Federparchi
Federazione Italiana Parchi e Riserve Naturali


PARCHI
Rivista della Federazione Italiana Parchi e delle Riserve Naturali
NUMERO 47 - FEBBRAIO 2006




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Incontro con l'autore

Nico Orengo

Nato a Torino nel 1944, all’età di sei anni raggiunge la riviera ligure di Ponente, dove vive per dieci anni prima di tornare alla città natale dove ha lavorato alla casa editrice Einaudi dal 1964 al 1977 anno da cui è giornalista al quotidiano “La Stampa” di Torino, dove è responsabile dell’inserto culturale Tuttolibri.
Ha esordito nel 1969 con il racconto sperimentale “Per preparare nuovi idilli” pubblicato da Feltrinelli, seguito nel 1972 da “E caddero come figure” edito da Marsilio; poi altri 16 romanzi, tutti pubblicati per Einaudi tra il 1974 e il 2005 e 10 raccolte di poesie. Ha vinto il Premio Grinzane Cavour ed è stato finalista al premio Campiello.
Nel 1993, in collaborazione con l’Università di Genova, ha ideato il Premio Hanbury - La Mortola, dedicato allo studio e alla salvaguardia del paesaggio.
Lo stesso impegno, dedicato all’estetica del paesaggio agrario, lo ha posto ideando l’iniziativa del “Premio Roero:vino e territorio”, che ha visto premiati Renzo Piano, l’architetto paesaggista Paolo Peyrone e Andrè Comoul, responsabile del paesaggio dell’Autostrada del Midì Francese.
Il suo intenso legame con la terra, con l’ambiente, il paesaggio, è ben rappresentato dal suo sito (www.nicorengo.it) che accanto alla sua figura di narratore e poeta (scanditi dalle note al pianoforte di Ludovico Einaudi) affianca i Giardini Hanbury e il mare di quella fetta di riviera ligure che ne ha mosso l’ispirazione (ringraziata con il suono della risacca).



«Orengo nel metafisico me lo vedo poco. È più fisico, materico, senza troppa filosofia. A meno che non abbia avuto una “conversione”»
Così, ironicamente, di sé.
L’intagliatore di noccioli di pesca, Einaudi 2004
Nei fatti, se lo si sa leggere oltre il racconto delle vicende che narra, Orengo è metafisico, interprete delle ansie, delle manie, delle pulsioni e degli incubi della nostra società; un mondo che osserva con ironia, con distacco, a volte con commiserazione e disgusto.
La sua filosofia è nello sguardo stupito su un mondo, quello di oggi, che gli sembra bisognoso di un ritorno al sentimento, alla grazia, alla bellezza, cui ci accompagna con le sue pagine dense di partecipata compassione.
L’ultimo romanzo mandato in libreria da Einaudi “ Di viole e liquirizia” racconta di terra di Langa: anche se non manca un artifizio d’Autore per mescolare quella riviera di terra con il suo Ponente, una nostalgia per quella cerniera che parla l’inglese tra l’Italia e la Francia.
È la “sua” terra, perché anche se è nato a Torino è lì che ha trascorso l’infanzia, dove il promontorio della Mortola va a capofitto nel mare. E ci va “alla grande”, con una fetta di paradiso botanico.
È il luogo del ricordo, la terra dell’ispirazione.
«Per scrivere il «giardino incantato» di quando abitavo natura e stagioni, avevo dovuto subirne il distacco e le parole si erano fatte sature di quella distanza, di quella impossibile continuità. Se fossi ancora vissuto in Liguria, nel Ponente, sulla Piana di Latte, o a Mortola, forse non avrei scritto una parola, non sarei stato costretto a tradurre in parole le zigurelle che colorano gli scogli di Punta Beniamin, né le mormore che girano sui fondali di Mamante, o i voli dei beccafichi sulla via romana, o quelli dei rondoni che arrivano assetati, esausti, da Bonifacio sugli uliveti di Mentone.
Il distacco, quella ferita, mi aveva fatto scrivere. A Torino, fra orari di lavoro, assenza di stagioni, ero tornato a pescare i pampani nei pomeriggi immobili del caldo d’agosto, avevo cercato i magazzini dei fiori, alla sera, quando ridendo, scherzando, uomini e donne preparavano i mazzi per il mercato di Ventimiglia e Sanremo; avevo cercato le storie dei giardinieri di sir Hanbury, nascoste fra i sentieri di Mortola».
Terre blu. Sguardi sulla riviera di ponente, Il melangolo 2001
Nico Orengo ha la pesante -per il brivido di responsabilità che l’accompagna- o forse leggera -per l’orgoglio di corresponsione dell’amore per il territorio che le appartiene- eredità della grande poesia interpretativa che ha saputo cogliere dal “genius loci” quel qualcosa di più che è profondamente radicato nelle storie di ognuno.
Se guardiamo ai riferimenti, la traccia ci riporterebbe troppo lontano nel tempo.
La letteratura non può fare a meno dei confini del territorio.
Sensazioni e sentimenti, da mettere in pagina, nascono sempre da lì.
Ma per lui, Pavese, Fenoglio, Biamonti… sono nomi che arrivano come spontanea evocazione. Nico Orengo non è autore globalizzato, che cerca il successo nei supermarket.
E’ osservatore attento del territorio, da cui trae quell’istintivo bisogno di comunicarci sensazioni, sentimenti, poesia.
Lui così schivo e riservato…
Sente il richiamo profondo della poesia, che diviene quasi comando che l’anima trasferisce alla mente, senza ombra di discussione possibile.
A volte sembra quasi sia la terra che chiami, che suggerisca strade e linguaggi per raccontare della vita, del mistero di ognuno.
Per qualcuno, e Nico Orengo è tra questi, la vita ha radici profonde.
Quella identità che si declina solo al plurale e che dice del nostro appartenere a terre, radici, destini nulla sarebbe se non sapesse mettersi sulla stessa lunghezza d’onda di altri destini, di altre radici, di altre terre. Bisogna amare se stessi per amare gli altri.
Non di un amore narcisistico che sfocia spesso nella presunzione, nell’arroganza di chi si riflette in uno specchio infranto di Narciso. Quanto piuttosto di chi coglie la sua storia per condividerla con altre storie. Per questo nella poetica di Orengo ci sta, tutta intera, l’attualità, con le sue suggestioni, i suoi giramenti di testa, le sue contraddizioni, la poetica bellezza di saper vivere, nonostante tutto, il presente…
Nico Orengo è lo specchio di una società che cambia e che accetta il cambiamento senza dimenticare la storia, le nostalgie, le radici. Anche la sua capacità di rappresentare il paesaggio per quello che è, un corpo in continuo movimento, paesaggio umano e naturale in mutazione continua è segno di sottile interpretazione del presente.
Le sue storie, di cui non sa ma sono vita, interpretano ombre lunghe di situazioni locali proiettate sullo schermo dell’infinito universo. Ci appartengono, ma sono anche la fotografia di avvenimenti universali che potremmo incontrare in ogni latitudine, anche la più dimenticata da Dio.
Lo incontro al secondo piano della sede del quotidiano “La Stampa” di Torino, in una stanza occupata dai libri che sembra di doversi far spazio fra le pagine scritte per occupare quella sedia che a fatica Nico Orengo mi ha recuperato; ma se guardi fuori dalla finestre trovi un prato che ha occupato il cemento per parlare con i prati veri, lassù sulla collina, alla quale rivolge lo sguardo.
Il colloquio non può che ricominciare dall’inizio della “sua” storia, e dalle parole che ha scritto.
«Vengo da un paese di mare. Il paese da cui vengo si confonde e affonda in un giardino. Chi ci abita si confonde e affonda in quel giardino.
Il giardino è un grande giardino. È un giardino che due fratelli inglesi, stanchi e ammalati da lunghi viaggi e residenze nelle Indie hanno comprato, a metà Ottocento, dalla mia famiglia che da Orange, dove fra Avignone e Roma, faceva da corriere per i Papa, si era radicata tra Latte e Mortola.
I fratelli Hanbury, Daniel e Thomas, trasformarono in giardino botanico la terra dei miei che erano fasce e declivi di ulivi e limoni, proprio sul confine con la Francia, ultima scheggia di Costa Azzurra, a fronte del Mediterraneo.
Questo giardino, questa terra, è ai piedi della Val Roja, sonora d’acqua che scivola giù, transumanza d’armenti verso il sacro monte Bego, transito verso la pianura padana.
Il mio destino è di venire da un luogo naturale e artificiale.
Io vengo da quel giardino sul mare che è per me luogo di osservazione e rivolta. Il giardino degli inglesi è diventato, negli anni, un luogo di conoscenza: alberi portati dai quattro angoli del mondo, stagioni fiorite sempre».
Terre blu. Sguardi sulla riviera di ponente, Il Melangolo 2001
Da lì, da quell’infanzia a contatto con la terra, il mare, le piante, gli animali selvatici, nasce un interesse per l’ambiente e per il paesaggio, che in filigrana, ma talvolta da protagonista, permea tutta l’opera di Orengo:
Il paesaggio diventa fondamentale perché l’ho visto e vissuto tra dalla metà alla fine degli anni Cinquanta. Un paesaggio assolutamente naturale, anche se lavorato dall’uomo, fatto di piante e di fiori, accanto a un paesaggio ancor più lavorato che era quello dei Giardini Hanbury, dove piante e fiori avevano la loro geometria, il loro criterio costruito, con artificio.
In ogni caso si trattava di due nature che si confrontavano ed erano molto prepotenti rispetto al resto del paesaggio, fatto di rare automobili, rare pompe di benzina, pochi negozi.
Era l’Italia degli anni Cinquanta. Con in più, per questa fetta di Liguria una particolare attenzione al fiore che diventava fattore produttivo; si trattava però sempre di un fiore di artigianato; le serre erano ancora relativamente poche e per lo più erano i pagliaccioni che coprivano le coltivazioni di fiori. Quindi già il luogo in sé, quell’angolo di terra che va da Ventimiglia alla frontiera era un territorio di natura molto particolare: vigna, olivi, poi fiori, poi mare.
Cose che sono rimaste, e non poteva essere altrimenti, profondamente impresse in me, destinate a diventare un paesaggio che da reale si trasforma in paesaggio dell’anima, dello spirito.
Le mie visione di ragazzo non potevano che accompagnarmi per sempre, rimanendo impresse in profondità dentro di me, per continuare ad essere presenti anche là dove sono poi venute a mancare o ad esserci in misura decisamente minore.

L’eredità dei Giardini Hanbury e della conoscenza che ne è derivata, è una costante che ritorna, con l’attenzione filologica e il rispetto per la complessità della natura dove un albero non è mai solo un albero, una pianta solo una pianta, un’erba solo un’erba.
Leggiamo ancora.
«Un vocabolario botanico scritto, voce per voce su targhette di piombo, da dove parlano voci dell’America del Sud, di quella del Nord, dell’Africa, dell’Australia, della Cina, del Giappone.
Nomi “altri” che era una curiosità scoprire, di giorno in giorno, per confrontare la differenza con il basilico, il rosmarino, la borragine, il timo, la mortella».
Terre blu. Sguardi sulla riviera di ponente, Il Melangolo 2001
E che ritorna nelle opere di Nico Orengo
«E allora in terra, intorno, ci vado a piantare nella terra tutta sparsa da prima ci vado a piantare il vischio parassita, il gittaione peloso, porporino e velenoso, gli stringoli glabri, il garofanino roseo, il fior di cuculo vischioso, la licnide dioica e serotina, l’anemolo palmato, il fiore stella dalle foglie picciolate, spesso pelose e palmato-partite, il velenoso cavolo di lupo, e tanta damigella-fanciullaccia e ramosa, e un botton d’oro pelosetto, e favagello da insalata e il violetto amor nascosto, la speronella follicolosa pubescente, la subglobosa ninfea, un rosolaccio marzolino, il fumosterno a siliquetta smarginata e il cappero aromatico, la borsacchina che li fa bianchi in corimbo terminale, il rosolaio con tomento bianchiccio misto a lungi peli, e l’acaule mammola con stoloni radicanti, il cacciadiavoli giallo, il prugnolo verde cupo, la benedetta pendente, il biancospino coriaceo, il rovo roseo lilacino nei racemi terminali, il trifoglio tutto un fiore a capolino involucrato, la liquirizia dal dolce rizoma, il geranio dal pedicello eretto, la tossica bozzolina, l’acuminata bellichina, e occhi della Madonna dai peduncoli ascellari filiformi, un tubero di panporcino, un inodoro ciclamino-porporino, un corbezzolo seghettato, uno scopiccio strisciante, una scopa dal frutice assai eretto, vilucchioni campanulati, pannocchie di erba viperina, dulcamara, linaiola, barabasso, verbena, lavanda e steca-sticadosso tumentoso pubescente, biondella rosa scuro accesso, peduncoli di pervinca, ruvido raperonzolo, specchi di Venere, margheritina, vellutato millefoglio, aromatica camomilla, lappola uncinata, fiordaliso ragnateloso, cipollaccio olivastro, pungitopo squamoso, dente di cane solitario, strappabrache angoloso, zafferanone imbutiforme, mughetto rizomatoso, bucaneve bianco, trombone glaucescente, narciso solitario, tazzetta gradevolmente odorosa, giaggiolo ensiforme, spadacciola a spiga lassa e a fiori distici, concordia macchiata di bruno, bocca di gallina dal labello villoso, gigaro-giaro giallastro».
Miramare, Einaudi 1974
E l’inizio, lezione di botanica sistematica, di una delle sue opere.
Da dove arriva questa attenzione puntuale?

I giardini prima di essere giardini erano terra dei miei bisnonni, terre degli Orengo; erano terre di olivi e limoni poi sono diventati i Giardini Hanbury. Ho vissuto in una casa dentro i giardini e poi in una appena fuori, quindi il giardino era anche in giardino del paese, praticato tutti i giorni dai ragazzi del paese miei amici di gioco. I botanici, i giardinieri, i contadini che ci lavoravano, era gente che si ferquentava e si conosceva perfettamente; per noi diventava naturale, una consuetudine, conoscere esattamente il nome di un fiore, una pianta. Conoscevamo quei nomi con la stessa naturale confidenza che avevamo nei confronti delle verdure dell’orto… alla stessa stregua conoscevamo i nomi delle specie esotiche.

Un’attenzione particolare che si ripete spesso nei suoi romanzi.
«In primavera attraversava cespugli di cisto, macchie di timo, fazzoletti di erba, veronica, ciuffi di valeriana rossa aggrappati ai muri, lance d’origano e di timo, onde di lavanda e di ginestrini. Mentre al riparo degli ulivi aglietti e iris blu rasentavano isolotti di borragine, acetoselle e piselli odorosi.
A giugno sotto gli ulivi c’è il giglio arancione di San Giovanni.
Dopo ulivi: querce, lecci, carpini, noccioli, castagne e sui prati primule, brughi, rose canine, crochi, timo, prugnoli e “puiot” di lavanda.
Oleandri, lentisco, euforbia, mirto, timo, ginestra, ginepro, lavanda, rosmarino, pino marittimo, pino d’Aleppo, leccio, farnia, carpino nero, rovere, acero, castagno, erica, maggiociondolo, noce, faggio, abete bianco, abete rosso, larice, pino montano, cembro, mugo, nocciolo. E poi un sottobosco di felci, muschi, licheni, mirtilli, erica, rododendri. Dal mare fino ai 2000 metri e oltre piante erbacee pioniere».
Il salto dell’acciuga, Einaudi 1997
Oggi si perde anche questo dettaglio di sapere, il gusto di distinguere, che è segnale di conoscenza del mondo che ci circonda e che sempre più si accontenta di una preoccupante superficialità.
La cultura contadina distingueva uno per uno gli alberi.
Ad essi ci si riferiva non con il nome generico di “albero” o “pino”, ma si declinavano i loro nomi specifici, il ciliegio, l’acero, il gelso, il castagno, il larice, il peccio, l’abete bianco, il pino mugo, il pino silvestre…
Quando non si conosce più il nome di un fiore o di un albero c’è il rischio, magari non immediato, ma dilazionato nel tempo che quei fiori o quell’albero possano poi morire, scomparire, nell’indifferenza…
Tutto ciò credo rappresenti proprio una lezione, una cattiva lezione del Novecento, quando a un certo punto, la cultura scientifica si è dissociata dalla cultura aulica, umanistica per cui anche sulle pagine di grandi poeti o di grandi romanzieri si legge “i fiori” o “gli alberi” e non si sa più di che fiori o di che alberi si parla.

Sono sintomi di una progressiva rassegnazione all’omologazione, alla semplificazione che, inevitabilmente lascia per strada la vera informazione, fatta di conoscenza, di dettagli. È quasi una rinuncia che segnala una perdita di sapere simbolica, una disattenzione al particolare che suona come assuefazione alla scorciatoie dell’informazione e della conoscenza che hanno nella televisione la loro celebrazione.
Nico Orengo sembra non rassegnarsi a questa deriva e si ribella con un’attenzione particolare ai toponimi della sua terra -sospesi tra quelli dell’entroterra e quelli della costa-, ai cognomi, ai cibi e alle ricette, come elementi di sapere e gusto delle differenze.
Partiamo dalla ricetta della bagna caoda…
«Mi fa vedere un mucchietto di acciughe belle grassottelle. -Piú le lavi e meno forte rimane la bagna, - dice. - Se son buone le devi spaccare longitudinalmente, ricorda. Devi metterle per una decina di minuti in un piatto fondo coperte d’acqua e un po’ d’aceto di buon vino. Perdono sale e si sgrassano leggermente. Poi l’aglio. Se ce l’hai di Cap d’Ail, quello rosato, meglio. Una testa a persona. Togli per bene la pellina e anche l’anima, che fa solo pesantezza di stomaco. Poi ti prepari le verdure. Il cardo, di Nizza Monferrato, è il piú delicato. Lo tagli e lo tieni a bagnomaria in acqua e limone perché non ossidi. Fai lo stesso anche con i topinambur. Ricordati le foglie del cavolo, quelle vicine al cuore e ricordati di prendere, a Porta Palazzo li trovi, i peperoni sotto raspo d’uva, lavali con cura. E lava bene le barbabietole. Fai cuocere una cipolla al forno, con la buccia, che peli dopo. Ci vuole anche una bella noce, senza pelle. Per levarla si butta nell’acqua bollente e poi sotto il rubinetto della fredda. Poi pesta bene la noce».
Il salto dell’acciuga, Einaudi 1997
Ma nelle sue storie ritornano spesso le ricette del territorio -dal coniglio alle olive, al
Così come le evocazioni dei vini del territorio, il vermentino, il pigato, il rossese… che trovano la loro apologia nelle precise descrizioni del Daniel, degustatore, protagonista dell’ultimo “Di viole e liquirizia”.
L’attenzione verso questi saperi profondi del territorio è presto spiegata.

Andiamo verso la superficie e il generico e si dimentica invece il particolare, lo specifico, quindi la differenza. Si viaggia, si va in posto lontanissimo e il mondo tende sempre più a somigliare. Forse è anche un bisogno di sicurezza, se il mondo si somiglia, non siamo mai persi. In realtà invece ci si perde proprio quando si cominciano a dimenticare i nomi dei luoghi i nomi di sentieri delle strade delle colline degli incroci, dei bivi. E’ proprio a quel punto lì che uno comincia a navigare nell’indifferente.

Forse nasce anche da qui la scelta di orientare il suo lavoro poetico proprio in una sorta microcosmo a cavallo della frontiera: un segnale che tutto può forse essere trovato lì, dove tutto accade e l’eco di tutto arriva, pienamente fondato nella storia delle storie…

Anche perché poi il piccolo mondo, per una strana combinazione della storia, diventa un grande mondo perché in quei tre quattro chilometri di costa ci sono i Balzi Rossi con l’Uomo preistorico delle caverne, dunque la storia lontana, remota; poi ci sono i giardini Hanbury, un pezzo di storia importante nel mondo europea della botanica, e altre decine di cose importanti. Credo che ogni piccolo mondo, al di là dell’attenzione particolare della storia, ogni microcosmo, porta in sé un macrocosmo e radici di cose in un certo senso eccezionali e irripetibili.

L’abbiamo detto, Orengo è cronista del contemporaneo, non si lascia coinvolgere dalle nostalgie che pure evoca, e guarda avanti. Ma non manca di criticare le derive dell’oggi.
«Libero, da buon comunista, lottava perché la terra rimanesse in mano ai contadini, e guardava con occhio torvo che portava in Comune progetti di eventuali pensioni, sale cinematografiche, stabilimenti balneari. Quella, diceva, era una terra di fiori. Una riviera fiorita che non doveva trasformarsi in una piaga borghese e senescente com’era accaduto alla vicina Mentone, località di gerani e vecchi ricoglioniti. Ma altri (…) invocavano invece lo sviluppo, la modernizzazione, un po’ di condomini, monolocali “come in Francia”, l’apertura al turismo tutto l’anno. Così la lotta fra chi aveva l’ansia del mattone, chi si opponeva e chi era tutto sommato indifferente procedeva, sotterranea ma senza esclusione di colpi».
La curva del Latte, Einaudi 2002
Non manca una critica velata, che non si fa mai invettiva, al modello di sviluppo consumista, alla società dell’apparire, a una modernità senza anima; una lieve malinconia per le inevitabili trasformazioni che cambiano i luoghi, le persone, le comunità, con il rischio che tutto sia guastato da un passaggio verso il futuro sempre meno ancorato a princìpi e valori di solidarietà tra le persone e tra loro e i luoghi, sino a far perdere il senso stesso di comunità.
C’è spesso nella sua opera un grido contro la speculazione edilizia che arriva, contro l’aggressione al paesaggio.
«Comprai la scatola in mogano per acquarelli quando venni sapere che la Curia di Ventimiglia sarebbe riuscita a vendere la Piana di Latte, l’uliveto a ridosso dell’antica strada romana [.., ] Perduta per sempre. E le parole non sarebbero bastate a dare l’immediatezza di un dolore e a conservarlo nella memoria. Volevo disegnare. Volevo adoperare, per quel gesto, la più spirituale delle tecniche figurative (…). Con Adriano avevo parlato dell’uliveto della Piana di Latte. Ero andato a vederlo e la sua bellezza al tramonto, prima del colpo delle ruspe, mi aveva bloccato. Non avevo aperto la scatola dei colori.
Mi ero seduto sul portale di ingresso ed ero rimasto a guardare il fremito delle foglie d’ulivo, le foglie nuove delle rose, i pochi iris lungo il sentiero di ghiaia rosa, gli alberi di ginestra bianca con i suoi fiori di ghiaccio. E il rumore dell’onda che sbatteva sulla riva e trasmetteva alla terra un brivido lieve. Per una soluzione Picasso, ancora una volta, non avevo le possibilità, per una soluzione Cèzanne il dono e la capacità di proteggerlo. Rimaneva il bagliore di Ava Gardner: aspettare una bellezza misteriosa che appaia, più o meno improvvisamente, per ricordarti quanto sia inafferrabile. (…). Gli racconto di Cézanne. Negli ultimi mesi della sua vita parlava con un ulivo, aveva con lui una preghiera quotidiana. Gli dico che, diventato ulivo, poteva disegnare, senza staccare il pennello dalla tela, quell’ulivo e tutti gli ulivi del Mediterraneo, come l’anima eterna della pianta-ulivo.
«E noi che siamo umani?» chiede, sorridendo, Adriano».
Gli spiccioli di Montale. Requiem per un uliveto, Einaudi 2001
L’ergersi con le armi della scrittura contro la probabile sparizione di un pezzo di ponente ligure minacciato dalla furia speculativa gli costò, all’epoca della prima uscita del volume per Theoria (1992), una querela e un processo per diffamazione che si sono fortunatamente risolti in maniera favorevole con la ripubblicazione di un’opera breve ma intensa, un canto per gli ulivi.
«Erano ulivi inquieti, febbrili, fra luce e ombra
Milioni di metri quadri di muro a secco che chissà da quando, chissà per quanto i nostri padri per secoli e secoli, fin su alla montagna. Non ci han lasciati palazzi nostri padri, non han pensato alle chiese, non ci hanno lasciata la gloria delle architetture composte: hanno tenacemente, hanno faticosamente, hanno religiosamente costruito dei muri, dei muri a secco come templi ciclopici, dei muri ferrigni a migliaia, dal mare fin in su alla montagna! (…) La nostra cattedrale! Gli ulivi folti, boscosi, d’argento per tutto! Avevamo fatto il nostro destino, il destino nostro era ora conchiuso; i padri finalmente avevano fissato il nostro destino. E noi fummo fra gli ulivi come un popolo antico nelle sua cattedrale: ogni nostra speranza era lì, ogni nostra sicurezza era lì, negli ulivi».
Gli spiccioli di Montale. Requiem per un uliveto, Einaudi 2001
Ci vuole poesia per difendere l‘ambiente, la natura?

Certo, ci vuole poesia. Bisogna capire che il territorio, specie poi in Italia, è fragile, quindi occorre muoversi con attenzione, con rigore. Ma le crociate sono sempre ridicole, occorre misura.
Il rapporto tra uomo e natura è sicuramente un rapporto combattuto, faticato, difficile. Però necessario. Se la si prende di petto e la si violenta siccome la natura ha tempi più lunghi e ragiona in termini di distanze che l’uomo non può raggiungere, alla fine la Natura ha comunque il sopravvento sulla pericolosità dell’uomo, quando questi decide di essere pericoloso.

«Non gli piacevano i fucili. Non gli piaceva la caccia. Lui aveva paura dei cinghiali. E non gli importava niente che i cinghiali entrassero per le fasce a mangiare patate o ranuncoli.
Al padre la caccia piaceva. E odiava quei cinghiali che gli entravano nei coltivi e nell’orto.
Uscirono, padre e figlio, in un’aria di cartavetro. (…)
E lo vide sbucare tra le foglie, incerto sulle zampe, grufolando verso le ciliegie. Era un cucciolo di cinghiale, con il dorso rossiccio striato di grandi righe nere. Marco lo guardò con divertimento tuffare il piccolo muso nero fra le ciliegie. Ma subito fu distratto da uno scapiccio pesante, dal piegarsi delle fronde e dall’apparire di un cinghiale più grande (…) Uscì allo scoperto sul terreno, con la coda ritta, si guardò intorno e vide l’uomo a terra. –Adesso lo stendo: Marco sentì la voce del padre e l’alzarsi dei canni del fucile. Poi sentì un primo e un secondo clic, sordo. L’arma era scarica.
(…) Marco urlò e saltò giù dalla roccia. Il cinghiale aveva abbassato la testa, stava per caricare. Fra le gambe gli si intrufolò il piccolo che corse verso Marco. Lui allora gli allungò una mano, cercandogli il muso. Il tempo per un istante si fermò. Il padre abbassò verso terra l’arma inutile. Il cinghiale guardò l’uomo a terra, poi guardò il piccolo e Marco: il ragazzo gli stava facendo il solletico con una foglia di leccio. Il cinghiale grugnì e diede un colpo di muso sul sedere del piccolo. Lo fece voltare poi lo spinse verso la boscaglia. Il cucciolo s’incamminò, fermandosi a raccogliere qualche ciliegia. Fu allora che il cinghiale adulto si girò a guardare Marco e il padre.
Fu uno sguardo breve, poi il cinghiale e il piccolo sparirono nella bosocaglia».
L’allodola e il cinghiale, Einaudi 2001
Questo romanzo è un paradigma dell’attuale rapporto tra Uomo e Natura.
Spesso l’uomo continua ad avere un atteggiamento di sfida nei confronti dell’ambiente e non si accorge che l’habitat che condividiamo con le altre specie può essere uno strumento per conoscere meglio noi stessi.
Nel racconto l’immersione nell’ambiente naturale e nei suoi silenzi è occasione per l’apertura di un dialogo tra padre e figlio in cui la Natura alla fine non aggredisce l’Uomo ma, anzi, finisce con il dargli un insegnamento.
Noi sosteniamo che la natura vada protetta perché è parte di noi, ma le politiche di protezione, di tutela dei territori con le aree protette, hanno qualche significato oppure rischiano di essere la foglia di fico per salvarci la coscienza e consentire poi che altrove accadano gli scempi?

Io ho, a volte, proprio questa impressione e vedo questo rischio. A volte mi sembra che quando si apre un parco o si mette sotto tutela una zona, questo significa: “intanto vi abbiamo salvato questo territorio” ma proprio per questo ci sentiamo in diritto di attaccare da un’altra parte.
Non intravedo quasi mai, o poche volte, una progettualità più ampia, a tempi lunghi. Perché in questi giorni va giù l‘ecomostro di Punta Perotti? Poteva andar giù prima. Va giù a pochi giorni dalle elezioni… È ovvio che, comunque, è meglio che vada giù; però ci vedo sempre un secondo fine. Ciò detto, è utile si salvino più parti del territorio possibili, anche se il ragionamento giusto sarebbe quello di avere riguardo per l’intero territorio cercando di convivere nella misura più equilibrata possibile.

«Trepianti, “con l’anima del poeta” (…) non lasciava che i camion salissero, attraverso la sua proprietà (…) Al Sassetto in aiuto di Trepianti, andarono Monti e molti poeti della Pro Loco, maestre e maestri elementari. (…) Trepianti, Monti e gli altri fecero una catena umana: si legarono in terra e agli ulivi e incominciarono a declamare poesie, inni alla natura, invettive contro la società dell’immagine e dei consumi. (…) Violo era salito a parlamentare con il movimento dei “Poeti per la natura”, come si erano autodefiniti. (…) Aggiunse che la futura televisione avrebbe tenuto conto delle loro esigenze e avrebbe lasciato una spazio ai “Poeti per la natura”.Da autogestire. (…) aveva capito che gli “incatenati del Sassetto” potevano diventare un buon motivo di lancio pubblicitario per la sua Tivù Veronica Two. Così i “Poeti per la natura”diventarono notizia. Incominciarono ad essere intervistati. (…) Fu la fine del movimento. Qualcuno cominciò a rompere il fronte per fare l’intervista personalizzata, qualcun altro accettò di farsi fotografare, ad altri ancora venne promesso un provino come annunciatore o annunciatrice. In pochi giorni si dispersero e Trepianti disse che la resistenza era finita».
Ribes, Einaudi 1988
Non è molto tenero con gli ambientalisti né con i Verdi…

A volte si sentono parlare e si ha l’impressione che non siano attenti ai problemi da cui derivano il proprio nome, ma solo alla politica, ai giochi delle politica.
Mi pare rimangano aggrovigliati al gioco della politica diventando portatori di atteggiamenti politici slegati dai motivi e dai temi che dovrebbero essere la loro ragione d’essere.

«Bisognerebbe far riposare il mare, chiuderlo al traffico, alle petroliere che perdono o si sfasciano, agli scarichi non protetti. Vietarlo per una decina d’anni e curarlo nella sua flora. Forse così ritornerebbe un bel mare pulito e profumato. (…) lo sanno che stanno per scomparire le grandi foreste di poseidonia. (…) Tra un po’ riempiranno di ponti, strade, stadi e alberghi l’Est… e chi se ne frega se intanto il mare s’avvelena e ci avvelenerà. (…) sempre una visione miope, da bottegai…»
La guerra del basilico, Einaudi 1994
«Martino aveva detto a Monsieur Bosio di aver letto su di una rivista che gli oceani impiegano 380 anni a ricambiare tutto l’ossigeno che c’è nelle loro acque. Il respiro del mare è un fiato che soffia ogni anno 1.600 milioni di tonnellate di ossigeno».
Dogana d’amore, Einaudi 1996
Il mare è sempre protagonista nelle opere di Orengo, dove si spendono parole per denunciarne il progressivo degrado, la disattenzione. Perché c’è così poca attenzione per il futuro del mare?

Perché sembra infinito; questo non finire mai fa sì che sembri impossibile inquinarlo e ci sono delle superficialità nei confronti del mare perché in fondo non siamo una popolazione di mare. Anche se abbiamo ottomila chilometri di coste, non siamo dei veri marinai o amanti del mare. Per incuria il mare diventa quindi una discarica, tanto è così grande e si pulisce da solo. Manca una cultura che abbia attenzione a questa risorsa che non è infinita ma gracile.
Spesso gli stessi pescatori, che delle risorse del mare vivono, sembrano avere scarsa attenzione al fatto che si rischia di esaurirle per sempre…
Ho l’impressione che a volte l’avidità, o forse il bisogno… perché i pescatori non se la passano certo di lusso… Può darsi che qualche armatore, ma i nostri pescatori…
Certi pescatori potevano essere come certi cacciatori di Rigoni Stern che sapevano esattamente quanti uccelli abbattere o quanti pesci prendere; a loro modo erano degli ecologisti perché sapevano tenere un equilibrio. Oggi non più; oggi si pesca più che si può, credendo che il mare abbia risorse infinite. Purtroppo non è così..

Anche le coste non se la passano meglio, anche se all’orizzonte qualche barlume di speranza sembra trasparire.
«La Riviera è morta, desertificata e cementificata nel contempo, lo scriveva anche Biamonti
L’azzurro stanca, stancano le fronde delle palme, stanca quel glicine che cresce immenso nella curva appena dopo Ospedaletti, stancano le palme lungo l’Aurelia e i grandi pini d’Aleppo che ormai si piegano sulla strada. ? una natura che stanca, spingendo grandi foglie di banano contro i vetri dei condomini e giganteschi ficus a far saltare grondaie e tubi di fogna, eucalipti a insidiare cantine e tetto di casa: una natura ormai sotto controllo che si ribella, che dopo la cacciata del dopoguerra recupera gli spazi a lei recintati, scavalcandoli, indisturbata. La Liguria cambiava, si ribellava alla miopia dei cementificatori degli anni Cinquanta».
L’intagliatore di noccioli di pesca, Einaudi 2004
Cosa si può fare perché l’atteggiamento culturale cambi davvero?
Ci vuole, alla fine, sempre la scuola che dovrebbe partecipare di questi discorsi, essere vicina a queste richieste, a queste domande. Anche i parchi letterari rischiano di diventare dei ghetti che esauriscono la loro funzione con il posizionamento di quattro targhe. Non basta richiamare il territorio con Pavese, Fenoglio, non serve assolutamente a nulla; bisogna lavorare insieme, bisogna farli vivere i luoghi e i paesaggi letterari. Allora sì, possono essere strumenti che la scuola utilizza. E se alla fine si fa tutto questo con intelligenza, con amore, allora possono anche rendere, diventare fonte di ricchezza.

L’informazione, i giornali, qualcosa possono fare…

Possono dare delle indicazioni. Il giornale è una cosa febbrile, un giorno va da una parte, il giorno dopo dall’altra… La continuità è data da una cultura di base, dall’insegnamento che comincia con le elementari, le medie e prosegue in famiglia…
Probabilmente occorre anche un riequilibrio tra cultura umanistica e sapere scientifico e tecnologico…
Gli strumenti per fare questo ci sono, anche se la cultura scientifico tecnologica è andata così avanti che a volte finisce con lo spaventare. Ma cercare di fare discorsi paralleli, appaiati, che si intreccino, è possibile. In questo senso, ad esempio, il computer è l’azzeramento di una certa istruzione; non si parte utilizzando il computer, bisogna capire cos’è. Si tratta di un passo che dalla scienza porta anche verso le materie umanistiche. Oggi la possibilità di comunicare attraverso la rete è formidabile ed è destinata ad ampliarsi; non so quanti nel nostro paese abbiano i computer, non bisogna neppure enfatizzare questo strumento che credo sia ancora appannaggio di una minoranza, però è uno strumento che può aiutare moltissimo la comunicazione, può stimolare la curiosità, aiutare a conoscere e imparare, prendere coscienza dei problemi…

La letteratura, specie se è attenta al territorio, al paesaggio, com’è nel suo caso, può aiutare? Le parole possono salvare la geografia?

Al di là di una tendenza letteraria riferita ai cosiddetti non luoghi (aeroporti, grandi magazzini, ecc), credo esista ancora una geografia della letteratura e che ogni geografia esprima la sua storia.

A volte ho l’impressione che in Italia sia un genere poco frequentato…

Può apparire così se si resta alla superficie di ciò che offrono di più televisione e giornali. Poi però esistono molti scrittori che sono legati alla loro terra, al territorio e raccontano storie di luoghi… Certo non è la letteratura dominante. Questo accade perché la postmodernità porta in quella direzione; anche lo scrittore che sta, che ne so, a Varese piuttosto che a Caltanisetta, se si mette a scrivere ha in mente magari la letteratura americana fatta del grande aeroporto, di periferie, grandi magazzini e finisce con l’esserne condizionato. Può anche darsi che ci sia la paura di scadere nel provincialismo oppure in un’idea sorpassata di letteratura.

Al Salone del libro di Parigi, accade invece che l’esposizione sia proprio organizzata con una suddivisione tra territori. Da noi forse sta un po’ emergendo un’analoga attenzione che è cominciata con i prodotti tipici del territorio…

La Francia ha un’idea radicata del territorio. Da noi un po’ meno ed ho paura che poi l’attenzione rischi di fermarsi all’aspetto “gourmande”.

Anche qui, il rischio della moda, il trionfo dell’apparire.
«Qui in Langa è tutta un’invenzione. (…) Ci siamo inventati la Langa, un paradiso di vigna per amanti del vino e turisti. “venite nel paradiso di Langa. Ottima cucina, ottimo vino, colline da far invidia alla Toscana”. Tutte balle. Qui non sai cosa fare se non mangiare e ubriacarti, se te lo puoi permettere. Per il resto puoi andare a vedere un paio di partite di pallone elastico, sperando che siano ben truccate, o annegare nella nebbia che ti morde da metà ottobre in avanti. Oppure fuggire… (…) qui nessuno ha più i modi del contadino, salvo rare eccezioni di vecchi e giovani ecologisti, verdi, nostalgici allo Slow Food. Per il resto è chimica e meccanica in mano a enologi, tecnici, pubblicitari, rappresentanti internazionali» (…) Attraversarono paesi stretti e campagna chiusa da capannoni industriali, una lunga fila di hangar che impedivano la vista sulle colline. Outlet, Trony, Casa della Luce, Divani &Divani: saloni che esponevano trattori e Mercedes, magazzini del Giocattolo, Casa del Mobile da Giardino, Casa del Legno, con colori blu, gialli, rosa confetto. Capannoni che marcavano le strade come un unico, gigantesco Lego».
Di viole e liquirizia, Einaudi 2005
Eccoli, i non-luoghi; stanno arrivando anche nelle campagne e rischiano di cancellare le ultime testimonianze di una identità perduta, frustrata da decenni di ricerca di un’identità nazionale…

Questo può essere , ma io credo soprattutto che si sia sovrapposta in maniera molto pesante una visione americana della vita: i consumi, la moda, la canzone, il cinema. Niente da dire si è trattato di un fenomeno che ha fatto breccia e certo è arrivata anche qualità. Ma di fronte a ciò c’è stata una specie di abdicazione a una identità nazionale più forte, basata su un modello che non è un modello tutto nostro. Anche la letteratura ne è stata coinvolta, basti pensare alla moda del giallo, del noir del thriller… nasce da lì, dall’America.

«Forse non bisognerebbe parlarne, per salvarli. Ho quasi paura che a forza di fare un nome lo si consumi. Guardate le foto, sono molto belle, forse troppo: rappresentano una Liguria che non c’è più. Se si sposta l’inquadratura di uno o due millimetri si scopre sicuramente qualcosa che non va».
Terre blu. Sguardi sulla riviera di ponente, Il Melangolo 2001
Far conoscere il territorio, fa dunque correre ai luoghi il rischio di perdere la loro intimità, la loro anima?

Io spero e mi auguro che chi arriva in un luogo attraverso le pagine di un mio libro vada lì con un atteggiamento responsabile, fatto di educazione e di rispetto; può anche accadere che ciò non avvenga e questo addolora, tuttavia già la fatica del leggere è di per sé una barriera di rispetto.
Certo il turismo di massa non fa che cancellare i luoghi. Anche la moda turistica porta con sé i suoi rischi e c’è da augurarsi che nel tempo si evolva verso un turismo individuale più attento, rispettoso, consapevole. Che chi frequenta un luogo sia incuriosito e interessato dalla possibilità di coglierne le radici.
Dunque anche i parchi e le aree protette corrono questo rischio?
Anche il turismo nei parchi se diventa moda, fenomeno di massa, rischia di diventare distruttivo, magari per lasciare poi spazio a un altro tipo di turismo promosso da una nuova moda.
Il turismo è positivo se sa dare le motivazione per andare in un luogo e al tempo stesso sa preparare la visita con il rispetto per il luogo in cui si entra.
I luoghi possono aiutare a far rispettare se stessi?
Qui si tratta di educazione di chi è responsabile del luogo e che deve svolgere un’azione da filtro. Non c’è bisogno della sbarra per luoghi che diventano mete se c’è una attrattiva speciale, magari mossa dal sentimento, che diviene coinvolgimento…