Parks.it
Il Portale dei Parchi Italiani

Arenzano, 12 settembre 2003
Seminario sul tema:

L'informazione e la comunicazione delle Aree Protette

Relazione introduttiva di Luigi Bertone

Come sapete questa relazione avrebbe dovuto essere svolta da Mariano Guzzini che per un impegno improvviso ha dovuto molto a malincuore rinunciare al nostro incontro. Scuserete quindi se il poco tempo a disposizione per la preparazione mi costringerà a parlare “a braccio” e ad usare a volte argomentazioni sommarie e scarsamente documentate.

E’ in corso in questi giorni a Durban il V° Congresso Mondiale dei Parchi. Un appuntamento di grande rilievo, caratterizzato dalla presenza, insieme a quasi 3.000 delegati di 140 Paesi, di personalità di grande statura internazionale (Nelson Mandela, la Regina Noon di Giordania, Kofi Annan). Salvo che per le due pagine di “La Repubblica” in Italia i media non ne hanno parlato.
Sappiamo tutto della museruola ai pitbull ma niente di quel che si discute in un grande consesso circa politiche che investono il 10% della superficie del pianeta.
Un esame a campione della stampa europea dice che la situazione non è solo italiana. Chi conosce poi un poco la situazione dei parchi europei, sa che l’attenzione dei media per il loro lavoro non è molto grande e che i parchi stessi non eccellono per capacità comunicative (per addetti, strumenti, risorse) rivolte al grande pubblico. Un viaggio tra i siti internet disponibili lo conferma senz’altro. La recente assemblea di Europarc, tenutasi in Norvegia è stata del tutto trascurata dalla stampa (persino norvegese). Il provincialismo, lo scarso amore per i temi della conservazione non sembrano quindi elementi esclusivi di casa nostra.

Questo riferimento ad una situazione internazionale non è destinato ad occultare il problema italiano. Serve ad inquadrarlo in una difficoltà-criticità generale. Di cui però in Italia abbiamo consapevolezza e discutiamo – in questo caso per l’iniziativa degli amici del Parco del Beigua, che ringraziamo - sapendo inserirla in una prospettiva che tiene conto dell’insieme delle condizioni, a partire da quelle istituzionali.
L’informazione e la comunicazione sono infatti da qualche tempo considerate parte integrante delle attività istituzionali. (Da non confondersi con l’educazione ambientale, attività specifica indirizzata principalmente al target delle persone in formazione). Gli organizzatori dell’incontro di oggi, nell’introduzione all’invito, fanno esplicito riferimento all’atteggiamento dell’Unione Europea, che pretende comunicazione per tutte le attività e i progetti che finanzia. E’ giusto. Come è giusto ricordare che l’Italia dà per acquisito questo aspetto, tanto da aver introdotto nella legislazione norme che regolano alcuni aspetti dell’attività di comunicazione istituzionale: le relazioni con il pubblico, la composizione degli uffici stampa, le pubblicazioni.
Partiamo allora da qui nel valutare la comunicazione delle aree protette: dalla considerazione che la comunicazione istituzionale è per tutte le istituzioni un fenomeno recente e in evoluzione e i parchi, che sono fra le istituzioni italiane le più giovani, stanno compiendo le loro esperienze le quali, come è logico, risultano essere in alcuni casi più avanzate rispetto a quelle di altri, in altri meno.

Nell’incontro odierno cercheremo di verificare – con l’aiuto dei nostri interlocutori, con l’illustrazione di alcune esperienze, con la sottolineatura degli elementi di eccellenza e di quelli critici – a che punto siamo.
E’ una verifica che la Federparchi fa periodicamente, anche se l’ultimo appuntamento ad essa dedicato è ormai dell’aprile del 2001, in occasione del Convegno di Portonovo. Avrebbe potuto essercene un altro - noi lo attendevamo con ansia – esattamente un anno fa, nell’ambito della Seconda Conferenza nazionale delle Aree Protette di Torino. Ma là la comunicazione (a parte quella che si poté fare direttamente nello spazio espositivo) fu trascurata. Non se ne parlò proprio, con l’eccezione dell’accenno che vi fece il sottosegretario, nell’intervento conclusivo, per annunciare che la situazione sarebbe cambiata, che “avrebbe parlato il Ministero”, cioè che la comunicazione sulle aree protette sarebbe stata appannaggio diretto della struttura ministeriale e non più soggetta “all’invadenza” delle associazioni ambientaliste. Venne subito il sospetto che si trattasse soprattutto di una questione di denaro. Sospetto confermato dal fatto che all’annuncio è seguito il silenzio. Ulteriore dimostrazione che la comunicazione non è solo questione di mezzi: occorre avere qualcosa da dire e bisogna sapere come dirlo!

Ma torniamo a noi. Il fatto che questi appuntamenti di riflessione siano periodici, con molti interlocutori che potremmo definire “fissi”, mi consente di lasciare sullo sfondo, come acquisite, considerazioni generali o teoriche - riguardanti ad esempio il rapporto tra informazione e comunicazione, lo stato dell’informazione in Italia (tema che in questo periodo dominato dal conflitto d’interessi ci porterebbe molto lontano), il tasso di lettura dei nostri concittadini, il livello e le capacità degli operatori e così via – per venire immediatamente al sodo dei processi in corso nel nostro mondo e fornire un quadro alla nostra discussione odierna e alle esperienze che verranno presentate. Chi volesse però recuperare questi elementi così come sono stati affrontati nell’ultimo incontro (“Parchi stampati e non solo…”) di Portonovo, potrà farlo consultando gli atti pubblicati sul nostro sito.

Concentrerò l’attenzione su quattro aspetti, che furono segnalati come i principali elementi critici della situazione della comunicazione delle aree protette in tutte le nostre precedenti discussioni: il cattivo rapporto con la stampa “generalista”, l’insufficiente formazione degli operatori, la lacunosa integrazione di sistema, l’assenza di un’editoria dedicata alle aree protette. Erano, questi, elementi ancora insoddisfacenti di un insieme che pure si caratterizzava per dinamismo e crescita continua, espressi da una rivista (“Parchi”) ormai anziana e molto utile, da un numero considerevole di giornali dei parchi o dei sistemi regionali (con punte di vera eccellenza come “Piemonte Parchi”), da un sito internet affermato e che viaggiava oltre il milione e mezzo di visitatori l’anno, da una newsletter di Federparchi con più di 2.000 abbonati. Erano elementi considerati critici per una possibilità di sviluppo adeguato alle necessità di conoscenza e considerazione del nostro mondo, alla ricchezza dell’esperienza che si andava accumulando, al bisogno di consenso e partecipazione da parte dell’opinione pubblica.

Per quel che riguarda il rapporto con la stampa generalista si era messa a fuoco la schizofrenia tipica della comunicazione di quei media – secondo cui “il parco” è un buon soggetto solo in occasione di disastri ambientali o come luogo favoloso e dalle immagini patinate -, schiavi dei luoghi comuni ma sostanzialmente caratterizzati da disinteresse o superficialità. Ma si era anche concluso che una parte della responsabilità era da ricercarsi proprio nel mondo dei parchi: nell’assenza di una strategia comunicativa (cioè della diffusa sottovalutazione del problema), di strumenti adeguati (in primo luogo di strutture come gli uffici stampa), di professionalità specifiche (tra gli incaricati a svolgere attività di comunicazione). In particolare si sottolineò che questi due ultimi aspetti erano propri tanto dei singoli parchi che della loro associazione.

Riguardo all’aspetto della formazione si era notato che troppo poco si stava facendo per portare a consapevolezza i responsabili e gli operatori della comunicazione dei parchi della necessità e della possibilità, con opportuni strumenti, di evitare gli eterni ostacoli all’appetibilità delle loro produzioni: l’eccessivo “tecnicismo naturalistico” che allontana il pubblico dei non addetti ai lavori; il linguaggio “burocratese” che allontana gli stessi addetti ai lavori; la pura propaganda, che non assolve se non in modo assai parziale al bisogno di informazione e divulgazione.

In riferimento all’integrazione sistemica tra i diversi strumenti a disposizione, si prese nota dello scarso travaso di contributi dal livello locale a quello nazionale e viceversa, con due conseguenze entrambe nocive. La prima è che spesso le singole attività di comunicazione si trovano ad agire in una sorta di vuoto o, meglio, come se dovessero sostenere da sole il peso derivante dalla necessità di comunicare l’intera “rete”, conquistandosi lo spazio oltre l’indifferenza e i luoghi comuni. La seconda è che ciascuna azione rischia di compiere le stesse esperienze e dunque anche gli stessi errori commessi già da molti altri, perdendo tempo e sprecando energie e risorse.

Infine, con l’assenza di un’editoria specializzata sui temi delle aree protette, si lamentava la limitata disponibilità di stimoli alla riflessione, alla promozione di un dibattito esteso, al collegamento con altri rami della produzione culturale e scientifica. In altre parole: si metteva in luce la marginalità della questione “aree protette” rispetto alla crescita e dunque all’identità culturale del Paese.

Ciò che oggi dobbiamo esaminare è cosa sia cambiato in questi due anni e se sia cambiato in meglio o in peggio. Io mi avventuro a dire che qualcosa è certamente cambiato e in meglio anche se, come vedremo, molto rimane da fare e può essere fatto.
Seguirò lo stesso schema utilizzato fin qui e partirò dunque dall’esame dei rapporti con i principali mezzi di comunicazione. In questo campo ci sono da registrare alcuni passi avanti. E’ aumentato senz’altro il numero dei parchi con strutture “dedicate”, spesso con veri e propri uffici stampa. Non posso fornire numeri certi, ma a giudicare dai comunicati che si ricevono e dai contatti che si determinano credo di poter dire che sono più di una trentina gli addetti stampa in servizio. La stessa Federparchi può ora contare, anche se in forme non continuative e limitatamente agli eventi più rilevanti, su di un addetto stampa professionista.
E’ raddoppiato (da uno a due) il numero delle agenzie stampa specializzate sui temi ambientali e dei parchi: alla Dire si è ora affiancata Il Velino.
La newsletter di Federparchi si è diversamente strutturata ed è di fatto divenuta un servizio quotidiano di agenzia che indirizza le comunicazioni dei gestori di aree protette oltre che ad un pubblico generico di interessati che lo richiedono – e che è giunto a sfiorare le 5.000 unità – ad una platea di alcune centinaia di giornalisti.
L’attenzione delle reti televisive e radiofoniche è aumentata e si è anche un po’ qualificata, grazie ai contatti stabiliti con le redazioni, contatti possibili per la realizzazione di iniziative di carattere nazionale (la “Giornata” europea, Mediterre ecc.) o per i contributi a trasmissioni finalmente non solo estemporanee ma anche inserite in cicli in grado di rappresentarci al di là del singolo episodio.

Sul piano della formazione si è iniziato a lavorare, con un primo seminario di una giornata tenutosi a Roma e rivolto agli addetti in servizio presso i parchi e con alcuni brevi stages (richiesti per ora solo da operatori piemontesi) dedicati all’uso del sito internet. C’è a questo riguardo da sottolineare che altri si stanno muovendo e stanno investendo nel settore: alcune Facoltà universitarie hanno istituito corsi specifici, alcune associazioni promuovono attività formative anche di notevole livello, come il corso intitolato a Laura Conti che Legambiente organizza ormai da tre anni in collaborazione con il Parco nazionale dell’Aspromonte (e di cui ci parlerà l’amico Fontana nel pomeriggio).

Sulla strada di una maggiore e migliore integrazione tra tutti gli strumenti in campo voglio ricordare che la rivista “Parchi” ha da tempo avviato e poi irrobustito la rubrica Tam Tam, che rilancia gli articoli locali più significativi sul piano nazionale; che alcuni giornali locali (pochi, purtroppo, e solo in occasioni delle iniziative nazionali che ho ricordato) hanno iniziato a diffondere notizie dalla “rete”; che il lavoro di agenzia di cui ho parlato prima si è anche diversificato e, attingendo alle comunicazioni dei singoli parchi, è riuscito a sviluppare flussi settimanali di notizie riguardanti pubblici definiti interessati all’escursionismo, ai concorsi o agli appalti, alle attività di volontariato. E infine che è stata introdotta, dal gestore tecnico del sito, un servizio di “numero verde” per il pubblico (attivabile naturalmente solo per gli enti che si fanno carico dei costi) che rappresenta a mio avviso un formidabile strumento di comunicazione a disposizione di tutti.

L’editoria specializzata ha visto l’avvio, grazie a Federparchi, della collana degli “E-Quaderni” scaricabili dal sito. Cinque titoli, per ora, di cui quattro della stessa Federparchi e uno della Federazione Pro Natura, ma con risultati sorprendenti e certo difficilmente raggiungibili con edizioni cartacee (che, intendiamoci, sono sempre le benvenute, se di qualità) se si considera che il primo titolo è stato ad oggi scaricato da quasi 5.000 lettori.
E vorrei parlare di un altro avvenimento editoriale che si segnala per la sua novità: la pubblicazione della “Guida alle Aree protette dell’Emilia Romagna” da parte del Touring Club Italiano e della stessa Regione. Si tratta di un lavoro che segna un vero e proprio salto in avanti per quel che riguarda l’integrazione delle aree protette nella comunicazione attraverso i canali più potenti e conosciuti e ai più alti livelli di qualità editoriale.

Per riassumere: passi in avanti ce ne sono stati, anche nei settori più critici. E tutto ciò mentre l’esistente – che già giudicavamo positivo - si ampliava e mentre si rafforzavano altri importanti servizi.
Ci sono stati in questi due anni dei nuovi nati tra i giornali “locali” o regionali. Ve ne sono stati di telematici (“L’informafiume” del Po Alessandrino, “Un Po di notizie” di quello Cuneese, per esempio, ma molte sono anche le newsletter elettroniche) e di cartacei. Tra questi ultimi voglio ricordare Toscanaparchi, Panorami del Parco del Gran Sasso, la nuovissima “Parks” della Provincia di Bolzano e Blu Mare, originale iniziativa di La Nuova Ecologia e delle Riserve marine.

C’è poi stata la nascita della rivista on line “Il giornale dei parchi”, sforzo editoriale importante, che riafferma una peculiarità e un primato della nostra associazione nell’uso delle risorse informatiche. Il giornale presenta dati di lettura (172.000 visite, 32.000 ripetitive, 2.100 lettori abituali) che è naturalmente difficile giudicare in mancanza di raffronti e di esperienze precedenti.

E’ continuata costante e ininterrotta la crescita del sito che, arricchitosi come ho detto di nuovi servizi e di sempre aggiornata documentazione, è giunto a toccare ormai la media di circa 300.000 visitatori al mese e viaggia verso i 20 milioni di pagine consultate all’anno. Abbiamo già altre volte sottolineato il significato di numeri simili ai fini di una comunicazione “di sistema” per stare a indugiarvi oltre. Basterà dire solo che i parchi, attraverso il loro sito, hanno conquistato uno share superiore all’1% del pubblico italiano di internet.

Abbiamo infine implementato le nostre attività con una iniziativa che è insieme servizio e strumento di comunicazione: la rassegna degli articoli dedicati alle aree protette dalla stampa quotidiana, che rendiamo disponibile a cadenza settimanale su pagine speciali de “Il giornale dei parchi”. Si tratta di un ricchissimo patrimonio di informazioni a disposizione di tutti ma si tratta anche di una fonte utilissima dalla quale ricavare elementi di giudizio sulla situazione complessiva del mondo dei parchi e della loro percezione da parte del mondo dell’informazione stampata “generalista”.
E una considerazione è già possibile: sono lontani i giorni in cui lamentavamo che gli articoli dei quotidiani dedicati ai parchi si potessero contare, in un anno, sulle dita di una mano. Oggi ci vogliono, ogni giorno, più delle due mani per contare i “pezzi” riservati alle aree protette.

Ecco comunque descritti i passi avanti compiuti in due anni. A mio parere si può per essi parlare in generale di una realtà in espansione, di un quadro di complessivo successo, per quanto lontano dall’esprimere tutte le possibilità. Possibilità alle quali voglio ora riferirmi, per vedere cosa ancora possiamo fare, e contribuire a fare, per crescere ulteriormente.

Un criterio, banale quanto si vuole ma sacrosanto, occorre seguire per determinare alcune possibili azioni per il futuro della comunicazione delle aree protette: si cresce tutti se si cresce insieme.
Ecco perché il primo elemento al quale lavorare al più presto è un “piano nazionale” per la comunicazione dei parchi. Certamente esso dovrebbe essere un tassello di un più ampio e indispensabile “piano nazionale per le aree protette” che la Federparchi rivendica da sempre, ma non è oggi il caso di stare a parlarne. E’ il caso di insistere qui sull’idea di un piano per la comunicazione, che costituisca riferimento e sintesi per la conoscenza e l’immagine che si trasmette ai nostri cittadini. Noi abbiamo avanzato proposte in questo senso al Ministero, con contenuti adeguati alla realizzazione di materiali uniformi, di una rete tra i centri visita, di merchandising utile allo scopo, di pubblicazioni mirate a definire il “sistema”. Non è ovviamente detto che le nostre proposte siano le migliori, e nemmeno che siano necessariamente buone, ma un piano ci vuole e sarebbe bello che le istituzioni collaborassero per produrlo in fretta.

Occorre ancora insistere sulla formazione degli operatori, moltiplicando i momenti di incontro, realizzandoli in modo decentrato e, soprattutto, indirizzandoli anche agli amministratori che sono i primi responsabili da cui discendono le scelte di comunicazione e che devono essere convinti e preparati alla loro importante missione. Anche per la formazione sono però necessari strumenti nuovi e in questo senso ha grande importanza un progetto di e-learning – insegnamento a distanza -, il cui contenuto dovrebbe essere lo sfruttamento di tutte le potenzialità del nostro sito, al quale stiamo lavorando con i colleghi francesi e che vorremmo finanziato da un recente bando dell’Unione Europea.

E poi bisogna continuare sugli strumenti dell’integrazione, che è la funzione primaria della nostra associazione. Accrescere l’impegno per legare i giornali e i loro autori, per unirli in una ideale grande redazione, che trovi sbocco soprattutto nella rivista, ma che sia utilizzabile anche nel sito.
A proposito della rivista “Parchi” devo informare che il sodalizio con l’editore Maggioli, durato alcuni anni e dal quale attendevamo risultati migliori per quanto riguarda la diffusione e le risorse a disposizione, si scioglierà a partire dal prossimo anno. Pensiamo che una gestione diretta, più legata alla vita dell’associazione – ad esempio con forme di collaborazione con i parchi predefinite e con collegamenti degli abbonamenti alle quote di adesione – potrà far sentire tutti più vicini alla pubblicazione, con risultati positivi tanto nei contenuti che nella distribuzione.

Infine è necessario lavorare allo sfruttamento di tutte le potenzialità che il sito ci offre e che a mio avviso siamo lontani dall’utilizzare pienamente. L’esempio che voglio fare è quello del numero verde al quale ho già accennato come ad una novità di questo ultimo periodo, oggi utilizzata solo da qualche amministrazione. Un unico numero verde nazionale, che fornisce informazioni (e che mole di informazioni: tutte quelle contenute nelle diecimila pagine del sito!) sull’intero universo delle aree protette, rappresenterebbe un potentissimo mezzo di comunicazione, l’immagine più diretta e immediata dell’esistenza del sistema, un unicum nel panorama mondiale. Un risultato ottenibile con costi quasi irrilevanti, se raffrontati alla portata della realizzazione.
Approfitto per suggerirne la sperimentazione, per la Regione Liguria, all’assessore Orsi che è stato poco fa così gentile e disponibile nei confronti delle sollecitazioni che Parco e Provincia gli hanno rivolto. Non lo propongo certo in concorrenza con un eventuale giornale cartaceo, che sarebbe il benvenuto. Lo dico perché l’attivazione del numero verde risponderebbe ad un’altra e diversa necessità e sarebbe tra l’altro un cospicuo contributo al funzionamento dei parchi, che verrebbero alleggeriti del peso dell’attività di informazione che devono garantire ad un pubblico sempre più numeroso ed esigente.

Per concludere: mi sembra che stiamo avanzando verso un sistema adulto anche sul piano della comunicazione. Una realtà che si sta creando il proprio spazio, facendo pesare la propria consistenza e scegliendo iniziative e attività promozionali di notevole rilievo. Ma soprattutto operando con sempre maggiore capacità nell’attuazione delle proprie finalità istituzionali.
Dei parchi si parla anche per la vita che fanno e per i risultati che ottengono, non più solo per i disastri ambientali che li minacciano. Un esempio? Quello degli incendi, estesissimi e numerosissimi, dell’estate. Ebbene, dei parchi si è parlato sui media meglio e più a ragion veduta rispetto alle analoghe crisi degli anni precedenti. Si è cominciato a distinguere tra situazione e situazione, a dare cifre – evidentemente provenienti da fonti finalmente informate e attive – sulla portata reale dei danni. Qualcuno ha cominciato a dire che là dove opera un parco c’è un servizio migliore e un danno più limitato. Altri hanno persino indicato utili modelli operativi, come quello del Parco dell’Aspromonte, e responsabilità più precise di quelle generiche solitamente utilizzate.
Voglio aggiungere un altro elemento. Ho fatto prima riferimento agli articoli della rassegna stampa quotidiana. Qualche amico, commentandone il contenuto alcuni giorni fa, sottolineava come spesso siano articoli che danno conto di battaglie politiche di non grande spessore: rivolte alla rivendicazione di qualche presidenza o alla denuncia di qualche sgarro istituzionale. Gli ho fatto notare, scherzando solo a metà, che anche questo fa parte della vita delle istituzioni e che anche questo è dunque un segnale dell’integrazione dei parchi nella ordinaria vita istituzionale del Paese. Della loro uscita dall’infanzia mediatica.
Oggi, grazie anche al nostro lavoro, al lavoro di tanti, si dà maggiormente e meglio conto della realtà dei parchi. E questo in fondo è il nostro compito di comunicatori: “dare conto” della realtà per quella che è e fornire qualche strumento per la sua interpretazione.