Federparchi
Federazione Italiana Parchi e Riserve Naturali


PARCHI
Rivista della Federazione Italiana Parchi e delle Riserve Naturali
NUMERO 41 - FEBBRAIO 2004


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APPENDICE

Lo sci: una disciplina vecchia 3000 anni

L’origine dello sci
Le notizie più antiche riguardanti la pratica dello sci sono riconducibili alle incisioni rupestri presso l'isola di Rodoy in Norvegia databili intorno al 3000 a.C., raffiguranti uomini che hanno ai piedi delle tavolette utilizzate per spostarsi sulla neve.
Questi ritrovamenti furono confermati successivamente dal rinvenimento, in una torbiera di Hoting, in Svezia, di un paio di sci in ottime condizioni di conservazione, databili intorno al 2500 a.C. Alcuni storici fanno risalire l’invenzione dello sci alla zona della Siberia e della Mongolia, più precisamente alla regione dell’Altai. Qui si formarono, prima della fine dell'ultima era glaciale, due correnti migratorie: una si diresse verso la Manciuria e proseguendo, attraverso lo stretto di Bering ghiacciato, entrarono nell'Alaska poi in Canada, colonizzando il continente; l'altra si diresse a ovest e, attraverso la Siberia, sarebbe pervenuta nei paesi scandinavi sul Baltico. Veri specialisti nella costruzione degli sci furono però i Lapponi; circa 2000 anni fa calzavano nel piede destro uno sci lungo e sottile, quasi come quello attuale, mentre nel sinistro ne calzavano un altro più corto con sotto una pelle di foca, usato per appoggiarsi e darsi la spinta.
Lo sci venne utilizzato dai nordici anche per scopi militari: Gustavo Adolfo si serviva di truppe di sciatori per i servizi di informazione; Carlo XII, un altro monarca nordico, le impiegò per disturbare gli eserciti avversari bloccati dalle forti nevicate.
Nelle lande del Nord, le battaglie tra finlandesi e russi videro soldati-fondisti, loro malgrado, scivolare contro il nemico in difesa della patria.
A partire dal XIX secolo lo sci si diffuse nell’America Settentrionale (Canada, Nevada e nord della California) e sulle Alpi. Nel continente americano la pratica era riservata ai cercatori d'oro che utilizzavano gli sci per muoversi in montagna. L’introduzione della pratica dello sci nelle regioni alpine d’Europa invece è dovuta ad alcuni alpinisti francesi e tedeschi che importarono i primi sci dalla Norvegia e li adattarono ai forti pendii delle nostre montagne creando quello che poi diventerà lo “sci alpino” o da discesa.
Gli sci nordici vennero accorciati, allargati ed irrobustiti; due bastoncini gemelli sostituirono l'unico lungo palo usato in Svezia e Norvegia.

Le stazioni sciistiche
In Italia, la pratica dello sci si diffonde alla fine del XIX secolo.
Ne consegue la realizzazione delle stazioni per il turismo invernale caratterizzate da tre tipologie, cronologicamente ben distinte. Le stazioni della prima generazione, nate nell’arco di qualche decennio, tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, sono solo marginalmente interessate dalla pratica dello sci.
La tendenza principale sarà quella di soggiornare al cospetto delle vette più imponenti, meglio se davanti a grandiosi spettacoli della natura, quali il Monte Bianco, il Cervino, il Monte Rosa, lo Jungfrau, le Dolomiti, gruppi montuosi che in quell'epoca erano teatro di memorabili imprese alpinistiche.
La seconda generazione ha inizio a partire dagli anni 1930, con lo sviluppo della motorizzazione e della rete viaria che favorisce la ricerca di aree più spaziose, più elevate (anche al di sopra dei 1200-1300 mt.) e perciò più ricche di neve. Grazie all'intervento di potenti finanziatori, prendono forma nuove iniziative edilizie, spesso estranee all'ambiente circostante. Le nuove stazioni, che per la prima volta nascono dal nulla, hanno come caratteristica di fondo quella di essere dotate di una eccezionale ricettività alberghiera.
La crisi di questi centri sopraggiunge a partire dagli anni Cinquanta quando una maggiore disponibilità di denaro a tutti i livelli, favorita dal boom economico, trasforma il turismo da prerogativa delle classi più abbienti a vero e proprio bene di consumo delle masse, determinando la congestione delle stazioni esistenti e spingendo l’industria turistica a creare nuove aree per la fruizione della montagna.
Allora compaiono, spesso in zone assolutamente vergini per il turismo, le stazioni della terza generazione, sorte dal nulla, con un'organizzazione promozionale e sportiva di altissimo livello, in cui in un unico blocco architettonico sono concentrati tutti i servizi commerciali, amministrativi, turistici e di svago.
Nelle stazioni invernali della terza generazione, che contrariamente alla seconda valorizza l’organizzazione tipo residence a scapito di quella alberghiera, viene offerta al turista la formula di vacanza nota col nome di ‘ski total’.
Sono rilevabili due tipologie organizzative dei bacini sciistici: il modello alpino e il modello appenninico.
Nel primo, che raccoglie la grande maggioranza delle stazioni sciistiche alpine, si prevede la presenza di una serie di impianti di risalita sopraelevati (funivie, cabinovie) o a terra (trenini a cremagliera) che collegano il centro abitato del fondovalle con gli altri impianti di risalita posti in quota. Tale sistema ha impedito il proliferare di costruzioni in alto, favorendo la realizzazione di strutture e di attività legate al doposci nel fondovalle.
Il modello appenninico ha avuto uno sviluppo più complesso. Con la diffusione delle discipline invernali, si è pensato di fornire un servizio migliore realizzando strade che arrivavano direttamente in quota, ai piedi della stazione.
È nata così una serie di infrastrutture di contorno alle stazioni con la realizzazione di parcheggi, urbanizzazione di lotti di terreni, abitazioni, negozi e locali vari per lo svago e la ricreazione. Il risultato finale di questa attività è stata la nascita di nuovi centri montani di tipo residenziale, posti spesso a pochi chilometri di distanza dai paesi del fondovalle stabilmente abitati.
Il modello ha avuto una larga diffusione sulle località sciistiche dell’Appennino, anche se non mancano casi del genere sulle Alpi.
Oltre al maggiore impatto paesaggistico, il modello appenninico è risultato essere meno vantaggioso anche sotto il profilo socioeconomico, per il carattere di stagionalità che hanno assunto queste stazioni: ciò non ha favorito la diffusione di esercizi commerciali o di altre attività di contorno.
Contrariamente a ciò, le attività avviate nelle stazioni tipo alpino hanno avuto maggiori possibilità di successo, con ovvii benefici per le comunità locali.
La generale proliferazione di impianti, piste e strutture di contorno, non esclude le aree protette. Numerose sono le stazioni sciistiche cresciute all’interno di parchi.
Solo a titolo di esempio:
- nell’arco alpino, i lavori di adeguamento delle stazioni di Santa Caterina Valfurva e di Passo dello Stelvio, in vista dei Mondiali di Sci Alpino del 2005, minacciano il Parco Nazionale dello Stelvio; gli impianti di Val Senales, interessano il Parco Naturale del Gruppo di Tessa, dove è possibile praticare anche lo sci estivo; le stazioni di San Martino di Castrozza e Passo Rolle ricadono nel Parco Provinciale di Paneveggio - Pale di San Martino;
- nell’Appennino centro-meridionale, il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise è minacciato dal progetto di sbancamenti, tagli di migliaia di faggi secolari e apertura di strade di servizio per realizzare decine di chilometri di nuovi impianti per collegare le stazioni sciistiche di Pescasseroli, Scanno e Roccaraso; il Parco Nazionale dei Monti Sibillini è interessato da ben quattro stazioni sciistiche: Frontignano di Ussita, Castelsantangelo sul Nera, Bolognola e Forca Canapine; all’interno del parco Nazionale della Majella ricadono le stazioni di Passolanciano e Campo di Giove; nel Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga, quelle di Campo Imperatore e Prati di Tivo; nel Parco Regionale dei Monti Simbruini, Campo Staffi e Monte Livata; nel Parco Faunistico del Monte Amiata, la stazione sciistica omonima; nel parco Regionale del Sirente Velino, la stazione di Ovindoli;
- nell’Appennino meridionale troviamo le stazioni di Linguaglossa e Nicolosi nel Parco dell’Etna, Gambarie nel Parco Nazionale dell’Aspromonte e Villaggio Palumbo nel Parco Nazionale della Sila.

di Sandro Venanzi
I materiali presentati sono parte del lavoro della tesi di specializzazione in“ Gestione delle aree protette”discussa presso l’Università di Camerino A.A. 2001/2002.