Federparchi
Federazione Italiana Parchi e Riserve Naturali


PARCHI
Rivista del Coordinamento Nazionale dei Parchi e delle Riserve Naturali
NUMERO 18 - GIUGNO 1996


La tutela delle Alpi: pianificazione, aree protette, numero chiuso?
Valter Giuliano *

Tra qualche mese un enorme viadotto sfregerà per sempre la visione del Monte Bianco dal versante italiano. Per gli amanti della montagna, ma non solo per quelli, si spezzerà un incanto durato secoli e la montagna, simbolo della storia dell'alpinismo, perderà irrimediabilmente una fetta non trascurabile del suo fascino. Il più alto crocevia d'Europa si appresta così a divenire, per contro, il simbolo di una pressione umana al limite del sopportabile.
Il traffico su gomma, che già oggi soffoca la Valle d'Aosta - con una media di oltre 2.700 passaggi giornalieri da Monte Bianco e Gran San Bernardo, e con punte di 4.000 passaggi al giorno per il solo Bianco - è destinato ad aumentare, secondo gli esperti, sino a una media di 3.500 passaggi medi al Bianco nel 2010, data che ne segnerà la definitiva saturazione.
Questo accadrà anche perché Svizzera e Austria hanno deciso di sbarrare le loro valli alpine e le strade che le percorrono al traffico dei Tir, salvandole dal soffocamento e rispettandone la loro vocazione turistica.
Allora Monte Bianco e Frejus si accolleranno tutto l'inquinamento dei bisonti della strada.
Cosa non da poco, visto che già oggi circolano attraverso le Alpi 90-100 milioni di tonnellate di merci (il 60% su gomma) e 200 milioni di persone (1'89% su gomma).
Ma il traffico non è che uno dei problemi che le regioni alpine si trovano a dover affrontare.
Non meno preoccupante è, ad esempio, la pressione esercitata dal turismo, che ogni anno attira nelle vallate alpine oltre 1/4 del flusso turistico mondiale.
Un movimento che registrava 50 milioni di visitatori nel 1938, e che oggi sfiora cifre che li superano di oltre dieci volte.
Per rimanere ancora al Monte Bianco, allarmano i dieci milioni di turisti che negli ultimi quarant'anni sono saliti alle alte quote con le funivie aggrappate a rocce e ghiacciai.
Traffico e turismo sono due dei sintomi più preoccupanti della cattiva gestione dell'arco alpino.
Per salvarle non è più sufficiente programmare parchi e riserve naturali.
Non a caso l'Anno europeo per la conservazione della natura che si sta concludendo e che si è svolto, almeno nel nostro Paese, un po' in sordina, ha avuto come motto ispiratore "salvaguardare la natura al di fuori delle aree protette". Un intento che va nella direzione di un prossimo futuro nel quale la programmazione degli usi del territorio dovrà tenere conto, inevitabilmente, di parametri certi e definiti, sia pure in una generale elasticità che ne permetta la concreta applicazione, tali da consentire paradossalmente di fare a meno dei parchi e delle riserve naturali, almeno così come concepiti oggi.
Significherà, allora, che un passo decisivo sarà stato fatto sulla strada dello sviluppo sostenibile ed ecocompatibile.
Ma questa prospettiva è davvero ipotizzabile o appartiene al nostro immaginario? Questa è la prima domanda che ci poniamo. Cui fa subito eco una seconda: se così non sarà, se l'uomo non saprà rivedere radicalmente - e quando uso questo termine intendo alla radice e con radicalità - i suoi comportamenti e la sua concezione di sviluppo, ci sarà un futuro per il nostro pianeta? O meglio, per la presenza della nostra specie su questo pianeta?
Ma torniamo al tema iniziale e circoscriviamolo al territorio alpino, ove il concetto di "sviluppo sostenibile" compare sin dalla "Mountain Agenda" e dunque ben prima della Conferenza mondiale sull'ambiente di Rio de Janeiro '92 che ne ha sancita la necessità di applicazione universale. A tre anni dal vertice dell'Onu, in cui allo sviluppo sostenibile è stata data la lettura di miglioramento della qualità della vita senza compromissione dell'equilibrio degli ecosistemi che le stanno alla base, ci si interroga se il concetto di sostenibilità debba per forza di cose tenere sempre e comunque conto dell'utilizzo delle risorse, o non si possa invece prendere in considerazione il fatto che lo sviluppo ecosostenibile non possa invece prevedere anche il non utilizzo, il "non agire", liberamente scelto per consentire alla natura un libero evolversi. E dunque prevedere spazi liberi di natura selvaggia, accogliendo le tesi del movimento che si batte per la costruzione di una rete di "aree wildemess". Anche se il concetto statunitense che sta alla base dell'idea wildemess non è certo applicabile nel Vecchio Continente, caratterizzato da un'estesa antropizzazione che di fatto ha storicamente occupato tutti gli spazi disponibili.
E' però necessario seguire la filosofia del concetto di wildemess perché ciò consentirebbe di sottrarre alcune aree a un progressivo processo di "domesticazione", salvaguardando e incentivando il patrimonio di variabilità biologica degli ecosistemi naturali e favorendone la naturale evoluzione.
Ma torniamo al concetto di sostenibilità che dobbiamo applicare alle regioni alpine e a un fenomeno, quale quello della loro crescente frequentazione, che è destinato a entrare inevitabilmente in campo stante da un lato la progressiva trasformazione strutturale della nostra società verso la terziarizzazione, e dall'altro la sempre maggiore disponibilità di tempi di vita non occupati con il lavoro. Per non parlare dell'applicazione delle nuove tecnologie che potrebbero favorire un reinsediamento nei territori alpini, le cui ricadute possono sì essere positive, ma possono altresì comportare qualche rischio non trascurabile a seconda dei diversi possibili orientamenti in materia di nuove forme di utilizzo del territorio e dell'ambiente. Lasciamo da parte le questioni legate all'impatto sempre maggiore del transito attraverso la catena alpina che porta con sé interrogativi sul bilancio costi (inserendovi quelli ambientali e sociali)/benefici.
Riflettiamo sui dati di frequentazione attuali delle Alpi che parlano già da soli in modo molto chiaro. Ogni anno più di 120 milioni di turisti trascorrono le vacanze o i fine settimane sulle Alpi. Rappresentano, come detto, un quarto del turismo mondiale e a suo supporto stanno oltre 4.000 chilometri di autostrade, 6.000 chilometri di percorsi stradali internazionali e più di 16.000 chilometri di strade locali. Ogni anno vengono percorsi oltre 100 miliardi di chilometri sulle strade alpine. E' facile intuire che i livelli di sopportazione per l'ambiente, ma anche per gli abitanti, è ormai ampiamente superato.
Il trend, in ascesa, è confermato anche per il nostro Paese dove ormai oltre il 28% degli italiani sceglie la montagna come mèta per le vacanze.
Le Alpi, secondo l'autorevole Uicn (Unione internazionale per la conservazione della natura), il più delicato e fragile ecosistema europeo, sono a livello di collasso ed è necessario intervenire al più presto per sottrarlo a un progressivo strangolamento.
In altre occasioni abbiamo già affrontato i pericoli che questo afflusso comporta se non programmato e soprattutto governato. Abbiamo messo in evidenza che addirittura attività considerate pienamente compatibili con il corretto utilizzo dell'ambiente naturale possono in realtà trasformarsi in minacce quando divengono di massa.
Abbiamo ricordato alcuni temi centrali del dibattito sul futuro del sistema alpino che rendono, crediamo, non del tutto peregrina la domanda che fà da sfondo a questo nostro incontro.
Iniziative, abbiamo detto, sono già state messe in atto da Paesi confinanti con il nostro sia nel campo del traffico pesante sia in quello degli accessi ai centri alpini. Altre sono allo studio.
Ogni estate Cortina si interroga sull'assalto delle auto private che ne portano i livelli di inquinamento atmosferico a dimensione metropolitana. E dal centro mondano l'interrogativo rimbalza in tutte le vallate alpine dolomitiche che si chiedono perché non sia importabile anche in Italia il modello svizzero - pensate al caso di Zemmatt ove si arriva in treno e dove circolano solo veicoli elettrici - o austriaco, con i Teler Bus pronti ad accompagnare, in albergo o all'attacco dei sentieri, turisti ed escursionisti. Una notizia positiva viene dalla Regione autonoma Valle d'Aosta dove è in discussione un disegno di legge che in qualche maniera, attraverso misure di tassazione, dovrebbe contingentare il traffico attraverso quel territorio. E' peraltro significativo che il principio, la motivazione, di quella iniziativa legislativa parta proprio dalla necessità di salvaguardia del territorio e dell'ambiente alpino.
Qualcosa si sta muovendo anche nelle aree protette, soprattutto per evitare pressioni massicce su ecosistemi delicati. Non mancano esperienze di numero chiuso, dal Trentino (Parco Adamello Brenta) alla Toscana (Parco dell'Uccellina).
Insieme al Parco nazionale Gran Paradiso e agli Enti locali interessati stiamo valutando quali iniziative assumere, ad esempio, per una corretta gestione del traffico in arrivo all'altopiano del Nivolet dove la pressione dell'afflusso turistico motorizzato non è più compatibile con il primario compito di tutelare l'ambiente. Ma probabilmente occorre pensare a forme di dissuasione anche nei riguardi dei frequentatori più sensibili delle aree protette, per evitare che determinati habitat subiscano gli effetti di un assalto che, anche quando è mosso dalle migliori intenzioni, non è meno dannoso per le loro componenti ecologiche.
E qui sarebbe interessante approfondire se allo scopo siano più efficaci divieti o non forse tecniche guidate di persuasione che di fatto autosalvaguardino quelle aree.

* Assessore risorse naturali e culturali, Provincia di Torino