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Il documento
I PARCHI IN EUROPA
Avvicinandosi la conclusione dei lavori della Convenzione Europea viene dalle autorità nazionali e dellUnione lappello ai cittadini, a tutti i movimenti e le associazioni, ad intervenire perché la nuova Europa nasca allinsegna della più ampia e diretta partecipazione.
Anche il mondo delle aree protette è interessato a questo impegnativo traguardo e intende dare il suo contributo tenendo conto che proprio il comparto ambientale è tra quelli che hanno maggiormente e positivamente risentito delle politiche comunitarie.
La Federparchi intende avviare un confronto e una riflessione tra i parchi, con le associazioni dei parchi europei, con lUICN, con le istituzioni e in particolare con quelle comunitarie.
1. Verso una politica europea per la natura
Le politiche ambientali degli ultimi lustri hanno fatto emergere due esigenze apparentemente contrastanti: da un lato, lesigenza di radicarle nelle realtà territoriali locali, confrontandole coi problemi, i bisogni, le aspettative e le prospettive di sviluppo delle comunità locali, dallaltro lesigenza di allargarne la scala di riferimento, da quella locale a quella nazionale e, sempre più spesso, internazionale. Entrambe le esigenze riflettono la ricerca di una maggior efficacia delle politiche ambientali: la prima, mediante la loro integrazione nelle politiche di sviluppo sostenibile del territorio ed il coinvolgimento diretto degli attori locali nella gestione delle risorse, la seconda mediante il ricorso a sistemi di controllo e di regolazione in grado di fronteggiare al livello giusto i rischi, le minacce e le pressioni che caratterizzano crescentemente le questioni ambientali. Questo salto di scala sembra ovvio quando si pensa ai problemi variamente connessi col global change (cambiamenti climatici, inquinamento atmosferico) ma è ormai chiaramente avvertito anche nella gestione dei parchi e delle aree protette. Gli operatori dei parchi sono sempre più consapevoli della necessità di affrontare molti problemi di gestione (piogge acide, dissesti idrogeologici, abbandono agricolo e pastorale, sviluppi turistici indesiderati, interventi infrastrutturali devastanti, ecc.) non solo uscendo dai perimetri protetti, ma cercando alleanze e perseguendo strategie ad altra scala, al di là dei confini regionali o nazionali. E quel che già avviene in ambiti transfrontalieri (Alpi Marittime/Mercantour, Gran Paradiso/Vanoise, Espace Mont Blanc, Stelvio/Engadina) o nel sistema appenninico (il Progetto APE, che punta alla valorizzazione complessiva dellAppennino Parco dEuropa). E quello che si sta affermando concettualmente con la proposta dei processi di Conservazione su Base Eco-Regionale (ERCB), di un approccio cioè teso a garantire la conservazione della biodiversità con attività puntuali ma coordinate rispetto ad obiettivi più generali in senso spaziale e temporale. Ma è soprattutto quel che dovrebbe avvenire in ambiti assai più vasti, tendenzialmente continentali o globali, per affermare istanze di qualità ambientale e di conservazione del patrimonio naturale a fronte di processi di cambiamento e di sviluppo che manifestano tutta la loro aggressività a quella scala.
La comunità europea ha dedicato unattenzione crescente ai problemi ambientali, dapprima con politiche settoriali o specifiche (le specie in pericolo), poi tentando di sviluppare politiche di sistema, per la protezione diffusa degli habitat e delle loro interconnessioni. Col programma Natura 2000 del 1992 prende forma lidea di una Rete Ecologica Europea, articolata su tutto il territorio comunitario, costituita da siti ecologicamente significativi ed omogeneamente riconosciuti (ZPS, zone di protezione speciale e SIC, siti dinteresse comunitario) opportunamente interconnessi. Prendono rilievo le implicazioni plurime che la costruzione della Rete presenta nei confronti delle altre politiche comunitarie (prima di tutto quelle incidenti sugli spazi rurali, che costituiscono il principale tessuto connettivo) e si evidenzia progressivamente la dimensione territoriale dei problemi ambientali. La definizione dello Schema di Sviluppo dello Spazio Europeo alla fine degli anni 90 è loccasione per discutere finalmente le interrelazioni che si determinano tra le diverse politiche che convergono sul territorio e sulle loro conseguenze ambientali. Sebbene lo Schema non abbia altro valore che quello di un quadro orientativo, il fatto che esso consideri congiuntamente gli obiettivi della conservazione e gestione delle basi naturali della vita e del patrimonio culturale, della coesione economica e sociale e della competitività equilibrata del territorio europeo gli conferisce un significato politico rilevante. Nello Schema, i problemi di conservazione della natura e il ruolo che in proposito possono svolgere le aree protette si inquadrano nella prospettiva dello sviluppo sostenibile dellintero territorio, confrontandosi coi problemi determinati dai nuovi scenari economici, sociali e culturali, dallespansione e dalla diffusione urbana, dai cambiamenti delle attività agricole e forestali, dallo sviluppo incessante della mobilità e dei trasporti.
Le intenzioni dello Schema di sviluppo dello spazio europeo sono ben lontane per ora dal tradursi in un concreto avanzamento delle politiche di conservazione della natura, per almeno due ordini di limitazioni:
- linadeguata estensione spaziale delle politiche europee, a fronte sia della dimensione mediterranea di molte questioni ambientali, sia delle conseguenze economiche e socio-politiche dellallargamento dellUnione Europea;
- linadeguato coordinamento dei programmi europei con le politiche nazionali per la protezione della natura, in particolare per quanto concerne i sistemi delle aree protette.
Lurgenza di una visione euro-mediterranea per molte questioni ambientali soprattutto per quelle che interessano lItalia - sembra incontrovertibile, per una molteplicità di ragioni. Lattualità politica non manca di segnalare quotidianamente le strette connessioni che si vanno definendo tra i problemi di vita e di sviluppo dei paesi rivieraschi ed i problemi ambientali dei paesi europei. Tali connessioni sono al centro dellattenzione del Mediterranean Action Plan fin dal 1975. Nella revisione del 1995 (MAP II), gli obiettivi di protezione ecologica non soltanto chiamano in causa le responsabilità dei paesi europei che vi si affacciano (basti pensare ai carichi inquinanti da essi riversati) ma si saldano agli obiettivi dello sviluppo sostenibile. Nello sforzo congiunto per avviare un riequilibrio ecologico che offra basi sicure allo sviluppo ed al miglioramento della qualità della vita di tutti i paesi mediterranei (ed in particolare di quelli ancora in via di sviluppo) il ruolo dei paesi europei, segnatamente Spagna, Portogallo, Francia e Italia, è determinante sia sotto il profilo delle pressioni ambientali da essi generate sia sotto il profilo delle risposte che essi sono in grado di fornire. Fra queste vanno considerate anche le aree protette, scarsamente presenti nella maggior parte dei paesi dellarco meridionale e relativamente abbondanti nei paesi europei (che raccolgono circa il 90% delle aree protette complessivamente presenti nei paesi mediterranei). Sebbene si preveda una crescita significativa del contributo dei paesi emergenti nei prossimi anni, è chiaro il ruolo preminente dei paesi europei ed in primo luogo dellItalia che, mentre occupa una posizione periferica nel contesto europeo, ha invece una posizione centrale rispetto al bacino mediterraneo. Posizione che richiama daltronde uno straordinario complesso di relazioni storiche, economiche e culturali e che appare tanto più strategica in quanto si consideri il ruolo della rete fluviale e dei principali sistemi montuosi ai fini del riequilibrio ecologico sia del bacino mediterraneo che del continente europeo: basti pensare (come indica il Progetto APE) allAppennino come una grande greenway, un ponte che allaccia larco mediterraneo al cuore dellEuropa. Una situazione che porta lItalia a sollecitare una politica di coinvolgimento, anche sui temi della conservazione della natura, dei paesi del nord africano, così come si è cominciato a fare nellattuazione di alcuni programmi comunitari, segnatamente Interreg.
La prospettiva dellallargamento dellUnione sembra a sua volta destinata ad accentuare sensibilmente la situazione attuale di scarso coordinamento tra le politiche di protezione poste in atto dai diversi paesi europei. Anche allinterno dellattuale spazio comunitario, infatti, mentre la costruzione della Rete Ecologica Europea è ancora un vago programma, lindividuazione dei siti controllati dallUnione non ha in alcun modo interagito con le politiche di protezione nazionali, in particolare con listituzione, la classificazione e la gestione delle aree protette previste dalle legislazioni nazionali. Ciò è tanto più preoccupante in quanto queste ultime non solo presentano una maggior incidenza spaziale ed ospitano in larga misura al proprio interno i SIC e le ZPS, ma soprattutto hanno, in generale, carattere assai più integrato e funzioni più complesse. Inoltre non va sottovalutato il fatto che la parte più consistente, in termini di copertura del territorio, delle aree istituite sulla base delle legislazioni nazionali, è costituita da parchi o altri tipi darea dotati di una propria, relativamente autonoma, autorità di gestione, che costituisce una soggettività territoriale in grado di influenzare sensibilmente i processi di decisione nei contesti interessati, orientandoli verso gli obiettivi conservativi.
La mancanza di coordinamento delle politiche di protezione che si avverte non solo tra i paesi europei, ma anche allinterno dellUnione, rende difficile la stessa confrontabilità delle esperienze, delle regole e delle iniziative.
2. Parchi ed aree protette: una ricchezza comune.
Grandi sono la vastità e la varietà del patrimonio di aree protette istituite in base alle legislazioni nazionali nei 33 paesi europei: 32.504 aree che coprono 70.511.239 ettari, pari al 14,1% del territorio complessivo. Di queste aree fan parte 712 parchi naturali (nazionali o regionali) che coprono 27.249.963 ettari, pari al 5,5%, 9.289 paesaggi protetti che coprono il 6,3%, 20.209 riserve naturali che coprono il 2,3%, 2.294 monumenti naturali ed altre aree protette che coprono meno dello 0,1%. Questa notevole consistenza è il frutto di una crescita spettacolare negli ultimi trentanni; una crescita che non accenna a scemare e che, in particolare, ha portato a più che decuplicare il numero e la superficie complessiva dei parchi naturali.
Per effetto di questa crescita il patrimonio europeo di aree protette presenta oggi una invidiabile varietà di situazioni. Siamo di fronte ad uno splendido mosaico di risorse e di paesaggi, che almeno in parte riflette la straordinaria diversificazione naturale, economica e culturale del territorio europeo, fondamento della sua biodiversità e ricchezza comune da gestire per il benessere delle attuali e delle future generazioni.
Nonostante lincertezza e la fluidità dei quadri conoscitivi per ora disponibili a livello europeo, sembra di poter affermare che la diversificazione degli apparati legislativi, dei quadri istituzionali e delle politiche di protezione che si osserva o si intuisce tra i diversi paesi e le diverse regioni trova solo parziale giustificazione nella diversificazione delle condizioni ambientali e dei contesti politici e culturali. Sembra quindi esservi un ampio spazio per tentativi di armonizzazione che consentano di confrontare con conoscenza di causa le diverse esperienze e di favorire iniziative comuni per la valorizzazione del patrimonio ambientale.
3. Dalle isole ai sistemi
A dispetto della diversificazione sopra richiamata, è oggi possibile osservare alcune importanti convergenze ed alcune problematiche ricorrenti nelle politiche europee di conservazione della natura e di gestione delle aree protette. Il tema di fondo che sembra accomunarle nasce dalla crisi dei rapporti tra le isole di protezione e il territorio che le ospita, e dalla conseguente improrogabile necessità di avviare politiche di sistema. Il fatto che questo tema abbia acquistato centralità nelle esperienze e nei dibattiti europei dellultimo decennio ha tre principali spiegazioni, che possono avere peso diverso nei diversi paesi:
a) la crescente consapevolezza dellinadeguatezza delle azioni di tutela interne alle aree protette, a fronte delle nuove pressioni, interferenze e minacce che hanno origine nelle aree contigue. In molte (non tutte) delle regioni europee, questa inadeguatezza è accentuata dalla piccola dimensione (39.000 ettari in media) e dallirrazionalità dei confini, frutto di defatiganti compromessi tra interessi contrastanti, che le espongono ai rischi dellinsularizzazione ed in particolare della perdita di biodiversità;
b) la tendenza a trar profitto dalla valorizzazione di risorse e paesaggi di particolare qualità per promuovere lo sviluppo economico e sociale delle comunità locali. Questa tendenza è stata particolarmente forte nellesperienza dei parchi regionali, spesso localizzati in territori perdenti (per declino demografico, marginalizzazione economica, indebolimento delle culture locali) in cui tale valorizzazione viene considerata come unopportunità insostituibile;
c) la confusione di competenze e responsabilità tra le autorità di gestione delle aree protette e le istituzioni locali per il governo del territorio. Anche quando le legislazioni nazionali accordano ai piani e alle decisioni delle suddette autorità una sorta di primato (come tipicamente in Italia con la L.394/1991 che attribuisce ai piani dei parchi il compito di sostituire ogni altro piano) i poteri locali possono interferire con piani e decisioni concernenti il contesto e viceversa.
La prima conseguenza di quanto sopra è che sempre più nei paesi europei si fa strada una nuova concezione dei rapporti tra le aree protette soprattutto i parchi e il territorio, che porta a intrecciare politiche di protezione e politiche di sviluppo, ad allargare sistematicamente lattenzione a contesti ambientali assai più ampi delle aree protette, a complessificare i processi decisionali e gestionali coinvolgendo le istituzioni e gli attori locali. Prendono rilievo i comportamenti cooperativi (in linea, peraltro, con le raccomandazioni dellUnione Mondiale della Natura per la gestione cooperativa delle risorse) e si profilano nuove forme di pianificazione concertata o di compact planning tra una pluralità di soggetti istituzionali. Si elaborano nuove proposte (fra le quali quella riguardante lEcoregione Mediterraneo) applicative dei processi di Conservazione a base Eco-Regionale, concepiti come strumenti indispensabili ad affrontare il tema della biodiversità in area vasta, secondo i principi fondamentali della biologia della conservazione. La diffusione recente, nelle esperienze innovative di pianificazione dei parchi, della pianificazione strategica va in questa direzione, mentre rimane aperta, nel panorama europeo, la scelta tra strumenti di pianificazione specifici dei parchi e strumenti di pianificazione generale a livello regionale (o di bioregioni) che ne incorporino le istanze di gestione e protezione.
Una seconda conseguenza della crisi dei rapporti tra parchi e territorio riguarda le reti di connessione. Fin dallinizio degli anni 90 il concetto della Rete Ecologica Europea è stato chiamato in causa per contrastare la perdita e limpoverimento degli habitat e per assicurarne linterconnessione, consentendo o facilitando i movimenti di migrazione e dispersione e alleviando i rischi di riduzione della biodiversità. Le visioni avanzate su questa base concettuale hanno messo in evidenza il ruolo delle grandi componenti strutturali, quali:
- i grandi sistemi montuosi,
- i grandi sistemi fluviali,
- le fasce costiere,
- i grandi sistemi semi-naturali, in primo luogo le foreste.
Nellanno della montagna che si è appena concluso, non sono mancate, nelle sedi più diverse, sollecitazioni per la valorizzazione integrata dei sistemi montuosi, spina dorsale della costruenda rete europea. Non va dimenticato che essi, nel panorama europeo, costituiscono già oggi luoghi di addensamento delle aree protette (con unincidenza spaziale tre volte superiore a quella degli altri territori) immerse in ampie fasce continue di elevata biopermeabilità. LItalia può dare in proposito un contributo di enorme importanza, poiché le Alpi e gli Appennini non solo costituiscono due dei principali sistemi montuosi europei, ma assicurano insieme il raccordo tra larco mediterraneo e il cuore dellEuropa. Diversa la situazione dei sistemi fluviali e delle fasce costiere, tuttora assai poco tutelati nei paesi europei (anche in Italia, la fascia del Po è per ora adeguatamente tutelata solo nel tratto piemontese e nel Delta), oggetto di pressioni ed appetiti particolarmente intensi.
Nelle esperienze e nelle riflessioni che si sono sviluppate in Europa sulla scia delle prime proposte per le reti ecologiche, la concezione di partenza è stata spesso contaminata od arricchita. Nelle concrete situazioni di molti contesti europei caratterizzate da unelevata densità di relazioni e solidarietà paesistiche, culturali, economiche e sociali - è in effetti difficile pensare a reti di connessione che svolgano una funzione puramente biologica. Non è un caso che, prima ancora che si coltivasse il concetto delle reti ecologiche, sia stato avanzata in Francia dalla Commissione Pisani lidea di una rete nazionale di spazi naturali pensata soprattutto in funzione della fruizione sociale. Di qui il ricorso sempre più frequente a concetti più ampi e comprensivi, come quelli di reti ambientali o di infrastruttura ambientale che evocano (non senza qualche ambiguità) il carattere multifunzionale delle reti e lesigenza di restituire connettività complessa ai sistemi territoriali, in trasparente analogia con gli scopi tradizionalmente assegnati alle reti funzionali e dei trasporti.
Il concetto di infrastruttura ambientale implica la considerazione integrata di valori naturali e culturali, con approcci che non solo vanno oltre ai parchi per interessare lintero territorio, ma che vanno anche oltre la tradizionale contrapposizione tra natura e cultura, emblematicamente riflessa negli opposti stereotipi del parco naturale e della città storica. Al centro dellattenzione si colloca allora il concetto di paesaggio. La tutela e la gestione del paesaggio stanno assumendo un ruolo crescente nelle politiche per i parchi europei e soprattutto per quelle che mirano ad integrarli nel loro contesto ambientale. Ciò naturalmente riflette la ricchezza di valori paesistici dei territori europei ed in particolare dei parchi europei, a non pochi dei quali lUnesco ha già attribuito la qualifica di paesaggi culturali facenti parte del patrimonio mondiale dellumanità. E in effetti la definizione che lUnesco dà dei paesaggi culturali sembra poter coprire una vasta gamma dei paesaggi presenti nei parchi europei o attorno a loro: il che profila una possibile più vasta applicazione della categoria dei paesaggi protetti anche in quei paesi, come lItalia, che non lhanno finora introdotta nel proprio ordinamento.
Lenfasi sui paesaggi culturali sembra tuttavia destinata a lasciar spazio ad una considerazione più ampia e radicale dei valori paesistici, quale quella affermata dalla Convenzione Europea del Paesaggio, predisposta dal Congresso dei poteri locali e regionali del Consiglio dEuropa. Secondo la Convenzione, infatti, il paesaggio è non soltanto il prodotto evolutivo della continua interazione tra fattori naturali e antropici, ma anche una componente essenziale del quadro di vita delle popolazioni, lespressione della diversità del loro comune patrimonio naturale e culturale e il fondamento della loro identità. E questa concezione si applica allintero territorio, includendo non solo i paesaggi di particolare valore (come appunto i paesaggi culturali tradizionalmente intesi) ma anche quelli della quotidianità e dellordinarietà o persino del degrado. Lattenzione si sposta così, dai paesaggi culturali significativi, al significato culturale che tutti i paesaggi presentano, in modi diversi che richiedono misure diverse di protezione, gestione e pianificazione. E in questa più ampia cornice concettuale che le politiche del paesaggio possono fruttuosamente interagire con le politiche dei parchi nel contesto europeo.
4. Conclusione
Da quanto detto emerge a nostro avviso chiaramente che in questi anni in tutta Europa, sia pure con ovvie differenze tra paese e paese, è andato sempre più affermandosi un ruolo forte dei parchi che ha trovato significativo riconoscimento nelle diverse legislazioni nazionali e regionali e nelle politiche di bilancio. I parchi sono stati sempre più e giustamente considerati un soggetto speciale per le finalità che esso persegue e per il ruolo che può svolgere a livello di integrazione delle varie politiche settoriali che anche la comunità non riesce oggi e gestire in maniera adeguata come risulta da numerosi documenti.
Proprio per questo motivi appare più evidente la disparità di trattamento, per così dire, tra le legislazioni e politiche nazionali riservate ai parchi che ne riconoscono pienamente la specialità e e le politiche comunitarie che invece limitano questo riconoscimento sostanzialmente solo ai SIC e ZPS. E pur vero che anche numerosi parchi nazionali e regionali in questi anni si sono efficacemente avvalsi di programmi e progetti comunitari Habitat in primis, ma è altrettanto innegabile che i parchi come tali non sono soggetto specifico e mirato di questi programmi nei vari settori della politica comunitaria.
Ciò dunque che oggi appare urgente in vista dei nuovi impegnativi traguardi della nuova Europa, e per la piena attuazione degli obiettivi generali indicati dal Sesto Programma dAzione Ambiente 2010: il nostro futuro, la nostra scelta, è che la comunità consideri i parchi alla stessa stregua delle varie legislazioni nazionali e regionali che debbono essere armonizzate come avviene del resto già per molti settori. Il che non significa naturalmente che lunione debba sovrapporsi in alcuna maniera o forma gerarchica alle discipline nazionali e alle loro modalità istituzionali di gestione. Vuol dire però che il Parlamento, e la Commissione debbono registrare questa discrasia perché le finalità da perseguire nella conservazione della biodiversità e dello sviluppo ecosostenibile siano armonizzate a livello europeo anche mediante atti e documenti come è già avvenuto per altri settori anche a carattere ambientale e nei quali sia espressamente riconosciuto e valorizzato il ruolo dei parchi europei.
Febbraio 2003.
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