Federparchi
Federazione Italiana Parchi e Riserve Naturali


PARCHI
Rivista della Federazione Italiana Parchi e delle Riserve Naturali
NUMERO 48 - GIUGNO 2006




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FIUMI

Corsi senz'acqua

Le voci che parlano di acqua come del petrolio del futuro sono ormai molte, e le speculazioni sembrano essere dietro l’angolo. Il decreto Bersani, anche se il fatto è passato sotto silenzio quasi totale, non si è occupato solo di taxi e farmacie, ma ha posto un primo importante tassello per tutelare l’acqua del nostro paese escludendola dalle liberalizzazioni.
L’acqua italiana sarà e resterà pubblica nelle proprietà e nella gestione. Una svolta positiva e non da poco, tuttavia non sembra ancora esistere una politica capace di sviluppare un’adeguata e corretta gestione e manutenzione delle risorse idriche del nostro paese.
In tal senso un problema sempre più impellente è quello della gestione dei bacini idrografici dei fiumi. Le deputate “autorità di bacino”, istituite ormai da più di quindici anni, non sembrano in grado, attraverso i loro piani, di evitare situazioni di crisi sempre più forti.
Dal punto di vista della qualità alcuni passi avanti sono stati fatti, come dimostra la ricomparsa in molte aree fluviali di una fauna ricca e variegata. Un segnale positivo sulla qualità arriva per esempio dai risultati di una recente indagine di Altroconsumo sullo stato di salute dell’acqua potabile italiana. Delle 35 città in cui sono stati prelevati e analizzati 43 campioni di acqua, solo due sono risultate bocciate Genova e Catanzaro. L’acqua che esce dai nostri rubinetti è negli altri casi sicura, limpida, batteriologicamente pura, buona per la salute e accettabile al gusto.
Tuttavia molto lavoro resta da fare, come ci segnala la percezione del cittadino che rimane quella efficacemente riassunta da una protesta di Beppe Grillo: “Lo scorso anno nella Valle del Sacco 25 vacche sono morte dopo aver bevuto l’acqua del fiume. Il Lambro a Milano scioglie le persone meglio dell’acido. Il Tevere contiene più batteri del Gange.”
Forse però i problemi più gravi negli ultimi anni sono di quantità: accade ormai regolarmente che a giugno, proprio quando le esigenze irrigue di molte colture estensive sono massime, gli alvei dei nostri fiumi siano vuoti o quasi.
A segnalare queste situazioni di emergenza, anche per le loro forti ripercussioni sugli ecosistemi fluviali, sono spesso proprio le numerose aree protette che in Italia, proteggono territori di particolare pregio proprio per la presenza di un corso d’acqua: dai numerosi parchi che al nord proteggono tratti diversi del bacino fluviale del Po, a quello dell’Alcantara che protegge le celebri Gole omonime ai piedi dell’Etna.
Questa rubrica periodica vorrebbe dar voce, da un lato, alle differenti situazioni critiche che i parchi hanno occasione di constatare sia a livello territoriale che politico o gestionale (e su cui spesso per carenza di risorse o poteri non possono intervenire) e, dall’altro, ad idee, progetti e processi di cooperazione che risultino utili e innovativi per la gestione delle acque dei nostri bacini fluviali.
Il tema è più critico di quello che sembra ed è di forte attualità. In marzo il rapporto triennale delle Nazioni Unite sullo stato dei fiumi e dei laghi, ha lanciato un severo allarme mostrando che tutti i grandi fiumi del mondo sono vicini al collasso. Più di metà dei cinquecento maggiori fiumi del pianeta sono parzialmente o completamente in secca. Un esempio eclatante è quello americano del Rio Grande, uno dei venti fiumi più lunghi del mondo, ma solo più in teoria, infatti, non solo non riesce ad arrivare al mare, ma il suo corso si interrompe al El Paso, città del Texas che lo priva di tutte le sue acque, dopo appena 1300 dei 3000 km segnati sulle carte geografiche.
Una situazione di emergenza ribadita in un recente dossier del WWF. Molti corsi d’acqua stanno perdendo il loro sbocco al mare, e quasi un quarto di quelli che ancora riversano le loro acque nel grande blu rischiano di perdere questa prerogativa nei prossimi 15 anni.
Tre le cause principali individuate dall’ONU: l’inquinamento, l’effetto serra, e l’aumento delle captazioni e delle costruzioni di dighe per l’utilizzo dell’acqua a scopo agricolo ed urbano.
Anche in Italia, segnala il WWF, la situazione è molto critica ed il panorama variegato: fiumi prosciugati dalle captazioni, come il Rio Verde in Abruzzo, o l’Isonzo in Friuli; fiumi imbrigliati per la produzione di energia elettrica come l’Esino nelle Marche o l’Aveto in Liguria; corsi devastati da interventi di cementificazioni e messa in sicurezza, come il caso eclatante del Tagliamento in Friuli o l’Adda in Valtellina, alvei sventrati delle attività di cava, etc…
In questo variegato panorama di problemi, il denominatore comune come già accennato è la carenza d’acqua: una criticità trasversale, che, come nel resto del pianeta, interessa in modo sensibile tutti i corsi d’acqua italiani. Un fenomeno che non risparmia neanche le regioni del nord, tradizionalmente ricche di acqua grazie all’apporto prezioso della catena alpina.
A fine giugno, quando le esigenze irrigue dell’agricoltura di pianura si fanno più pressanti, gli alvei si svuotano e le coltivazioni subiscono una crisi di cui sembrano essere nel contempo una delle cause prime.
Analizzando i consumi, dati alla mano, sembra infatti essere proprio l’agricoltura a fare la parte dell’ingordo sbevazzone. Dei 55 km3 di fabbisogno idrico nazionale, ben 36 km3, ovvero il 65%, vengono utilizzati per usi agricoli, 10 km3 (18%) circa sono destinati ad uso industriale, e 9 km3 (16%) sono destinati ad uso potabile.
Spesso si sottolinea la necessità di educazione alla sobrietà nell’utilizzo dell’acqua potabile, tuttavia da tali dati si evince quanto l’uso agricolo sia più problematico dell’uso potabile. Un divario che diventa di entità ancora maggiore se si pensa che l’acqua destinata all’agricoltura, al contrario di quella destinata ad uso potabile, non torna più ai bacini da cui è stata prelevata, ma una volta sparsa sul terreno, in parte evapora ed in parte penetra nel suolo.
Tornando ai dati è importante notare come il calcolo del fabbisogno nazionale totale non tenga conto di una delle esigenze idriche primarie: quella per l’ambiente. Gli ecosistemi e tutte le specie viventi che operano al loro interno necessitano infatti di un corretto approvvigionamento di acqua per sopravvivere. Anche le statistiche sono un segnale significativo di come le esigenze ambientali occupino ancora e sempre un posto in ultima fila.
Le aree protette, ed in particolare quelle che interessano i bacini fluviali, hanno il dovere di svolgere un ruolo importante per costruire uno scenario corretto e sensato dell’utilizzo delle acque del nostro paese.
Innanzitutto possono fornire gli elementi culturali necessari per non danneggiare i nostri ecosistemi acquatici e non, garantendo l’acqua loro necessaria.
Possono inoltre orientare e diversificare la produzione agricola in modo tale da renderla “idrocompatibile”. Da un lato si deve operare nella direzione dell’efficienza dei sistemi di irrigazione: la sostituzione per esempio di un sistema a scorrimento con un sistema ad aspersione o a goccia consente un risparmio del 35% di acqua. E’ chiaro che tali migliorie comportano dei costi aziendali che vanno sostenuti con incentivi e misure specifiche, che risultano comunque molto meno costose del potenziamento della rete di distribuzione o della costruzione di nuovi invasi per il contenimento delle acque. Dall’altro lato si deve operare nella direzione della diversificazione e della scelta delle colture anche in funzione della loro “idro-voracità”, preferendo alle grandi colture estensive di mais e riso, le produzioni meno esigenti sotto il profilo idrico, che spesso coincidono anche con produzioni di qualità e valore come nel caso di viticoltura e frutta.

Luigi Ocaserio