Federparchi
Federazione Italiana Parchi e Riserve Naturali


PARCHI
Rivista della Federazione Italiana Parchi e delle Riserve Naturali
NUMERO 44 - FEBBRAIO 2005

 




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ANCHE I PARCHI PIANGONO

I parchi da sempre stanno sotto i riflettori dei mezzi di informazione e dell'opinione pubblica: ammirati per la loro bellezza, immortalata spesso dal cinema e dalla letteratura, essi sono al tempo stesso, specialmente negli anni più recenti, oggetto di polemiche, di vivaci controversie e contestazioni.

La loro crescita notevolissima e rapida, non soltanto nel nostro paese, ha destato ovviamente un sempre più diffuso interesse verso queste realtà per tanti anni confinate in ambiti molto circoscritti e comunque e separati dalle vicende sociali ed economiche del restante territorio in cui erano state individuate. Questo isolamento, più o meno dorato, che ha caratterizzato una lunga stagione dei parchi nel nostro paese e in tutt'Europa si è conclusa, per la verità, ormai da tempo. I parchi continuano pertanto ad operare in ambienti di grande fascino, in territori ricchissimi di natura, di paesaggio, di cultura e di tradizioni ma proprio per questo debbono misurarsi con processi e vicende che evidentemente rifuggono da logiche di mera chiusura e di indifferenza verso quanto accade al loro esterno: i confini amministrativi dei parchi possono poco infatti contro le piogge acide, l'inquinamento del suolo, dei fiumi, del mare, contro l'urbanizzazione selvaggia, il turismo di massa, l'agricoltura intensiva e molto altro ancora. La protezione in queste condizioni richiede molto di più di un divieto di caccia in difesa dello stambecco o dell'orso o l'interdizione all' accesso ad aree di grandissimo valore scientifico. Ai parchi di oggi, in sostanza, non basta più definire dei perimetri, delimitarli e, quindi, vigilarli: essi debbono invece dotarsi di strumenti di governo speciali perché speciale è la loro missione rispetto alla gestione ordinaria del territorio affidata alle istituzioni elettive. Compito dei parchi sarà dunque quello di redigere piani di coordinamento a carattere ambientale e ancora piani socio economici in grado di regolare un turismo meno aggressivo, di spingere e aiutare l'agricoltura a rinnovarsi e disintossicarsi, di favorire e promuovere l'educazione ambientale e così via.
Per fare tutto questo non era più sufficiente affidarsi come nel passato ad organi tecnici sicuramente autorevoli ma al tempo stesso assolutamente circoscritti e quindi destinati a condizionare poco - diciamo pure a disturbare poco- gli enti impegnati nel governo del territorio. Le istituzioni che fino a quel momento erano state tutto sommato piuttosto indifferenti a quel che accadeva nei parchi, furono di colpo chiamate a farsi carico direttamente di una gestione speciale alla quale quasi sempre non erano adeguatamente preparate culturalmente e tecnicamente. Ed assieme alle istituzioni (regionali e locali prima e statali dopo) è entrata in campo - diciamo così- la politica. Leggi, norme, regolamenti e piani sono l'espressione concreta che di volta in volta assume questo intervento politico-istituzionale. Un simile intervento, specie da parte dell'ambientalismo e del mondo della ricerca, è stato vissuto con diffidenza (e talora ancora oggi osteggiato) ritenendo la materia delle aree protette prerogativa esclusiva di sedi tecniche e generalmente scientifiche non soggette agli interessi elettorali di questa o quella lobby. Va detto che molti di questi timori erano sono andati via via ridimensionandosi alla luce di una esperienza che nel complesso si è dimostrata positiva e ciò persino in realtà dove le istituzioni erano decisamente meno preparate e pronte al nuovo impegno. Lo stesso mondo ambientalista ha poi riconosciuto che il diavolo politico in fondo non era poi così brutto come si era paventato. La chiave del successo per certi versi sorprendente andava ricercata essenzialmente nell'essere riusciti, pur tra polemiche anche roventi e scontri aspri nelle istituzioni e fuori, a considerare (prima con le leggi regionali e successivamente con la legge quadro nazionale) la gestione dei parchi qualcosa che investiva la responsabilità di tutte le istituzioni e quindi di tutti gli schieramenti. Il principio di leale collaborazione a questo del resto doveva servire: permettere a istituzioni diverse e a schieramenti politici normalmente divisi di accordarsi senza che nessuno si ritirasse sull'Aventino o peggio- pretendesse di imporre le proprie idee e volontà agli altri secondo la logica rovinosa e inaccettabile del prendere o lasciare. Non si è trattato ovviamente come ben sappiamo di una stagione segnata da reciproci salamelecchi o semplicemente dal bon ton. Al contrario, il confronto non di rado è stato aspro, movimentato, accompagnato qualche volta persino da manifestazioni e provocazioni violente che hanno reso estremamente difficile prima istituire e poi far funzionare i parchi. Fu quella una fase segnata da una chiara divisione tra chi era favorevole e chi contrario al parco. Poi Senza considerare che tra chi i parchi li voleva le posizioni erano spesso assai differenziate come del resto valeva per il fronte opposto. Quella divisione che ha dato luogo a scontri prolungati, a referendum, petizioni e quant'altro attraversava più o meno di tutti gli schieramenti. Alla polemica tra i partiti si accompagnava infatti quella all'interno dei degli stessi e che non era spesso meno vivace. E tuttavia l'intesa di fondo, nonostante questa contrapposizione, anche nella approvazione delle leggi più importanti, non è venuta mai meno sebbene abbia conosciuto momenti estremamente delicati e di tensione. Oggi invece l'opinione pubblica registra dei mutamenti che preoccupano non poco e che debbono far riflettere tutti con molto senso di responsabilità. È diffusa infatti l'impressione che la politica abbia preso il sopravvento nella sua forma peggiore ovvero quella più dannosa e invasiva. Le cronache abbondano ormai di notizie riguardanti la scelta degli uomini, i commissariamenti dilaganti, lo stallo nelle nomine degli organi di gestione dovuti a comportamenti e decisioni in cui una parte pretende di emarginare, colpire, penalizzare la parte avversa anche se questo significa paralisi, discredito per le istituzioni, perdita di quella credibilità faticosamente acquisita in tanti anni di lavoro paziente. Pur di riuscire a piazzare persone di fiducia, amici politici molte volte assolutamente e palesemente inidonei non si esita a paralizzare per mesi ed anche anni il funzionamento di un parco. Ed anche le pronunce della Corte costituzionale sono regolarmente ignorate con disinvoltura pur di non recedere dalle decisioni prese quandanche illegittime. Dinanzi ad una siffatta pericolosa china si è così tornati a chiedersi se quelle antiche diffidenze nei confronti della ‘politica' non erano allora e fondate e quindi se non è il caso di abbandonare la strada a suo tempo imboccata per cercare in una gestione meno condizionata e compromessa dalla politica la via d'uscita. In questa involuzione carica di rischi, più d'uno insomma trova la conferma che in fondo i timori espressi a suo tempo non erano tanto peregrini. Del resto un ruolo così diretto e preponderante delle istituzioni e quindi della politica nella gestione dei parchi in molti paesi anche della comunità non è previsto, almeno non in questa misura: lì i tecnici, gli esperti giocano ancora un ruolo determinante. Quella italiana insomma per molti versi appare una vistosa anomalia e, quindi, chi e causa del suo male con quel che segue. Ma proprio perché siamo dinanzi ad una situazione davvero a rischio dobbiamo evitare di prendere abbagli e di non dare risposte dettate da comprensibili reazioni emotive che potrebbero portarci fuori strada. I pericoli che stiamo correndo non derivano, infatti, da scelte legislative e istituzionali che hanno dato valida prova se è vero come è vero che il nostro paese oggi può vantare anche nel panorama europeo risultati di tutto rispetto che non sono certo caduti dal cielo. L'insidia questa sì non rinvenibile in nessun altro paese viene dalla pretesa arrogante di una parte delle forze politiche di ‘sganciarsi' e non riconoscere quel principio di leale collaborazione istituzionale e politica che pure si è rivelato valido ed efficace alla prova dei fatti. È insomma la pretesa di imporre ai parchi una politica di parte, di una sola parte, di uno schieramento politico contrapposto all'altro a cui si nega il diritto di concorrere sulla base della pari dignità istituzionale alla politica delle aree protette che deve essere alacremente combattuta. Si spiega così anche l'abrogazione e comunque il mancato funzionamento ormai da tempo di qualsiasi tavolo o sede di concertazione istituzionale tra stato, regioni, enti locali e parchi. Anche il tavolo richiesto dalla Federparchi alla conferenza di Torino e accolto con ritardo dal ministero non è stato mai insediato. Del resto anche la delega ambientale e l'affidamento ad una commissione di ‘partÈ, tanta è la discrezionalità ministeriale nella scelta dei 24 membri, conferma questa determinazione a sottrarre ad un confronto, parlamentare in primo luogo e poi di tutte le istituzioni, temi e aspetti decisivi anche per una seria e condivisa politica nazionale dei parchi e delle aree protette. E mentre i 24 con comodo rimaneggeranno a loro piacimento norme e testi, il ministero mette a soqquadro la situazione che al momento del varo dei testi se e quando avverrà risulterà accomodata secondo i propri desiderata. D'altronde in nessuna parte del mondo un ministro si sognerebbe di dichiarare come ha fatto ripetutamente il ministro Matteoli- che con il suo governo si chiude una stagione politica dei parchi legata alle forze oggi di opposizione e ne inizia una nuova all'insegna del centro destra e dell'attuale governo. Trasferire questa logica -legittima su tanti altri piani e terreni- alle aree protette, per tutte le ragioni che abbiamo cercato di evidenziare, può solo aprire una crisi profonda di cui purtroppo registriamo già non pochi segnali e conferme. I parchi non sono e non debbono costituire un terreno di conquista per nessuno perché tutti sono ugualmente chiamati a concorrere lealmente alla loro gestione: ove venga meno questa regola elementare ma fondamentale di concertazione e cooperazione non avremo vincitori e vinti bensì macerie. Quando sentiamo dire e ripetere che i parchi non debbono essere calati dall'alto c'è da chiedersi se si ha idea di cosa succederà se dall'alto sui parchi caleremo questa rovinosa scelta politica. Quel consenso conquistato con una tenace, paziente , accorta azione di coinvolgimento che ha impegnato le istituzioni locali, regionali e nazionali senza sostanziali differenze politiche e che è stata vissuta con spirito non partigiano rischia oggi di frantumarsi, entrare in crisi, perdere di credibilità dinanzi alle pretese di imporre - costi quel che costi- i propri uomini e le proprie inaccettabili pretese come scandalosamente avviene ormai da oltre due anni all'Arcipelago Toscano ed in molte altre situazioni. La sola via d'uscita da questo pericoloso impasse è quella di ripristinare la legalità istituzionale ossia il coinvolgimento di tutti i titolari della gestione delle aree protette che non sono solo il ministero e neppure una sola parte politica. Bisogna ripartire da qui. Ma bisogna allo stesso tempo analizzare seriamente le origini di simile insidiosa operazione politica: sarebbe sciocco e ingenuo pensare che tutto si possa ridurre alla ricerca di qualche poltrona in più. Anche questo certo, ma per far cosa? Questo è il punto. Se prendiamo, ad esempio, una serie di dichiarazioni rilasciate dal ministro Matteoli in occasione di una sua recente visita al parco nazionale dello Stelvio alla vigilia della inaugurazione dei campionati mondiali di sci a Bormio, possiamo renderci conto con chiarezza della sterzata che si vorrebbe compiere nella gestione dei parchi rispetto a impostazioni largamente acquisite non soltanto nel nostro paese. Ribadisce Matteoli, la propria contrarietà ai parchi ingessati e favorevole ‘ai parchi che sfruttano le vocazioni del territorio'. Nel caso in questione la vocazione -dice il ministro- ‘non può che essere lo sci, la cultura della montagna''. A parte il fatto che ormai come emerge da moltissimi studi e ricerche lo sci, al pari dell'ombrellone per le coste, non è più una vocazione ma un limite anche per le politiche turistiche in montagna come sulle zone costiere, per cui l'una e l'altra hanno bisogno di politiche nuove volte a turismi meno tradizionali e scontati oltre che meno ‘costosi' sotto il profilo ambientale. Il termine ‘sfruttarÈ il ministro lo ha impiegato più volte anche per altri aspetti della politica dei parchi. Vediamo meglio il senso di queste affermazioni. In questa visione il parco al pari di tanti altri soggetti pubblici e privati deve intervenire si dice- per fare economia. Deve aggiungere qualcosa a quel che fanno gli altri e anzi deve aiutare questi ‘altri' a fare di più. Infatti il ministro non vuole presidenti ragionieri che a fine anno presentano il conto al ministero; a chi dovrebbero presentarlo? Sarebbe peraltro interessante sapere quanti di questi ragionieri ha incontrato e conosciuto il ministro nei parchi nazionali e regionali. Il fatto sta, ragionieri a parte, che il parco configurato da questa concezione del ministro - tanto più evidente in una realtà quale quella dello Stelvio dove si sono posti delicati problemi di natura ambientale per i quali siamo stati censurati anche in sede comunitaria (troppi alberi tagliati) sbiadisce addirittura cancella qualsiasi ‘specialità' del parco. Che nell'occasione più voci, a partire da quella del ministro, si siano levate da un lato contro il ‘catastrofismo' ambientalista (un classico ormai come confermano d'altro canto alcuni recenti libri di esponenti di area governativa) e dall'altro contro l'europa, colpevole di direttive e interventi ‘non sempre comprensibili', la dice lunga sul tipo di parco a cui si guarda e concretamente si punta. Anche la solfa sui ‘vincoli' che è risuonata alta e forte anche allo Stelvio, mostra chiaramente le reali intenzioni di chi fa il ‘furbo' pur di mettere in cattiva luce i parchi. Quella dei vincoli infatti è una balla bella e buona. In Italia, in montagna come sulle coste, noi abbiamo una rete fittissima e intricata di vincoli anche dove i parchi non ci sono. Vincoli idreogeologici, paesaggistici, demaniali, forestali, faunistici, edilizi, urbanistici e chi più ne ha più ne metta. Sono cose note e risapute per qualsiasi amministratore e non solo. La novità davvero ‘specialÈ dei vincoli previsti dai parchi e dalle aree protette è che essi debbono essere gestiti in nome di una politica ambientale attiva a carattere non più settoriale ma generale, volta a immettere attraverso affinati e straordinari strumenti di pianificazione e di governo, nelle politiche territoriali e quindi anche nell'economia quel seme, quell'imput capace di orientare verso la ecosostenibilità territori pregiati. Sono insomma una risorsa aggiuntiva e di diversa qualità, non un soggetto uguale o gregario rispetto a tutti gli altri che operano sul territorio. D'altronde così è concepito ormai il ruolo dei parchi e delle altre forme di protezione sul piano internazionale e comunitario che non a caso infastidisce tanto chi viene richiamato dagli organi dell'unione europea a rispettare e osservare con più rigore norme che valgono anche per il nostro paese e che anche il nostro paese dovrebbe sostenere e non aggirare o violare. Lo smantellamento in atto perché di questo si tratta- riguarda questo ruolo del parco per farne un'altra cosa del tutto subalterna a politiche che finiscono per andare contro le finalità proprie ed originarie dell'area protetta. A questo serve l'arrembaggio politico ai parchi, a mettere su un altro binario e di fatto a far deragliare i parchi dal loro specifico e naturale percorso.
Per questo sono venute meno tutte le sedi e le occasioni di un confronto istituzionale sulle politiche dei parchi gestite ormai con la massima e assoluta discrezionalità e disinvoltura caso per caso. I progetti di grande area alpini o costieri al pari della carta della Natura o del piano della Biodiversità intralciano perché indurrebbero a misurarsi con minore faciloneria e demagogia sul da farsi, sui piani, sui progetti, insomma su tutto quello che la legge prevede nelle sedi regionali e nazionali per far assolvere alle aree protette le funzioni di loro precisa competenza. Ecco il rischio a cui stiamo velocemente andando incontro, più grave ancora di quello corso ai tempi della contrapposzione perché allora chi si opponeva anche con virulenza alla istituzione di un parco poteva tutt'al più rallentarne il cammino, strappare qualche risultato nella inclusione o esclusione di un certo territorio dal perimetro, ma non più di questo come in effetti poi abbiamo visto e verificato. Oggi invece lo snaturamento, il pesantissimo lifting a cui si sta cercando di sottoporre i parchi rischia di fare dei parchi un'altra cosa rispetto ai parchi quali ormai pur tra differenze anche notevoli- sono non soltanto delineati dai documenti, protocolli e norme comunitarie ma collaudati da convincenti esperienze e innegabili risultati. In questo modo è il caso di dirlo usciremmo dall'europa, da quell'europa dei parchi che ha senz'altro molta altra strada da fare ma non certamente quella a ritroso che in Italia è in atto. Il rilancio dei parchi deve passare innanzitutto dalla riaffermazione di un ruolo che non può essere banalizzato e mortificato in nome né dell'efficienza né della cassa. Di questo rilancio fa parte anche una approfondita riflessione sul rapporto tra i parchi e le istituzioni, tra le varie rappresentanze e culture sociali il mondo della ricerca. Ma tutto ciò potrà avvenire ed essere anche fruttuoso soltanto se il confronto troverà le sedi e il clima giusti che al momento obiettivamente mancano.

di Renzo Moschini