2002 Anno Internazionale delle Montagne

Il contributo delle aree naturali protette per la difesa e il rilancio della montagna


Dopo gli "Stati Generali della Montagna", celebrati a Torino lo scorso settembre e nella prospettiva del 2002, "Anno Internazionale delle Montagne", La Federazione Italiana dei Parchi e delle Riserve naturali intende richiamare l'attenzione del Governo, del Parlamento, delle Regioni e degli Enti locali (Province, Comuni, Comunità Montane) sul ruolo positivo che le aree naturali protette possono e intendono svolgere nel delicato passaggio che attende la montagna italiana e le aree montuose del pianeta.
A questo proposito occorre favorire la maggiore visibilità possibile della straordinaria ricchezza naturalistica, di biodiversità, paesaggistica e culturale presente proprio nei sistemi montuosi, e della ormai insopprimibile esigenza di una maggiore attenzione alla preservazione e alla conservazione di questo immenso patrimonio della umanità e alla sua fruizione corretta e razionale. Non sempre è stata invece prestata questa dovuta attenzione al rispetto degli equilibri naturali, determinando così la compromissione idrogeologica del territorio, la scomparsa di foreste e di specie animali e vegetali, con le note conseguenze negative anche sul piano sociale ed economico e l'abbandono, da parte dell'uomo, delle attività tradizionali della montagna.
Non si può poi dimenticare, in questa occasione, come molte attività dell'uomo, in nome di un malinteso senso del progresso, abbiano causato un po' in tutto il mondo, e specificamente nel nostro Paese, non lievi danni alla natura della montagna con interventi non programmati e speculativi, le cui conseguenze negative vengono tragicamente testimoniate dagli avvenimenti luttuosi degli ultimi anni, che si ripetono ormai a scadenze regolari. Ma forse si è ancora in tempo per recuperare: l'Anno Internazionale delle Montagne può rivelarsi l'occasione migliore, da non perdere, specialmente per il nostro Paese, per promuovere il recupero e il riscatto di interi territori marginali ed emarginati a causa di errori e politiche sbagliate.
Si tratta di una sfida che può essere vinta solo con il comune concorso di tutti gli enti pubblici chiamati, ognuno per la parte di competenza, a dare il loro contributo affinché le terre alte mantengano da un lato le loro specificità, dall'altro escano da suggestioni di autarchia che rischiano di trasformare pretese di autonomismo in pericoloso autismo.
Il ruolo delle aree naturali protette può risultare determinante, anche per le iniziative e le attività che sono capaci di mettere in campo e per i programmi che, grazie alla loro esistenza che in alcuni casi appare essere territorialmente strategica, sono in condizione di stimolare e incoraggiare persino quale laboratori e centri di sperimentazione di progetti innovativi e sostenibili.
Tutto ciò tenendo decisamente conto che la conservazione della natura non è un lusso, ma una esigenza etica fondamentale e una priorità ormai non più discutibile, da cui possono però scaturire interessanti opportunità per l'uomo, nelle specifiche attività della montagna, quali il turismo leggero e di qualità, l'agricoltura tipica, l'allevamento tradizionale, l'artigianato artistico. Anche se, purtroppo, nei documenti preparatori degli Stati Generali della Montagna, non appare adeguatamente considerato, con la dovuta evidenza, il tema del rapporto ambiente-sviluppo.
Non si può ignorare che i parchi e le aree protette rappresentano a livello planetario, come nazionale, una realtà istituzionale e una risorsa fortemente presente nelle aree montane. Da tempo il sistema dei parchi, in linea con la "territorializzazione" delle politiche ambientali fortemente raccomandata dalla Conferenza Mondiale sull'ambiente di Rio de Janeiro (1992), si propone di armonizzare le azioni a tutela della risorsa ambiente con le attese, i bisogni, le capacità e le potenzialità delle varie realtà territoriali, con il più largo concorso di tutti i soggetti interessati.
Si tratta di mettere in atto una nuova prospettiva di collaborazione e cooperazione, l'unica in grado di garantire sia un'azione efficace per la conservazione delle risorse naturali e il miglioramento delle condizioni ambientali, sia la partecipazione delle comunità coinvolte, rafforzando il ruolo dei poteri locali in stretta concertazione interistituzionale con quelli di area vasta, per produrre forme efficienti di "governance" del territorio che, nel caso delle aree naturali protette assume un carattere speciale e perciò di notevole valenza in quanto in grado di arricchire e rafforzare l'operato complessivo delle istituzioni. L'esperienza dei parchi, che possono costituire e in parte già costituiscono la rete di una vera cooperazione istituzionale, può rivelarsi molto utile e produttiva.
E' in questo modo che si può affermare un federalismo solidale in cui la sussidiarietà non diventa motivo di separazione, né tanto meno di contrapposizione, tra i vari livelli istituzionali, ognuno dei quali deve riferirsi all'altro per poter efficacemente affrontare le funzioni attribuitegli.
Rifiutare questa prospettiva di intenso scambio non farebbe altro che condurre all'isolamento localistico prima istituzionale, poi inevitabilmente sociale, economico e culturale, con l'unica conseguenza di portare le piccole comunità della montagna a languire progressivamente sino allo spegnimento. Sarebbe un fallimento annunciato, causato dal miope convincimento di bastare a se stessi. Come dimostrato in molti casi, i parchi sono invece riusciti a fare riemergere identità territoriali e intere aree dall'anonimato, per proiettarle in una più ampia dimensione nazionale e internazionale.

Nell'epoca della globalizzazione la montagna ha bisogno di confronto e di incontro, in cui una dimensione locale forte è necessaria, non però per rinchiudersi nei suoi confini ma per aprirsi, in senso geografico e anche istituzionale, per inserirsi in una dimensione che guarda alle Province, alle Regioni, allo Stato, all'Europa.

All'Europa si chiede perciò di meglio definire norme e programmi, perché i suoi interventi prendano in maggiore e più specifica considerazione la specialità del ruolo delle aree protette montane che possono essere strumenti concreti per sperimentare su scala ampia l'autosviluppo sostenibile.
Proprio a questi orizzonti hanno guardato le politiche dei parchi e della Federazione Italiana dei Parchi e delle Riserve Naturali, che li rappresenta, ad esempio nel momento in cui, perseguendo l'obiettivo dei sistemi ambientali disegnato con la legge 426 e in sintonia con la Rete Ecologica Europea, ha lanciato e sostenuto il Progetto APE (Appennino Parco d'Europa) e si sta adoperando perché analoghi strumenti di intervento possano estendersi alle Alpi piuttosto che alle coste o alle isole.
Il modello di APE, con il coinvolgimento di tutti gli enti territorialmente interessati e le associazioni che li rappresentano, potrà diventare la stella polare cui guardare con fiducia per il conseguimento delle sostenibilità dello sviluppo. Un obiettivo che può essere perseguito dalle aree montane per uscire dalla marginalità attraverso la valorizzazione delle risorse culturali e ambientali di cui dispongono.

Allo stesso modo vanno colte le occasioni che si presentano per costruire comuni politiche di governo degli spazi europei. A questo proposito la Convenzione delle Alpi rappresenta, insieme alla Carta Europea delle Regioni di Montagna, un potenziale punto di riferimento di assoluto valore strategico nel disegnare il riequilibrio e il rilancio dell'arco alpino.
La Rete Alpina dei parchi e delle aree protette può senza dubbio rappresentare un primo strumento di intervento e di attuazione della Convenzione, mettendo a disposizione un patrimonio di conoscenze e una struttura reticolare che sul territorio ha da tempo definito percorsi di politiche ecosostenibili a salvaguardia dell'ambiente e a vantaggio delle popolazioni residenti.

E' evidente che, da sola, la politica delle aree naturali protette non esaurisce la domanda di futuro che viene dalle aree montane internazionali e nazionali, né può essere l'unica risposta. Tuttavia è senza dubbio una presenza radicata e condivisa nonché una suggestione forte, capace di dare consapevolezza del proprio valore alle popolazioni locali, mantenendone la tradizione e l'identità, pur senza sottrarle al confronto con l'innovazione e alla sperimentazione di vie che liberino la montagna dal doppio deleterio stereotipo del folclore etnografico e dell'assalto turistico spersonalizzante.
Tra la bruma della nostalgia rinunciataria e l'abbaglio della speculazione consumistica, sotto i riflettori dell'Anno Internazionale delle Montagne deve emergere la terza montagna, quella di una realtà che può diventare vincente.
Con questo auspicio la Federparchi è disponibile ad ogni azione che, al di là dell'evento simbolico, e alla sua conclusione, possa lasciare segni tangibili sul territorio, per un futuro delle nostre montagne nuovo e innovativo.


FEDERPARCHI - Novembre 2001