Federparchi
Federazione Italiana Parchi e Riserve Naturali


PARCHI
Rivista della Federazione Italiana Parchi e delle Riserve Naturali
NUMERO 25 - OTTOBRE 1998
 

Quale eccellenza?


E' sempre più frequente il ricorso in vari campi delle attività pubbliche ma anche in quelle private del termine 'eccellenza'.
Dipenderà forse dal fatto che in molti casi l'insoddisfazione per come funzionano tanti servizi è tale per cui è sempre più sentita l'esigenza di risposte finalmente 'eccellenti'. Fatto sta che l'uso e soprattutto l'abuso del termine rischia di creare confusione più che aiutare a individuare le soluzioni migliori per i tanti problemi aperti.
Ed è appunto quello che sta accadendo per le aree protette. Il ministro Ronchi intervenendo a fine Settembre ad una iniziativa nazionale del PDS sui parchi introdotta da Stefano Maestrelli, ha sostenuto che per i parchi, vista la situazione complessiva la quale, a suo giudizio, per responsabilità soprattutto dei parchi regionali, non si presenta affatto buona, si deve puntare alla realizzazione di alcuni qualificanti punti di 'eccellenza'.
Queste aree sono - inutile dirlo - i parchi nazionali i quali pur presentando anch'essi nell'insieme un bilancio per il momento insoddisfacente, potrebbero però essere messi nella condizione di 'brillare' nel panorama nazionale, se non si aspetterà, ad esempio, di fare i piani come previsto dalla legge che richiedono chissà quali tempi, e si metterà mano invece a operazioni e interventi 'stralcio' mirati e circoscritti.
Questa impostazione, è bene dirlo subito, non è condivisibile perché basata su giudizi errati che la rendono pericolosa e velleitaria al tempo stesso. E innanzitutto assolutamente sbagliato il giudizio sulla situazione dei parchi regionali i quali non è vero che sono nella maggior parte dei casi gestiti direttamente dalle regioni.
Ad eccezione infatti della provincia di Bolzano tutti i parchi regionali sono gestiti da enti o consorzi così come prevede la legge 394 e, già prima, numerose leggi regionali.
Almeno su questo non dovrebbero esserci dubbi perché fanno testo le leggi vigenti che chiunque può senza troppa fatica verificare.
Ma è anche pericolosa perché ancora una volta tende a collocare i parchi regionali in una condizione di marginalità e di isolamento rispetto al 'sistema', rendendoli sempre più vulnerabili, esponendoli ad operazioni di ridimensionamento già in atto o previste in alcune regioni.
Il disinteresse nazionale verso questo tipo di parchi ancorché motivato da giudizi che non rispondono alla effettiva realtà delle cose, potrà soltanto depotenziare l'impegno di chi si sentirà retrocesso in serie B, anziché essere chiamato in forza anche della sua storia e della sua esperienza a dare un contributo indispensabile alla costruzione di un vero e funzionante sistema nazionale di aree protette.
E' singolare e sconcerta, ad esempio, che proprio nel momento in cui si prende atto che i nuovi parchi nazionali sono ancora privi di un piano e che perciò si deve in qualche modo rimediare, si dimentichi che circa 1'80% dei parchi regionali ha adottato o approvato il proprio piano.
Così si ignora che vi è oggi una valida sponda anche per i parchi nazionali i quali possono non partire da zero, sempre che ovviamente - come invece purtroppo sembrerebbe - non si consideri l'esperienza pluriennale dei parchi regionali, in questo come in altri campi, priva di valore e ininfluente sulle scelte generali che oggi tutti i parchi sono chiamati a fare.
Ma questa impostazione è anche velleitaria e destinata al fallimento perché considera sufficiente (e possibile) per realizzare una politica nazionale la costruzione di qualche punto di eccellenza. Ora si da il caso che in Italia più che in altri paesi a noi vicini, per le note vicende politico istituzionali che hanno portato in una prima fase alla istituzione specialmente al centro-nord di una rete di parchi regionali, e successivamente al centro-sud di una rete di parchi nazionali, la distinzione cara al ministro tra parchi nazionali e regionali produce una seconda separazione di tipo geografico, perché i parchi nazionali risiedono soprattutto al sud. Insomma, ammesso che si tratti di una strada perseguibile avremmo comunque una 'eccellenza' dimezzata, riservata cioè soltanto ad alcuni parchi e solo in una parte del paese.
Come si vede l'impostazione del ministro appare in ogni caso tale da risultare asfittica, incredibilmente riduttiva, tutt'al più buona per mostrare qualche isolato esempio destinato però a non 'pesare' in nessuna delle grandi scelte di politica nazionale. Se il problema per il nostro paese (ma è così anche per gli altri) fosse stato semplicemente quello di mostrare qualche punto di 'eccellenza', sarebbe bastato essere un po' più generosi con i 'vecchi' parchi storici. Ma le regioni prima e lo stato dopo si sono resi conto anni fa che questo ormai sarebbe servito a poco, perché quel che occorreva era una 'nuova' politica di protezione da realizzare su una più ampia superficie di territorio estesa a tutto il territorio nazionale, ma soprattutto capace di mettere in rete 'tutti' i nodi del sistema a prescindere dalle caratteristiche istituzionali, ambientali e dimensionali di questi 'nodi'. Tutto l'incontrario insomma di una politica di eccellenza circoscritta a pochi 'attori' circondati da una folla di parchi 'comparse' destinati ad arrangiarsi e vivacchiare.
Gli effetti negativi di questa politica che guarda a pochi 'gioielli' di famiglia da accudire paternalisticamente sono facili da prevedere visto che se ne avvertono già taluni effetti. Il più paradossale è senz'altro questo: il ministro ricorda e sottolinea spesso la crescita della superficie protetta nel nostro paese che si sta avvicinando ormai al fatidico 10%. In questo conteggio sono comprese ovviamente 'tutte' le aree protette senza eccezione alcuna; i 18 parchi nazionali e i 171 parchi regionali oltre a qualche centinaio di riserve naturali statali e regionali. Quando si tratta insomma di presentare il bilancio del nostro paese entrano in scena (giustamente) tutte le aree protette, quando si passa però alle scelte politiche e agli interventi da fare alla ribalta restano unicamente i parchi nazionali i quali riguardano poco più della metà di quella superficie protetta di cui giustamente si è orgogliosi. Ma ci sono anche e non meno stridenti contraddizioni che dobbiamo evidenziare.
Mentre si stanno rimescolando tutte le carte della pubblica amministrazione con riforme serie e per questo contrastate, è sorprendente infatti che sul piano 'nazionale' non si senta il bisogno di intervenire perché in alcune regioni non si mettano in atto provvedimenti che vulnererebbero in maniera sostanziale i parchi regionali. Si dirà: ma come, cosa si può fare dal momento che le regioni possono fare quello che vogliono. Ma non è vero, perché i poteri di indirizzo e soprattutto di scelta per quanto riguarda l'uso delle risorse permettono di 'influire' direttamente e correttamente anche nelle scelte regionali, incoraggiando quelle volte a rafforzare il sistema dei parchi e 'penalizzare' quelle di segno contrario. E chiaro però che se di tutto questo a Roma nessuno si occupa e preoccupa le cose seguiranno un corso negativo come in qualche caso è avvenuto e avverrà. Ma cosa dire, ad esempio, delle riunioni dei presidenti (e direttori) dei parchi nazionali chiamati a discutere di problemi fuori dal loro contesto 'ambientale', e solo in ragione del fatto che sono 'nazionali'. Come potranno sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d'onda il parco del Cilento, della Val Grande, della Maddalena.
Ognuno di questi parchi se vorrà davvero decollare, anche per quanto riguarda il suo piano o anche solo il suo 'stralcio' di piano non potrà che entrare in rete con i parchi (se ci sono) e le istituzioni della sua regione. I progetti sia che facciano riferimento alla unione europea che allo stato, alla regione e agli enti locali dovranno essere 'concordati' in sedi in cui tutti questi protagonisti siano presenti, e non in un ufficio ministeriale dove essi non sono presenti.
Eppure si dovrebbe sapere ormai che i parchi nazionali sono gestiti da enti misti, ossia da rappresentanze di tutte le istituzioni che insieme sono chiamate a risponderne.
Una gestione burocratico-ministeriale taglierà fuori proprio quelle istituzioni che insieme allo stato debbono 'cooperare' per fare i piani, i progetti e quant'altro.
Quando mai una regione potrebbe decidere sui parchi regionali tagliando fuori province e comuni? Ecco perché il parco della Val Grande non potrà che stare dentro la realtà del Piemonte, è così per tutti gli altri.
Puntare su incontri che velleitariamente isolino i parchi nazionali dai loro naturali contesti ambientali e istituzionali, per ricondurli ad una improbabile sede romana in cui nulla li accomuna se non appunto il fatto di essere nazionali, è sbagliato e non porta da nessuna parte come ben sappiamo. E stupisce in questi comportamenti la 'distanza', anzi la controtendenza rispetto a quelle che sono ormai acquisizioni consolidate nella elaborazione ed esperienza internazionale (si veda il recente fascicolo 'National System Planning for protected Areas' dell'UICN) che guarda sempre più alla integrazione e raccordo non soltanto tra tutti i tipi di area protetta ma tra queste e i territori esterni, corridoi ecologici, zone di supporto, contesti bioregionali e così via.
Come si può solo pensare a operazioni di questo respiro e complessità puntando su qualche punto di eccellenza tagliando fuori e lasciando di fatto a se stesso tutto il resto?
Quale miglior regalo a coloro i quali hanno a lungo contestato la legge quadro attribuendogli il perverso disegno di puntare alla salvaguardia di alcuni territori per abbandonare tutto il resto. Quì addirittura si vorrebbe ritirarsi in alcune isole protette lasciando in balia del caso anche i rimanenti parchi. E inspiegabile come si possano solo concepire disegni del genere. L'unico momento nazionale che può (e dovrebbe) accomunare tutti i parchi non è dato da un luogo fisico, da un ufficio, una burocrazia, una sede, ma da una politica a cui è preposto il ministero insieme alle regioni e agli enti locali. Solo un serio concerto istituzionale validamente sostenuto sia da una forte volontà politica, che finora è mancata, sia da efficaci strumenti e organi istruttori possibili e previsti dalla legislazione ai quali però nessuno sta seriamente lavorando (ad esempio per la Conferenza Stato Regioni e unificata), potrà dare alla politica di sistema un senso, una visibilità.
Dovrebbe risultare ormai abbastanza chiaro anche dagli esiti di questi ultimi anni che senza una politica di questo tipo; trattamento differenziato tra i due tipi di parco; paternalistico e premuroso verso i parchi nazionali, disinteressato e spesso prevenuto verso quelli regionali che a Roma nessuno conosce (altrimenti non si potrebbero ripetere certi giudizi), si va dritti ad un unico fallimento. Nel caso dei parchi regionali esso si manifesterà (non mancano segnali preoccupanti in questo senso) con una crescente abulia, scontento, ad esempio, per non poter usufruire degli stessi finanziamenti dei parchi nazionali, il che - come già annotavamo - incoraggerà le spinte più varie ed anche disgreganti e di ridimensionamento non solo delle superfici perimetrate ma anche del loro ruolo.
Nel caso dei parchi nazionali malgrado questa maggiore attenzione che sembra privilegiarli anche nel trattamento oltre che nella considerazione, non riusciremo neppure ad utilizzare le risorse stanziate perché una forte gestione politica e progettuale di un parco non richiede soltanto maggiore autonomia (che oggi i parchi nazionali ancora non hanno) ma anche e soprattutto una ancoraggio forte con il sistema istituzionale in cui essi operano (e che non si esaurisce certo nelle designazioni nell'ente) e non risucchiato in una dimensione ministeriale asfittica e di fatto inconcludente perché volta ad esercitare una superata funzione di 'controllo' più che di indirizzo. Non ci sarà progetto 'specifico' che potrà maturare, prendere corpo nelle riunioni del Club dei parchi nazionali.
A Roma dovrebbe prendere corpo una politica in grado di indicare per aree o per temi iniziative e sostegni coinvolgenti 'tutti' parchi.
Dice nulla il fatto che da anni si parli di progetti, di marchi e altro per i 'soli' parchi nazionali e nulla si sia finora combinato?
Dice nulla il fatto che protocolli siglati in sede ministeriale con varie organizzazioni di categoria non abbiano finora prodotto alcunché? E non ci si può d'altronde nemmeno stupire dal momento che non ci si è neppure presi la briga di far conoscere ai parchi (e non solo) il testo di questi protocolli.
Anche la totale assenza di qualsiasi informazione su ciò che si fa e si intende fare in cui il ministero dell'ambiente brilla più di qualsiasi altro, nonostante l'annuncio periodico di 'progetti', strumenti cartacei o digitali di cui non si ha poi più notizia o riscontro, la dice lunga su come si concepisce il ruolo 'nazionale' del ministero. Ad un anno abbondante dalla prima conferenza nazionale sulle aree protette mentre si comincia a parlare della seconda, quella che si preannuncia, se non vi saranno rapidi chiarimenti e correzioni è un ulteriore arretramento del ruolo generale delle aree protette.
Che ciò avvenga in nome e all'insegna della eccellenza non rende meno preoccupante la prospettiva. (R.M.)