Federparchi
Federazione Italiana Parchi e Riserve Naturali


PARCHI
Rivista Parchi:
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Rivista del Coordinamento Nazionale dei Parchi e delle Riserve Naturali
NUMERO 9 - GIUGNO 1993


Editoriale
Le turbolenze del Ministero dell'Ambiente (e non solo quelle politico-governative) che sembrano ormai convivere stabilmente con inspiegabili immobilismi, sono andate accentuandosi, specialmente sul fronte dei nuovi parchi nazionali.
I decreti di perimetrazione provvisoria e le ordinanze sulle norme di salvaguardia dei nuovi parchi previsti dalla 394 hanno ovunque provocato proteste e critiche, mortificato istituzioni e forze sociali chi i parchi li vogliono, fornendo di contro, su un piatto d'argento, argomenti e pretesti insperati a chi invece le aree protette, da sempre, le osteggia. Trovare una plausibile spiegazione percomportamenti tanto autolesionisti risulta peraltro quanto mai arduo. Come si può pretendere di perimetrare aree protette di dimensione americana, superiori in taluni casi ai 200.000 ettari, senza tenere conto, anzi ignorando ostentatamente, proposte e ipotesi avanzate da Regioni, Enti locali, associazioni ambientaliste e poi applicarvi vincoli uniformi come se le vette delle montagne presentassero gli stessi problemi e caratteristiche di un centro abitato o delle attività agro-silvo-pastorali. E tutto questo senza neppure provvedere a insediare, in conformità allo spirito e alla lettera della legge, gli organi di gestione del parco.
Se poi a provvedimenti così palesemente provocatori, tanto più imperdonabili perchè ripetono su una scala più ampia e generalizzata errori già commessi e pesantemente pagati con i parchi nazionali della prima generazione, non a caso ancora tutti privi dell ente di gestione, si fanno seguire frettolose e non meno contraddittorie e pasticciate misure di rappezzo, non ci si può stupire che migliaia di cittadini, cacciatori in testa, scendano in piazza a manifestare contro i nuovi parchi.
Non si rimedia infatti a sbagli così gravi e grossolani promettendo" a Comuni e Province, come fa il decreto del Ministero dell'Ambiente del 12 febbraio, finanziamenti per progetti o opere previsti dall'art.7 della 394, i quali, in mancanza di un qualsiasi piano del parco, finirebbero ancora una volta per disperdere, e quindi sprecare, preziose risorse.
Tra tanti guai, per fortuna, dobbiamo registrare anche una buona notizia: l ex Ministro dell'Ambiente (Ripa di Meana) ha annullato, dopo ripetute sollecitazioni parlamentari e una raffica di contestazioni della Corte dei Conti, il decreto con il quale si elargivano" 18 miliardi per studi di pianificazione dei nuovi parchi ai "soliti ignoti".
Una forte sollecitazione critica al Ministero dell'Ambiente, perchè abbandoni la strada degli atti "unilaterali" concepiti e gestiti burocraticamente e metta mano agli strumenti operativi e di programmazione previsti dalla 394, è venuta in due significative occasioni dalle Regioni che prima a Torino (il 3 febbraio) e successivamente al Parco dell'Etna (il 12 marzo) si sono riunite per mettere a punto rilievi e proposte contenute in due documenti di cui diamo notizia in altra parte della rivista.
La mano tesa" delle Regioni al Ministero dell'Ambiente risulterà naturalmente tanto più importante e valida se le Regioni riusciranno, per quanto le riguarda, a superare diffusi e rimarchevoli ritardi nel conformarsi alle scadenze della legge 394.
Al momento sono ancora soltanto due le Regioni che hanno ottemperato alla legge, ma altre, per fortuna, sono sulla strada buona. Toscana, Marche, Liguria, per citare quelle di cui siamo a conoscenza, hanno definito proprie proposte di legge, sulle quali è in corso la consultazione che ci auguriamo possa concludersi presto e positivamente.
Nel passato la presenza degli Enti locali, ed in particolare dei Comuni, alla gestione dei parchi regionali (per i vecchi parchi nazionali la situazione era totalmente diversa) veniva assicurata generalmente e prevalentemente dall'ente consortile, al quale si ricorreva d'altronde in tantissimi altri casi.
Oggi con le leggi 142 e 394 le cose sono notevolmente cambiate e il consorzio non rappresenta più la forma di gestione valida per mille usi. Per i parchi in particolare la partecipazione degli Enti locali deve seguire altre strade, attraverso le quali le rappresentanze negli enti di gestione devono essere designate collegialmente e non più separatamente, a mezzo delle comunità del parco. Le quali, a loro volta, essendo composte solo" dai sindaci e dai presidenti delle Province, sono chiamate non solo a vigilare' sull'ente, ma a predisporre il piano economico, vale a dire lo strumento finanziario di attuazione del piano del parco.
Nel primo caso gli Enti locali devono agire, diversamente dal passato, nel senso che le designazioni non sono volte ad assicurare la presenza del rappresentante del 'proprio" ente, ma la delegazione di "tutti" gli enti.
Deve essere sempre più chiaro a tutti che i compiti assegnati dalla legge nazionale e dalle leggi regionali ai parchi, a cominciare dal piano del parco, sono tali da richiedere agli Enti locali una capacità di confronto e di dialogo con l'ente gestore del parco che non può evidentemente esaurirsi in una velleitaria pretesa di "mediazione" attraverso il 'proprio" rappresentante. Ciò vale per i Comuni, le cui scelte di pianificazione dovranno sempre più misurarsi" nel merito con il piano del parco, superando antiche separatezze e spesso contrapposizione di ruoli, e vale per le Province, i cui nuovi compiti, specialmente in materia di pianificazione, dovranno riuscire ad evitare il più possibile cesure pericolose tra aree interne ed esterne alle aree protette.
Non abbiamo preso in considerazione, tra le ipotesi gestionali previste dalla legge, lo strumento del consorzio obbligatorio; intanto perchè di "nuovo" sembra avere assai poco, ma soprattutto perchè esso era e rimane un vero e proprio "oggetto misterioso, una sorta di "sarchiapone" istituzionale di cui nessuno finora ci pare sia riuscito, e neppure abbia tentato, di spiegare cosa è e, ciò che più conta, come possa funzionare.
Per concludere sul punto, vorremmo infine ricordare, a conferma della necessità di guardare ai problemi della "rappresentanza" negli organi di gestione degli enti, quanto è previsto per la composizione degli esecutivi comunali o provinciali dove è possibile, e in taluni casi obbligatorio, ricorrere a persone non elette, così come ormai la legge stabilisce che anche rappresentanze non elettive sono chiamate ad assumere responsabilità di amministrazione della cosa pubblica (associazioni ambientaliste, eccetera).
Capita sempre più di frequente anche nei dibattiti, sovente accesissimi, sulla istituzione dei nuovi parchi, e persino in realtà assai meno vergini", di riascoltare vecchissimi motivi e argomentazioni sui "danni" e i 'pericoli" di imbalsamazione insiti nella protezione, come se il tempo si fosse fermato.
Può dipendere questo soltanto da una insufficiente informazione, da una difficoltà a spiegare che i parchi di oggi sono altra cosa rispetto all'immagine stereotipata del vecchio parco tutto vincoli?
C'è indubbiamente anche questo, e del resto i decreti di cui parlavamo contribuiscono in maniera formidabile a rilanciare e riproporre purtroppo vecchi stereotipi.
E' questo "contesto" che oggi fatica, stenta a delinearsi, ad assumere contorni e connotati più chiari e persuasivi.
Alcune battaglie che hanno segnato la politica della protezione nel nostro Paese avevano dei precisi punti di riferimento culturale: si pensi al primo Incontro di Camerino (1980). Un libro come quello di Giacomini, "Uomini e parchi", ha rappresentato per anni un indispensabile e prezioso strumento di guida e di confronto, una fondamentale chiave di lettura e di interpretazione per studiosi, operatori, tecnici della protezione.
Oggi che la politica delle aree protette esce dalla "precarietà' normativa, entra a tutti gli effetti nella legislazione nazionale e regionale, c'è più di ieri bisogno di dare un respiro culturale, e se la parola non disturba anche ideale e "strategico" a questo sforzo perchè la politica di tutela non si riduca; ed è un rischio reale e serio, a mera vicenda "amministrativa", che interessa tutt'al più un pò di addetti di un settore.
Invece il dibattito su questi temi, quando c è, appare sfrangiarsi, piluccare ora qui ora là piuttosto confusamente e casualmente. Il libro di Stefano Ardito sulla Wilderness, ad esempio, ha suscitato discordi valutazioni soprattutto riguardo alla opportunità di indicare al grande pubblico gli angoli più nascosti e selvaggi" che residuano nel nostro Paese. Perchè, ci si è chiesti da più parti, fornire una guida per gli ultimi paradisi ai nuovi barbari"? Pochi però si sono interrogati su come anche la tutela di quel poco di incontaminato, o meglio di "privo" della presenza dell'uomo, che resta nel nostro Paese e che sta giustamente a cuore agli adepti di quella strana filosofia nata in America il secolo scorso", la Wilderness appunto, possa trovare in una rinnovata concezione della protezione e dei parchi più efficaci risposte.
La mera "assenza" dell uomo da un territorio non è infatti di per sè un valore; può essere, anzi, come spesso è nella realtà del nostro Paese, un evidente segno di degrado", di abbandono.
La scomparsa, o più esattamente l'espulsione, del pastore e della pecora da certi territori può costituire sempre un buon esempio" di rinaturalizzazione? O la difesa delle attività agro-silvo-pastorali di cui parla oggi la legge-quadro rappresenta un impegnativo e difficile obiettivo al quale si può tendere soltanto mettendo in campo discipline scientifiche, strumenti e mezzi economici e sociali che sappiano interagire e raccordarsi?
Si torna così a quel nodo di fondo di cui parlavamo e sul quale abbiamo cercato di attirare l'attenzione del lettore.
Una politica di protezione oggi che sia in grado, come è indispensabile, di giocare un ruolo non marginale in quello sforzo a cui sono chiamati tutti i Paesi con una economia in sempre più diretta e distruttiva competizione con l'ambiente, ha bisogno infatti di "motivazioni", di scelte e di sostegni forti e consapevoli e non di pochi nostalgici fans.
Ecco perchè non basta gestire bene una legge che pure, come abbiamo visto, è già impresa tutt'altro che facile.