vari tipi di habitat (esempio anfibi e piante acquatiche per biotopi umidi, macroinvertebrati per sorgenti ed acque correnti, ecc.).

- In linea generale sarebbe opportuno che il piano tenesse in maggiore considerazione, nei settori ove gli studi sono già avanzati (è, ad esempio, il caso dell'avifauna) l'esistenza di precisi riferimenti internazionali per quanto concerne la rarità, la vulnerabilità e la valenza ecologica complessiva delle specie.

- L'azione 4.2.1. riveste importanza strategica fondamentale e rappresenta un'occasione storica per inserire un capitolo sulla biodiversità in tutti gli strumenti di pianificazione.

- L'azione 4.3.1., non collegata a specifiche competenze istituzionali sul territorio, rischia di restare, come altre, una buona intenzione sulla carta.

- L'azione 4.3.3. (pag. 19-20) che tratta dei piani di recupero per le specie in pericolo, prevede, oltre alla reintroduzione e al ripopolamento, anche "programmi di introduzione". Ciò appare in palese contrasto con gli obiettivi di tutela della biodiversità ed è scarsamente comprensibile. Si suggerisce di sottolineare in modo esplicito i due diversi tipi di approccio: per specie e per habitat.

- In numerosi punti del documento si accenna a bandi pubblici per le campagne di sensibilizzazione ed altri interventi. E' evidente che si cerchi di rispettare le normative sulle procedure ma non si può evitare di rilevare come tali approcci rischino di diventare così complicati che il lavoro burocratico prevale sui contenuti e drena importanti risorse. In ogni caso si raccomandano soluzioni semplici che evitino di restringere il numero dei partecipanti ai soli gruppi meglio organizzati a livello amministrativo ma non sempre dotati delle necessarie e specifiche competenze.

 

 

CONCLUSIONE

La Federazione Italiana dei Parchi e delle Riserve Naturali, conscia del ruolo che le aree protette rivestono nello sviluppo del paese e nella politica di conservazione del patrimonio biologico, auspica che il Piano per la Biodiversità venga effettivamente varato, tenendo anche conto del contributo costruttivo espresso da questo documento e si dichiara fin d'ora disponibile ad ogni chiarimento ed approfondimento, nello spirito di collaborazione che è necessario per conseguire i fini istituzionali e utilizzare al meglio le risorse disponibili, sia quelle finanziarie che quelle scientifiche ed umane.