Federparchi
Federazione Italiana Parchi e Riserve Naturali


PARCHI
Rivista della Federazione Italiana Parchi e delle Riserve Naturali
NUMERO 26 - FEBBRAIO 1999
  Foreste e sviluppo sostenibile: qualche elemento di cultura ecologica e di tecnica selvicolturale a confronto
Franco Viola *


Se dovessi suggerire qual è il più importante dei cambiamenti cui sono stato testimone, segnalarei il fatto che rispetto ai primi anni '50 oggi si vive (apparentemente) meglio e più a lungo. Lo conferma l'OMS: negli ultimi 50 anni l'attesa di vita è cresciuta (nel mondo intero) da 47 a 64 anni.
Il prezzo pagato per questa crescita demografica e di benessere è il degrado delle risorse del pianeta. Nello stesso periodo si è infatti triplicato il consumo dei cereali e quello del legname, il consumo della carta è sestuplicato, quello dei combustibili forse è quadruplicato, come la concentrazione degli inquinanti nell'aria e nell'acqua, per quanto questi ultimi dati possano avere significato estrapolandoli a tutto il pianeta.
Forse anche per questi motivi sono cambiate alcune posizioni culturali della gente, che sempre più spesso dà testimonianza di attenzione e di sensibilità verso la propria terra e segni di apprensione per un futuro che pare non più essere controllabile con le tecnologie che per questo abbiamo sviluppato.
Ci sono molti segni di questo cambiamento, per mia formazione farò solo riferimento alle foreste, che un po' ovunque, e non solo a casa nostra, sono a poco a poco diventate simbolo della natura intera.
E confonderò ecologia con economia, nella speranza che un po' dell' autorevolezza di questa disciplina si travasi in quell'altra.
Ho ben poche speranze che ciò avvenga, anzi ho validi motivi di pessimismo. Ad esempio, recentemente, a Venezia, si è tenuto il secondo Congresso nazionale di selvicoltura, per dare testimonianza, a cinquant'anni dal primo, dei buoni risultati conseguiti dai forestali italiani nella gestione dei boschi loro affidati. Si è a lungo discusso di selvicoltura naturalistica, e di gestione sostenibile delle risorse forestali, che per molti di noi sono emblema di tutta la natura e per altri sono attesa di reddito o speranza di poter ancora vivere nella propria terra, soprattutto in montagna. Contemporaneamente a quello dei forestali si teneva un congresso degli economisti ambientalisti, al quale è andata tutta l'attenzione della stampa, anche quando essi hanno trattato di natura e di foreste.

Si è avuta ulteriore conferma che a casa nostra vengono spesso ignorate anche le più valide realizzazioni, come quelle che ai forestali italiani vengono riconosciute e un po' invidiate in tutto il mondo e che sono frutto di un'esperienza maturata in lunghi decenni di studio e di osservazione dei processi naturali. Mentre altrove si comincia solo Oggi a sperimentare i principi di una selvicoltura fondata sulla conoscenza dei meccanismi ecosistemici, da almeno mezzo secolo, soprattutto qui nel Veneto, si stanno valutando i risultati di sperimentazioni che sono ormai antiche.

Ignorando che da noi da anni si tratta sperimentalmente di gestione sostenibile delle risorse naturali, si finisce con l'esaltare i principi culturali che in altre parti del mondo stanno fermentando. Qualche esempio.

Nel 1992, al secondo convegno di Ecological Economics, a Stoccolma, William Rees cominciava il suo intervento con una provocazione: "Oltre a questo in cui viviamo, supponiamo di poter disporre di un altro pianeta...". Qualche anno dopo, nel 1996, veniva pubblicato, anche in italiano, un suo volume, "Impronta ecologica", che oggi è un best seller della cultura ambientalista. Vi si prospetta il rischio del collasso del pianeta a causa del consumo delle risorse naturali. Il messaggio è chiaro e ben documentato, ma da molti viene rifiutato a causa del sapore "integralista" che da sempre mina alla radice ogni ragionamento sulle possibili catastrofi ecologiche.

Di ben altro spessore pare invece il messaggio che nel maggio 1997 Robert Costanza, presidente di International Society for Ecological Economics e fondatore, con Odum e Daly, della teoria dello sviluppo sostenibile, mandava dalle pagine di Nature. Assieme a una dozzina d'altri firmatari, di diversissima formazione scientifica. Costanza provava a dimostrare come i servizi con cui l'ambiente contribuisce alla ricchezza dell'intera umanità, valgano ogni anno circa 33 trilioni di dollari, mentre il prodotto globale lordo delle attività umane ammonta annualmente "soltanto" a 18 trilioni di dollari.

Il degrado del pianeta è dunque una perdita netta di capitale, capace di rendere ridicolo ogni incremento (per altro virtuale) del Pil complessivo. Le foreste, in questo contesto, sono per molti motivi tra gli elementi cardinali delle valutazioni proposte da Costanza.
L'articolo ha avuto ampia risonanza sui media e vivace è stata la discussione intorno alla possibilità di attribuire valore oggettivo al "capitale naturale". Forse con fretta eccessiva, in molti, soprattutto i giornalisti, hanno liquidato l'argomento negando l'opportunità di attribuire valore monetario alla vita di ciascuno di noi, che, secondo i casi, può essere infinito o avere significato solamente statistico, e dunque modestissimo.

Il fisico Enzo Tiezzi, contrapponendo alcuni principi di termodinamica ad altri d'economia, osserva come "il tempo economico" ("il tempo è denaro"), che misura il progresso con la velocità con cui si produce ricchezza, ovvero si consumano le risorse della natura, si scontri con il "tempo entropico". Quanto più velocemente si consumano l'energia o le risorse disponibili del pianeta, tanto meno ci resta da vivere.
Egli riprende, dunque, coscienza di un ragionamento formulato in un passato ormai remoto. Rudolf Clausius, il padre della termodinamica, scriveva infatti già nel 1885: "Per l'economia di una nazione vale una legge generale; essa non può consumare in ciascun periodo più di quanto non sia prodotto in quello stesso periodo. Perciò dovremmo consumare solo tanto combustibile quanto è possibile riprodurne attraverso la crescita degli alberi".
Ben diverse posizioni assumevano cultori di altre discipline. "Con nuove scoperte la scienza sarà di certo in grado di rimediare ai limiti e ai guasti generati da qualche errata "manovra". La fine del genere umano non verrà per esaurimento delle risorse, ma solo, e forse, per senescenza della specie", sosteneva un filosofo della scienza, De siderius Papp, nel 1934. Ma poiché la crescita del nostro e degli altri Paesi "sviluppati" s'è manifestata, già a partire dal secolo passato, coniugando l'imponente crescita demografica con l'altrettanto importante crescita economica, si finì per dimenticare i principi di Clausius, la limitatezza delle risorse naturali e i condizionamenti posti dall'ambiente.
Solo oggi torniamo a prenderne tragicamente coscienza; ma, come osservava Oscar Wilde, ancora ci picchiamo di stabilire il prezzo di tutto senza conoscere il valore di nulla.
Per certi versi precursore delle affermazioni di Rees, Herman Daly (1994), che è economista ed ecologo insieme, prospetta una virata alle posizioni economiche del passato, e riformula alcuni principi che l'ecologia, e i forestali, già da tempo conoscono.

  • Se materia ed energia non possono essere né create, né distrutte, allora i processi biologici e quelli umani possono essere solo trasformazioni. Mentre la natura s'è progressivamente perfezionata nei processi di riciclaggio, l'uomo persevera nel trasformare le materie prime in merci e le merci in rifiuti, aumentando l'entropia.
  • Se le risorse disponibili alla crescita sono limitate, allora si può solo mirare ad uno sviluppo qualitativo che non prevede anche crescita quantitativa. In tale accezione una sufficiente ricchezza, mantenuta e allocata efficacemente, distribuita in modo equo per massimizzare la produzione, è in grado di conciliare il giusto fine economico con il necessario equilibrio ecologico.
  • Il nostro modo di vivere, di consumare e di comportarci decide la velocità del degrado entropico, cioè la velocità con cui viene dissipata l'energia utile del sistema.

Di qui vengono le due accezioni economiche di sviluppo sostenibile proposte da Daly, che ritengo assolutamente accettabili anche in ecologia e nella gestione tecnica delle risorse naturali:

  • la velocità e l'entità del prelievo delle risorse rinnovabili deve essere pari alla velocità con cui si rigenera il capitale fruttante (rendimento sostenibile);
  • la velocità di produzione dei rifiuti non può essere maggiore di quella con cui essi vengono riciclati dai sistemi naturali in cui vengono dispersi.

In sintesi, secondo Daly, le capacità di rigenerazione e di assorbimento devono essere considerate come capitale naturale, e il fallimento nel trattare queste capacità deve essere inteso come consumo di capitale, che è il primo e il più importante segno di sviluppo non sostenibile.
Sostenibile è dunque lo sviluppo che investe nel capitale naturale e nella ricerca scientifica, in particolare in quella mirata alla comprensione dei cicli biogeochimici e dei dinamismi dei sistemi biologici.
Vi è coscienza, tra la gente, dei problemi legati al concetto di sostenibilità?
Non molti tra gli studenti che si avvicinano al mio corso d'ecologia, al terzo anno di scienze forestali e ambientali, hanno maturato idee chiare su cosa significhi sviluppo sostenibile o gestione sostenibile delle risorse, nonostante che gli studi superiori ormai trattino diffusamente di ecologia e che i giornali, da tempo, si dedichino all'informazione ambientale.
Ad esempio, già nel 1970 le due più diffuse riviste italiane scrissero d'inquinamento; e da almeno una decina d'anni alcuni quotidiani dedicano articoli e buone penne ad argomenti naturalistici. Così alla fine degli anni ' 80 una ricerca Eurisko poteva segnalare come gli italiani ponessero l' abitare in un mondo meno inquinato al terzo posto tra le necessità fondamentali, dopo la salute e il lavoro.
Il rapporto uomo/territorio è sotto l' attenzione di tutti.
Da una analisi compiuta dopo l'alluvione del 1994, in Piemonte, risultò che la totalità dei giornali (con circa 200 articoli), attribuiva il disastro non più alla "fatalità degli eventi", ma alla mancanza di una pianificazione territoriale informata, alle scienze ambientali, ed in particolare alle fondamentali conoscenze acquisite nel settore delle sistemazioni forestali e montane.
Solo l'informazione sulla conservazione della natura è ancora quasi assente nei giornali. Nel 1995, a titolo di esempio, i tre più diffusi quotidiani italiani hanno dedicato alle aree protette in tutto 35 articoli, in larga misura relegati nelle pagine regionali (L. Musumeci, 1997).
L'informazione forestale, a casa nostra come a livello planetario, è, se possibile, ancora più scarsa. Eppure da noi, come in tutta l'Europa occidentale, nonostante i quasi tremila anni di civiltà e di crescita demografica, il bosco occupa ancora un quarto del territorio, cioè la metà di quello agricolo e il triplo di quello organizzato e "costruito" dall'uomo. Secondo alcuni inventari, in Italia le foreste sono giunte ad occupare un terzo del tenitorio nazionale, mostrando un trend di crescita che molti interpretano assai positivamente.

In realtà si stima come solo negli anni '80 nella nostra regione sia stato abbandonato circa il 20% dei coltivi montani, soprattutto pascoli e prato-pascoli. Metà di questa area è stata destinata a diverse forme di urbanizzazione. Il resto fu "recuperato" dalle foreste. In quello stesso decennio, circa il 10% dei boschi fu lasciato alla naturale evoluzione. Inoltre, una parte non modesta dei popolamenti sottoposti a governo ceduo ha preso la via di una spontanea conversione in boschi d'alto fusto, certamente positiva se analizzata in base ai valori naturalistici guadagnati dai sistemi. Vi è tuttavia il rischio che questi nuovi popolamenti, organizzati su di un pregresso e differente disegno colturale, manifestino segni di improvvisa decrepitezza, diventando sede di imponenti pullulazione di patogeni difficilmente controllabili, oppure luogo di accentuata fragilità meteorica e idrologica. Né si può dimenticare che in queste condizioni si ha lo sviluppo di imponenti quantità di necromassa, che possono diventare rischiose esche per lo sviluppo di incendi.

Nel recente passato, destinare il bosco a produzioni "immateriali" è stato spesso una scelta quasi obbligata. Vari motivi, sociali e occupazionali, hanno reso il controllo del territorio e la gestione corrente di quello forestale operazioni antieconomiche, talvolta improponibili, nonostante il fatto che da ogni parte si gridasse al rischio idrogeologico e si chiedessero interventi continui e attivi di presidio territoriale in area montana.

Dopo l'alluvione del 1966 si discusse a lungo se affidare alla buona selvicoltura, oltre che alle imponenti opere d'ingegneria idraulica, la regimazione delle piene, il controllo e la mitigazione della vulnerabilità del territorio. Ancora oggi, dopo trent'anni, l'impiego della selvicoltura come strumento di difesa dei versanti viene relegato tra i buoni principi della pianificazione territoriale, che a tutti pare non più sufficiente a contrastare il crescente degrado generato dalla crescita economica e dal disordinato sviluppo dell'urbs.

Ciò accade non solo a casa nostra, ma anche in tutto il resto del Pianeta.
Ne ha dato testimonianza, nel 1995, l'Istituto Wuppertal, segnalando come circa il 50% del degrado dei terreni agricoli sia dovuto all'erosione idrica ed eolica e come esso possa essere direttamente o indirettamente mitigato dall'impiego di sistemi arborei, che contribuiscono così direttamente, e non certo con poco peso, a generare sviluppo sostenibile.

Se da noi il bosco avanza occupando, soprattutto in montagna, spazi che un tempo erano destinati all'agricoltura, altrove domina il degrado. Vorrei proporre qualche spunto di ragionamento per valutare se si tratti di vicende che non influiscono sulle nostre scelte di sviluppo sostenibile.

Si calcola che oggi le foreste occupino ancora un quarto della superficie del globo, ovvero metà dell'originaria superficie che si stima occupassero agli albori della nostra "civiltà". Ogni anno se ne taglia per circa 10 milioni di ettari, soprattutto nell'area tropicale dove la "deforestazione totale" cresce al ritmo di 1% annuo.

Si tratta tuttavia di dati assolutamente incerti, poiché il mercato "legale" del legname, che ammonta a 115 miliardi di dollari, una delle principali voci del commercio planetario, risulta per oltre 90% collegato alla selvicoltura delle foreste temperate e microterme.

Il degrado reale delle altre foreste è conseguenza, in larga misura, della mancanza di selvicoltura e di pratica applicazione di buone regole colturali.

Worldwatch Institute ha ripetutamente segnalato, negli ultimi otto anni, le ragioni di questo degrado e le conseguenze, spesso drammatiche, che si collegano all'uso delle foreste non sorretto da valide tecniche di gestione. Vale la pena di ricordarne almeno alcune.

  • a - Il bosco fornisce il necessario alla vita a quasi due terzi della umanità. Circa metà del legno prodotto dagli ecosistemi forestali viene bruciata per provvedere alla cottura del cibo e al riscaldamento domestico. Ciò accade soprattutto nei Paesi poveri, o impoveriti, di foreste; per questo motivo in circa trent'anni paesi come la Mauritania, Haiti e l'Etiopia sono stati quasi interamente deforestati.
  • b - Durante le utilizzazioni forestali si abbandona al suolo parte della biomassa legnosa, che potrebbe essere recuperata ai fini energetici. La legna che così si perde ogni anno è circa 1'1% dell'intera produzione primaria forestale. Altri sprechi importanti si hanno durante la trasformazione industriale del legno; in questi processi quasi il 15% della biomassa viene trasformata in rifiuto, o genera costi per il successivo smaltimento. c - Nei paesi poveri delle fasce intertropicali i tassi di utilizzazione risultano quasi sempre superiori agli incrementi dei boschi. Si produce così desertificazione, con enormi conseguenze economiche e sociali a livello planetario.
  • d - L'inquinamento delle acque dei fiumi dovuto agli impianti di lavorazione del legno nei Paesi in via di sviluppo sta compromettendo la pesca oceanica, una delle principali fonti alimentari di quegli stessi Paesi. Per quarant'anni la resa della pesca oceanica è cresciuta al ritmo del 10% annuo; nell'ultimo decennio, invece, si sono rilevate solo contrazioni qualitative e quantitative dei principali banchi di pesca.
  • e - L'acqua necessaria all'agricoltura dei Paesi della fascia tropicale è un bene che diviene sempre più scarso, anche a causa della deforestazione e dei cambiamenti dei regimi idrologici. Il terreno denudato dei boschi perde le sue caratteristiche di permeabilità e di porosità, che sono fondamentali per la regimazione delle acque meteoriche e per il rimpinguamento delle falde nelle pianure agricole. In molti paesi il calo della portata delle falde sta assumendo dimensioni drammatiche, con conseguenze altrettanto gravi ai fini del mantenimento delle produzioni agricole. Negli ultimi dieci anni, ad esempio, si è spesso registrato un calo medio di 1-2 metri all'anno nella profondità delle falde, come in India e in Cina, ma anche nell'area sub-tropicale degli Stati Uniti. Di conseguenza molti fiumi dell'area calda dell'Asia esauriscono la loro portata prima della foce, come il Gange in Pakistan e lo Huan He, in Cina.
  • f - La deforestazione produce altri effetti di non poco conto. La rapida mineralizzazione della sostanza organica conduce al declino della fertilità dei terreni e delle rese legnose; la mancanza di combustibile porta a fare ricorso alle deiezioni animali, di cui è ulteriore conseguenza, nei sistemi agricoli, l'impoverimento del suolo e del complesso assorbente. In India, ad esempio, si taglia legname in misura sei volte superiore all'incremento annuale, con riduzione areale dei boschi e deperimento della resa delle boscaglie residue.

Alla mancanza di legna si supplisce correntemente con lo sterco bovino. Ma altrettanto grave è l'erosione eolica, che è conseguenza anche delle modificazioni climatiche; nella fascia intertropicale dell'Africa, un tempo densamente forestata, un terzo delle superfici agricole è stato abbandonato in seguito alla perdita del suolo per erosione. Il medesimo destino è stato subito in quindici anni dal Kazakhstan, un tempo granaio dell'ex URSS.

Come è stato detto, molti dei Paesi che un tempo erano grandi esportatori di legname hanno così oggi perduto rendita e capitale. Ciò accade prevalentemente nella fascia calda del pianeta ma anche nelle fasce temperate e in quelle fredde, soprattutto boreali, si taglia intensamente per far fronte alle carenze di denaro necessario a sostenere le importazioni. Si calcola che in Siberia si disboschino annualmente 250-300.000 ettari di foreste di conifere. E ancora poca cosa nello sconfinato mare verde, e disabitato, del grande nord. Ma questi dati dovrebbero indurci a qualche considerazione sulla bontà delle nostre scelte circa l'uso delle risorse naturali di cui disponiamo.

La colpa del consumo del capitale naturale in gran parte dell'area tropicale e povera del pianeta è infatti da imputare ai paesi ricchi, che risparmiano le foreste di casa loro e acquistano a basso prezzo il legno altrui. In verità anche alcuni paesi industrializzati danno fondo alle loro riserve forestali; è il caso, ad esempio, del Canada, la cui superficie boscata cala, ogni anno, di 200.000 ettari.

Gli altri paesi ricchi, salvo poche eccezioni, importano legname in gran copia.

E una scelta che dà buoni risultati sul piano ambientale, almeno su scala locale, ma che forse costerà l'insostenibilità dell'uso del bosco a livello planetario.

Riproducendo per il nostro Paese i calcoli d'impronta ecologica proposti da William Rees, si deduce che oggi noi consumiamo risorse della Terra in misura quintupla rispetto a quella che ci spetta in ragione della superficie del nostro paese. In particolare l'italiano medio richiede 3.11 ettari di sistemi produttivi, di cui 2.2 terrestri e 0.9 acquatici. Quell'italiano oggi dispone solo di 0.44 ettari di sistemi terrestri e avrebbe bisogno di l . l ettari di ottime foreste, sempre in crescita, solo per poter smaltire le sette tonnellate di anidride carbonica che ogni anno immette in atmo-

sfera per il consumo di combustibili fossili di cui egli è responsabile. Altri 0.23 ettari di foreste sono necessari a soddisfare il nostro fabbisogno individuale di biomassa legnosa.

Il fatto che non esistano, a livello planetario, sistemi ecologici destinati all'abbattimento delle emissioni carboniche fa sì che i consumi energetici vengano oggi pagati soprattutto in termini di instabilità del clima, ovvero in dilapidazione del "capitale climatico" (Paolo Lombardi, 1996).

Stando a questi dati saremmo dunque chiamati a importanti decisioni che coinvolgono non solo le attuali tendenze d'uso del territorio e il consumo del suo capitale naturale, ma anche scelte economiche, sociali ed etiche di fondo.

In tale contesto, e limitandomi al solo aspetto della pianificazione, mi preoccupa il fatto che quasi mai in passato vi sia stata sintonia tra i diversi strumenti di programmazione economica e territoriale che direttamente o indirettamente coinvolgono i boschi. I buoni principi declamati e sostenuti nelle premesse dei piani territoriali di rango regionale e provinciale non di rado vennero poi dimenticati negli strumenti d'attuazione. A farne le spese in larga misura è stata la foresta, il più delle volte interpretata dai pianificatori, d'estrazione urbanistica, come spazio complementare all'abitato, come polmone d'espansione per le infrastrutture e per i sistemi produttivi, come terra di conquista per attività economiche quasi mai compatibili coi delicati equilibri, non solo biologici, maturati nel territorio boscato. E ciò, nonostante che da cinquant'anni si parli di ecologia, di ecosistemi forestali e di selvicoltura naturalistica, grazie anche alle buone sperimentazioni che Susmel avviò in quegli anni in alcuni distretti del Veneto e del Trentino.

Ancora oggi, e anche nelle Regioni di più lunga e qualificata tradizione forestale, la pianificazione rivolta al bosco pare culturalmente subalterna a quella urbanistica, di cui finisce comunque per patire le scelte di fondo, sempre mirate a produrre ricchezza o a rendere recettivo il territorio verso i sistemi capaci di generare nuovo benessere. In passato il forestale ha avuto a disposizione lo strumento dei vincoli, col quale ha tentato di fare opposizione a scelte territoriali improprie. Sarebbe meglio non dover dare ragione tecnica all' opposizione, quanto piuttosto avere a priori la giustificazione tecnica di una scelta che influisce non solo sugli assetti d'economia forestale d'una Regione, ma anche sulla sua stabilità fisica o sulla qualità biologica paesaggistica e ambientale.
E un obiettivo di cultura e di informazione che pare raggiungibile, oggi molto più di ieri.
Non vorrei sembrare pessimista circa la possibilità di arrivare presto, e tutti, a seguire buone regole di comportamento che garantiscano un futuro dignitoso a noi e a chi ci seguirà. Ottimismo dovrebbe venire dal fatto che la maggior parte dei paesi ha finalmente preso coscienza dei problemi ambientali e ha deciso di porvi rimedio.

Ad esempio, da una decina d'anni, è al lavoro una commissione internazionale per lo studio dei cambiamenti climatici (IPCC, filiazione della Organizzazione Meteologica Mondiale, WMO, e del Programma Ambiente delle Nazioni Unite, UNEP); le è stato affidato il compito di dare dimensione ai cambiamenti climatici, in corso, di valutarne l'impatto socio economico e di formulare le idonee strategie di risposta. In conseguenza di ciò durante la Conferenza per l'Ambiente e lo sviluppo, a Rio de Janeiro, nel 1992, 155 paesi firmarono una convenzione con la quale si impegnarono a conservare e a migliorare gli ecosistemi capaci di assorbire i gas ad effetto serra, e dunque soprattutto le foreste. Sempre a Rio 168 paesi firmarono una seconda convenzione riguardo la conservazione della diversità biologica, alla quale giova soprattutto la tutela e il giusto governo dei sistemi forestali.
Due anni dopo ( 1994), a Helsinki, i paesi europei si impegnarono a sviluppare e a applicare principi di selvicoltura sostenibile.
Secondo gli accordi di Helsinki gestione sostenibile vuol dire "... amministrare e utilizzare le foreste e il territorio forestale in modo e in misura tale da mantenere per sempre la sua biodiversità, la produttività, la capacità di rinnovarsi, la vitalità, tanto da garantire in modo perpetuo le sue potenzialità, le rilevanti funzioni ecologiche, economiche e sociali a livello nazionale e globale in modo tale da non arrecare danno agli altri ecosistemi". Riecheggia, dunque, la definizione di sviluppo sostenibile formulata per Rio dalla Commissione Mondiale sull'Ambiente e lo Sviluppo, che vede "... lo sviluppo fare fronte alle esigenze del presente senza compromettere le capacità delle future generazioni di soddisfare le proprie esigenze". Pessimismo per il futuro viene invece dal fatto che la velocità con cui si manifesta il degrado è maggiore di quella con cui se ne individuano e si sviluppano i necessari rimedi.
Per questo motivo i molti modelli ideati per prevedere il futuro e tarare le migliori strategie di governo territoriale, sono concordi nel disegnare scenari di catastrofe se non si interverrà subito e con forza.
Molti temono che nessuno muova il primo passo con la necessaria decisione.
Pare anche che si viva dunque, bene o male, alla giornata, si tamponino un po' le emergenze e si speri nella capacità di decidere meglio domani. Soprattutto pare che ognuno operi guardando ai problemi di casa propria.

Se questo fosse lo spirito con cui oggi si vuole gestire il nostro territorio, si potrebbe facilmente sostenere che le foreste stanno bene. Ad esempio, nel Veneto e nel Trentino, le terre che meglio conosco, hanno brillantemente superato le vicende di grave distruzione e di altrettanto pesante rapina avvenute durante e dopo le due guerre. Sono sopravvissute a ripetuti attacchi di parassiti e di defogliatori e hanno evitato i danni mortali delle piogge acide patite da molte altre foreste nei paesi centro-europei.

Per cinquant'anni si è riasparmiato sul capitale e sugli incrementi, e i boschi sono diventati più ricchi e più sani, ovvero, nella maggioranza dei casi, funzionano meglio.

Dovremmo, tuttavia, anche segnalare che stanno cambiando le attese della società verso i servizi che i boschi possono erogare: non più solo legna e legname, ma molto più paesaggio, ricreazione, spiritualità. E molti funghi, frutti minori, ed altre erbe aromatiche.

Forse i boschi non sono stati "educati" a fornire queste "produzioni" immateriali, o "secondarie". C'è dunque molto da lavorare al riguardo, per "inventare" e sperimentare una nuova selvicoltura per i territori a vocazione turistica e ricreativa.

Il legno potrebbe essere prodotto altrove, "fuori foresta", cogliendo le molte occasioni fornite dalla riorganizzazione dei sistemi agricoli di pianura. La ricerca sui temi della selvicoltura e dell'ecologia forestale mai come oggi, ha conosciuto il favore dei finanziatori. I risultati sono incoraggianti e danno buone speranze per il futuro dei nostri boschi. Tra gli studi più finanziati a livello europeo si pongono quelli sul global change. Da essi vengono indicazioni confortanti su come i ritmi fisiologici delle specie arboree forestali si stiano adeguando all'accresciuta concentrazione di CO2 e al conseguente innalzamento della temperatura. Entreranno certamente nuove specie nella compagine dei boschi che oggi conosciamo, e alcune di quelle che ora vediamo si sposteranno a quote maggiori e a latitudini più elevate. Insomma, intorno a casa, avremmo boschi diversi, ma altrettanto efficienti e gradevoli.

Il problema più grave è che già ora non abbiamo più boscaioli, e i selvicoltori non hanno a chi affidare gli interventi pratici in foresta. E poiché nell' area montana è in crisi l' intero comparto primario, non si sa nemmeno a chi demandare l'attento e diffuso controllo del territorio che è fondamentale per mantenere non solo gradevole il paesaggio, ma soprattutto stabili i versanti e sicure le acque che vi sgrondano fino ai collettori. Solo qui potranno intervenire con efficacia, pur se con costi elevati, gli ingegneri idraulici.

Forse questo è il primo forte limite della nostra selvicoltura naturalistica, che corre il rischio di non essere più selvicoltura, e di rendere non più sostenibile la gestione dei boschi in altre parti del pianeta.

 

Alcuni problemi tecnici di selvicoltura e di gestione delle risorse naturali in area montana

Sul piano tecnico non pochi sono i problemi con cui si deve confrontare la selvicoltura. Alcuni hanno profonde radici storiche, altri hanno origini più recenti perché legate ai cambiamenti sociali di questi ultimi anni. Farò riferimento solo ad alcuni dell'uno e dell'altro tipo.
Pascolo. L'attività zootecnica e il pascolamento in alpeggio hanno subito, in tutto l'arco alpino, un notevolissimo declino areale, pur restando in molte contrade l'asse portante dell'economia rurale. Alla zootecnia, per altro viene oggi sempre più richiesta una importante funzione paesaggistica in ragione dei gradevoli caratteri che essa sa imprimere al territorio, attraverso le ampie superfici mantenute aperte, e per il senso di genuina ruralità trasmesso al visitatore dalla percezione del difficile rapporto tra il malgaro e l'ambiente severo dell'alpe. E forse l'unico caso in cui il recupero del bosco, oltre l'artificiale confine altimetrico cui era stato costretto dal pascolo e dallo sfalcio, può costituire un problema di complessa economia globale e di etica pianificatoria, più che di tecnica gestionale. Il pascolo interessa margimalmente ancora quasi soltanto formazioni d'alta quota, dove, a causa sua, si registrano danni soprattutto a carico del suolo, per costipamento, erosione e blocco del ciclo della sostanza organica.

Meno consistenti di quanto non fossero in passato sono invece i danni a carico del novellame e della rinnovazione, o quelli arrecati agli alberi adulti a seguito dello scortecciamento e della diffusione di fitopatie. Al posto degli animali domestici, in questa direzione ora agiscono gli ungulati selvatici, soprattutto caprioli e cervi, questi ultimi in costante e rapida diffusione, ma anche camosci e mufloni, ai quali, in alcuni popolamenti, si imputano vere devastazioni a carico della rinnovazione.

E cessata, invece, quasi del tutto, l'antica pratica della raccolta dello strame, cui si imputava l'innesco di processi di depauperamento del suolo capaci d'annullare le potenzialità di sviluppo del bosco.

Turismo. Il turismo grava oggi sul territorio montano e alpino con forme di fruizione molto differenti, e con effetti più pesanti rispetto al passato. Soprattutto è cresciuta la frequenza con cui il turista si avvicina alla foresta, così che gli effetti del calpestio si sono moltiplicati. Ma sono cambiate anche le attese e le attenzioni verso il recupero di risorse che non sono più solamente estetiche e "spirituali", ma anche materiali, come i funghi e i cosiddetti frutti minori. Ai danni generati dal turismo che si esercita in prossimità dei centri abitati, si riesce a porre argine attraverso tecniche di selvicoltura che mirano a rendere il bosco poco percorribile dalla gente, oppure, all'opposto, attraverso il sacrificio solo di alcuni lembi di foresta, resi particolarmente gradevoli e recettivi, a vantaggio degli altri, più fragili, e resi meno "visibili" al visitatore. Più sottile e più grave pare invece il danno portato in profondità grazie al diffondersi della viabilità minore. La disponibilità di facili accessi e la moda del fuoristrada hanno favorito infatti non solo la penetrazione in massa degli "utenti", ma anche la dilatazione nel tempo della loro permanenza in foresta. Si registra per questi motivi anche il diffondersi di patologie dovute a specifiche forme d'inquinamento. Il fatto più grave pare comunque il decadimento della qualità dei frequentatori della montagna e del bosco che spesso mostrano verso i fragili ecosistemi alpini sensibilità inversamente proporzionale alla potenza dei mezzi impiegati per salire in quota. Anche la pratica della mountain-bike, per certi versi da considerare a basso impatto ambientale, dovrebbe essere ammessa sulla viabilità forestale solo se siano stati valutati localmente i rischi d'erosione e d'altre forme di danno a carico del suolo.

Il turismo invernale di norma non è conflittuale con la sopravvivenza del bosco, nemmeno lo ski esercitato "fuori pista", purché praticato quando la coltre nevosa ricopre totalmente la vegetazione pioniera d'alta quota e nei siti in cui la rinnovazione, o i giovani alberi, abbiano i getti apicali ben sopra il piano della neve.

Forse, non banalmente, qualcuno paventa il rischio che atteggiamenti tipo "usa e getta", spesso acquisiti da chi vive solo nell'ambiente cittadino, possa prendere piede nella società montanara. Per emulazione del turista, che con la ricchezza porta fuori della città anche i propri stili di vita, si può perdere coscienza dei limiti tra le attività compatibili con l'ambiente della montagna e quelle che recano danno alle stesse fonti di reddito. Si prospetta dunque una questione di capacità, al pari di quelle inerenti alla raccolta di funghi, di fiori e di frutti e di erbe officinali, che va scientificamente valutata in termini di quantità, di luogo e di tempo.

Fauna e bosco. Poco sentita, anche solo pochi lustri fa, era l'esigenza di garantire nicchie idonee alla permanenza o alla diffusione di particolari specie animali che nell' immaginario collettivo sono la massima espressione di naturalità. E il caso emblematico di certi grandi ungulati, di cui certamente è piacevole la vista, ma che possono creare non pochi problemi alla stessa perpetuazione del sistema. Questo è di certo un nuovo, importantissimo fronte che si apre alla selvicoltura che viene chiamata a sviluppare tecniche e tecnologie che siano capaci di conciliare esigenze diverse, tra loro a volte in netta antitesi, come la rinnovazione forestale e il sostentamento di questi animali, capaci anche di una forte azione limitante su molte altre utili o essenziali, componenti della biocenosi.
Assolutamente di segno opposto è il problema innescato dalla progressiva scomparsa di certe forme colturali, come lo sfalcio dei prati e il pascolamento dalle quali derivavano sistemi che, pur se colturali, garantivano il pabulum necessario alla vita di tante popolazioni animali di grande pregio estetico e naturalistico.
Altri nuovi problemi. L'inquinamento diffuso dell' aria da fonti vicine, quali il traffico stradale e le combustioni domestiche, ma soprattutto lontane, come quelle dei grandi centri industriali che sviluppano effetti anche a raggio continentale, è divenuto generale preoccupazione anche per il selvicoltore. Anche se non con manifestazioni gravi come quelle registrate in Germania e nei Paesi dell'Est europeo, anche in tutta la regione alpina si stanno diffondendo i segni delle nuove patologie forestali, quali diffuse clorosi, rarefazione delle chiome, deperimento precoce e turba nei processi pedogenetici.
I meccanismi d'azione dell'ambiente che si sta dimostrando limitante per molte diverse componenti dei sistemi forestali, sono ormai sufficientemente noti, ma assolutamente sconosciute sono le vie da seguire per porvi rimedio. E certo che si dovrebbe agire sulle cause del danno, ovvero sui comportamenti dell'uomo e sui cicli produttivi che immettono sul territorio i principi attivi delle nuove patologie forestali. Si tratta di scelte e di azioni che esulano dalle competenze e dalle possibilità d'intervento del tecnico forestale, cui restano ben poche opportunità d'azione. Egli potrebbe solo favorire le specie più resistenti all'inquinamento dell'aria, dell'acqua meteorica e del suolo, accentuando così la povertà compositiva degli attuali sistemi e senza avere sicurezza che la scelta compiuta si dimostri poi quella corretta. Certo è che i ritmi biologici degli alberi forestali e i tempi lungo i quali si realizzano i processi sistemici che coinvolgono piante, animali e terreni forestali sono talmente lunghi, di norma centenari, da rendere aleatoria ogni previsione e casuale ogni forma d'intervento.
Le foreste e soprattutto quelle più prossime alle condizioni di naturalità, sono quindi da considerare i più sensibili e i più fragili bersagli dai guasti prodotti dalla nostra società tecnologica.

L'effetto serra e l'innalzamento della temperatura, per via diretta o attraverso i cambiamenti dei regimi delle piogge, producono spostamenti del limite superiore del bosco, la rottura di equilibri compositivi e l'innesco di processi successionali di cui non si conosce il possibile risultato. In tale direzione agisce anche il cambiamento qualitativo dell'aria, che vede crescere il tasso di CO2, con effetti ancora imprevedibili sull'evoluzione di molte foreste. E così agiscono tanti altri fattori dell'ambiente, come i regimi udometrici, che diventano sempre più estremi, il flusso radiante, l'abbassamento delle falde e tanti altri, tutti capaci di modificare, anche in tempi brevi, il destino delle foreste del nostro pianeta.

Resta invece ancora importante il rischio della diffusione di incendi, oggi dovuto alla presenza distratta del turista più che al perpetuarsi di pratiche agricole che affidavano al fuoco l'eliminazione dei residui colturali. Le fiamme, oltre che compromettere la vitalità del sistema, sopra e sotto la superficie del suolo, alimentano il rischio d'instabilità idrogeologica, specie quando percorrono aree a forte pendenza e di scarso valore, quelle, cioè, di più difficile accesso e ricoperte da vegetazione di esclusivo pregio scenico, sulle quali poco frequente è il controllo della proprietà e del selvicoltore.

Sicuramente lo sviluppo di nuove tecnologie ha giovato molto ai mestieri forestali, rendendoli un po' meno pesanti, più sicuri e più veloci rispetto al passato. Ma nonostante questi decisi miglioramenti, l'imprenditoria legata alle utilizzazioni forestali mostra i segni di un deciso declino. Pochi, e solo per breve tempo, sono coloro che si dedicano ai lavori in foresta, forse non solo per questioni di reddito, ma soprattutto per motivi di prestigio sociale, che assolutamente non viene riconosciuto a questa categoria di imprenditori.

* Redazione di "Parchi"