Federparchi
Federazione Italiana Parchi e Riserve Naturali


PARCHI
Rivista della Federazione Italiana Parchi e delle Riserve Naturali
NUMERO 48 - GIUGNO 2006




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UOMINI ORSI E PARCHI

Orso bruno del Brenta, ucciso in Baviera dall’ignoranza

Il 26 giugno 2006, in Baviera, non lontano dal confine con l’Austria, un orso è stato ucciso su decisione del governo locale.
Il suo nome “in codice” era JJ1: primogenito (1) di Joze (J) e Jurka (J), due orsi immessi nel contesto del progetto di reintroduzione Life Ursus.
JJ1, nato nel Parco Naturale Adamello Brenta, stava vagabondando, come spesso fanno i giovani orsi, forse alla ricerca di una nuova area nella quale stabilirsi. La sua “colpa presunta” è stata quella di cibarsi troppo frequentemente di galline e farlo occasionalmente nelle immediate vicinanze delle abitazioni poste non lontano dai boschi nei quali passava le sue giornate.
Il Parco Naturale Adamello Brenta, storicamente impegnato nella conservazione dell’orso bruno e promotore del progetto di reintroduzione che ha portato la specie ad avere un nuovo futuro sulle montagne delle Alpi, si è sentito naturalmente coinvolto dalla vicenda di JJ1.
Pur non essendo implicato direttamente nella gestione della specie, a maggior ragione al di fuori dei confini nazionali, il Parco - che ha eletto l’orso a suo simbolo, considerandolo parte del proprio DNA - sente infatti come propria responsabilità morale la ricostituzione di una popolazione vitale di orsi sulle Alpi Centrali, obiettivo che l’Unione Europea ha mostrato di condividere appieno appoggiando e sostenendo il progetto di reintroduzione.
Proprio sulla base della straordinaria esperienza maturata con il progetto Life Ursus, il Parco ha dunque disapprovato, sia dal punto di vista etico sia da quello tecnico, l’uccisione dell’orso JJ1 voluta dalle Autorità bavaresi, innanzitutto perché questo atto potrà avere pesanti ricadute negative sulla conservazione dell’orso in Europa.
Nella convinzione che tutti gli organismi coinvolti nella conservazione dell’orso bruno, compreso il Parco stesso, avrebbero potuto adoperarsi con maggior impegno per evitare l’abbattimento di JJ1, abbiamo sollecitato una maggiore attenzione per la tutela della specie in futuro, chiedendo all’Unione Europea di fare luce, in modo rigoroso e trasparente, sui contorni giuridici connessi all’abbattimento di un esemplare appartenente ad una specie inserita negli Allegati II e IV della Direttiva Habitat. Proprio all’Unione Europea, abbiamo inoltre chiesto, per il futuro, una maggiore tempestività e coerenza nell’evitare azioni lesive nei confronti delle specie interessate da progetti da essa co-finanziati.
Siamo tuttavia convinti che, paradossalmente, la morte di JJ1 possa avere anche ricadute positive, in particolare diventando stimolo a nuove forme di cooperazione internazionale per la conservazione della specie. In questo contesto, le aree protette e gli organi di raccordo delle stesse (Federparchi, Rete delle Aree Protette Alpine in primis) potranno giocare un ruolo fondamentale nella definizione di un assetto di gestione della specie condiviso su vasta scala. Ne siamo convinti sulla scorta dell’esperienza acquisita negli ultimi 10 anni in Trentino, dove i criteri di conservazione adottati e sperimentati nel Parco hanno portato la nostra gente a maturare forme di convivenza esemplare con l’orso, che potranno forse in futuro essere esportate anche in altri contesti territoriali.
La risposta indignata da parte dell’opinione pubblica europea, schieratasi tutta dalla parte dell’orso, potrebbe inoltre rappresentare un nuovo elemento favorevole per il ritorno dell’orso sulle Alpi e soprattutto per evitare che episodi simili abbiano a ripetersi in futuro. Spetterà dunque anche a noi “mettere a frutto”, al di là dell’emotività, il clamore suscitato dalla vicenda JJ1 affinché gli sforzi compiuti nell’ultimo decennio da tutti gli enti pubblici e privati che si sono adoperati per il ritorno della specie nelle sue aree di origine non risultino vani.

Queste considerazioni, discusse e approvate dalla Giunta Esecutiva del Parco Naturale Adamello Brenta in data 6 luglio 2006, sono confluite in un documento ufficiale inviato alle Autorità competenti nazionali ed europee.
La scomparsa
Nel corso degli ultimi secoli la crescente pressione antropica sul territorio montano alpino ha avuto l’effetto di condannare l’orso bruno al declino numerico. L’uomo ha sottratto spazio vitale al plantigrado per sfruttare il territorio dal punto di vista agricolo e zootecnico, condizionandone e compromettendone la distribuzione in maniera indiretta, ma soprattutto è stato autore di un vero e proprio sterminio ai danni della specie. La causa di tale eccidio può essere spiegata in parte da motivazioni di tipo economico ed in parte da fattori emotivi: l’orso, animale forte e per alcuni aspetti simile all’uomo, sembrava essere in grado di mettere in discussione il primato dell’essere umano sul mondo animale.
Se dunque, per un verso, l’orso ha condiviso il suo territorio con l’uomo fin dall’antichità, entrando a pieno titolo nella cultura delle genti alpine, alcuni fattori conflittuali hanno condannato la specie ad una caccia spietata che, intorno al 19-20° secolo, ne ha decretato l’estinzione quasi totale dall’Arco Alpino. Già dopo la seconda Guerra Mondiale, il plantigrado era rimasto confinato in una ristretta area del Trentino occidentale che nel 1988, anche per questo scopo, è divenuta area protetta con il nome di Parco Naturale Adamello Brenta. Alla fine del secolo scorso, tuttavia, anche il nucleo di orsi del Brenta, ridotto a non più di 2-3 individui, aveva superato la soglia dell’estinzione: una ripresa naturale era considerata assolutamente improbabile.

Il ritorno
Per cercare di risollevare le sorti dell’ultimo nucleo di orso bruno delle Alpi italiane, nel 1996 ha preso avvio mediante finanziamenti LIFE dell’Unione Europea il Progetto “Ursus – tutela della popolazione di orso bruno del Brenta”, passato alla cronaca come Life Ursus. L’intervento di salvaguardia nei confronti del plantigrado - promosso dal Parco Naturale Adamello Brenta e condotto in stretta collaborazione con la Provincia Autonoma di Trento e l’Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica – si è basato su una attenta fase preparatoria. In base ad un apposito “Studio di fattibilità”, la reintroduzione è stata individuata come l’unico metodo in grado di riportare gli orsi sul Brenta: 9 individui (3 maschi e 6 femmine di età compresa tra 3 e 6 anni) sono stati indicati come il contingente minimo per la ricostituzione, nel medio-lungo periodo (20-40 anni), di una popolazione vitale di orsi sulle Alpi Centrali, formata da almeno 40-50 individui. Lo “Studio di fattibilità” ha inoltre stimato - mediante un’approfondita modellizzazione del territorio comprendente il Trentino occidentale e parte delle province di Bolzano, Brescia, Sondrio e Verona – in più di 1700 kmq le aree idonee alla presenza del plantigrado: superficie giudicata sufficientemente ampia per ospitare la popolazione minima vitale.
Proprio in base all’estensione territoriale dell’area interessata dal progetto ed alla sua complessità, numerosi sono stati i partner che hanno collaborato all’iniziativa. Sono infatti stati formalizzati accordi operativi, oltre che con le quattro province confinanti a quella di Trento, anche con l’Associazione Cacciatori Trentini, che collabora tuttora anche al monitoraggio degli orsi immessi, con il WWF - Trento e con numerosi altri enti, organizzazioni ed associazioni di categoria. Dato l’elevato impatto emotivo della specie, la fase preparatoria del progetto ha previsto altresì la realizzazione di un sondaggio di opinione (affidato all’Istituto DOXA di Milano): più di 1500 abitanti dell’area di studio sono stati intervistati telefonicamente per verificare l’attitudine, la percezione nei confronti della specie e la possibile reazione di fronte ai problemi derivanti dalla sua presenza. I risultati sono stati sorprendenti: più del 70% dei residenti interpellati si sono dichiarati a favore del rilascio di orsi nell’area e la percentuale ha raggiunto addirittura l’80% di fronte all’assicurazione che sarebbero state adottate misure di prevenzione dei danni e gestione delle situazioni di emergenza. Questi ultimi provvedimenti sono stati adeguatamente e dettagliatamente pianificati dal Parco Naturale Adamello Brenta nell’ambito delle “Linee Guida” che, oltre a definire l’organizzazione generale del progetto, hanno permesso di individuare gli enti e le figure coinvolte a vario titolo, identificando compiti e responsabilità nell’ambito di tutte le attività previste per favorire una positiva realizzazione della reintroduzione. La fase operativa del progetto ha preso avvio nel 1999, con la liberazione dei primi due esemplari: Masun e Kirka, catturati nelle riserve di caccia della Slovenia meridionale. Tra il 2000 e il 2002 sono stati liberati altri 8 individui, per un totale di 10 complessivi (l’ultima femmina, Maja, è stata liberata per sostituire Irma, morta nel 2001 a causa di una slavina). Tutti gli orsi rilasciati sono stati dotati di un radiocollare e di due marche auricolari trasmittenti. Questi dispositivi hanno consentito di monitorare gli spostamenti degli animali per il periodo successivo al rilascio, confermando le previsioni dello “Studio di fattibilità” e l’ottimo adattamento degli individui reintrodotti al nuovo territorio di vita. Il progetto, seppure di tipo sperimentale, ha assunto di lì a poco – a seguito della spontanea ricomparsa dell’orso in territorio italiano – una valenza ben più ampia della semplice tutela della popolazione trentina: contribuire al rinsaldamento tra le popolazioni ursine presenti e in espansione sull’Arco Alpino centro-orientale.

La situazione attuale
Il progetto Life Ursus, conclusosi nel dicembre 2004 dopo una seconda fase di finanziamenti europei, ha dato i suoi frutti: 8 sono gli eventi riproduttivi registrati tra il 2002 e quest’anno (dopo più di un decennio di inattività riproduttiva), per un totale di ben 20 cuccioli nati da genitori sloveni. Grazie a questo rapido accrescimento, il nucleo di orsi che ha l’Adamello Brenta come sua core area è oggi stimato in più di 20 esemplari. Nel dettaglio, si stima che siano presenti 5-6 individui “fondatori” (cioè orsi sloveni rilasciati tra il 1999 e il 2002) e 15-17 “nuovi nati” (cioè orsi figli di individui prelevati in Slovenia). Nessun orso autoctono sembra essere più in vita. Desta tuttavia preoccupazione la consanguineità tra gli individui, derivante dal fatto che la maggior parte dei cuccioli nati in Trentino negli ultimi anni sono figli di un unico maschio (Joze, 11 anni di età), con un conseguente elevato rischio di depressione da inbreeding per le prossime generazioni, se non si deciderà di intervenire preventivamente. Oltre che dall’incremento numerico, il successo dell’operazione di reintroduzione è confermato anche dall’espansione territoriale: la presenza della specie non è infatti più limitata al Trentino occidentale ma comprende aree distanti qualche decina di chilometri dal Parco Naturale Adamello Brenta. L’esplorazione del territorio, sintomo del raggiungimento della capacità portante dell’area protetta e dell’idoneità ambientale dei territori confinanti, lascia dunque ben sperare per un eventuale futuro ricongiungimento di tutte le popolazioni alpine, anche se il pericolo di estinzione non può ancora dirsi scongiurato.

Una metapopolazione di orsi sulle Alpi
Attualmente, nel nord-est Italia, in Austria e in Slovenia sono presenti popolazioni di orso bruno caratterizzate da un basso numero di individui (ad eccezione della popolazione slovena), nella maggioranza dei casi isolate l’una dall’altra: ciò pone un serio problema alla sopravvivenza dell’orso sulle Alpi dal momento che la mancata interazione tra gli individui appartenenti ai diversi nuclei presenti potrebbe, in futuro, causare la loro estinzione. Per quanto sopra riportato, il futuro degli orsi sulla catena alpina dipende dalla possibilità di sviluppo di una metapopolazione, cioè di una popolazione composta da più gruppi distinti, separati geograficamente ma in grado di interagire l’uno con l’altro mediante reciproci scambi di individui. Per analizzare la possibilità che si crei ed affermi una metapopolazione di orsi nell’area compresa tra le Alpi italiane del nord est, l’Austria e la Slovenia, il Parco Naturale Adamello Brenta – insieme ad alcuni degli enti storicamente impegnati per la salvaguardia del plantigrado sull’Arco Alpino (Servizio Foreste sloveno, WWF Austria e Dipartimento di Scienze Animali dell’Università di Udine) e grazie ai finanziamenti LIFE Co-op Natura – ha recentemente realizzato delle analisi territoriali volte a valutare la presenza di aree idonee all’orso, simulando le future dinamiche di occupazione delle aree stesse attraverso modelli predittivi di dinamica. I risultati ottenuti mostrano in maniera evidente come, a fronte dell’esiguità numerica dei nuclei di orso attualmente presenti (ad eccezione della popolazione dinarico-slovena, che è al momento stimata in 450-550 individui) e della limitatezza del territorio occupato, le aree a tutt’oggi vocate alla specie siano particolarmente estese. In particolare emergono ampie superfici idonee in corrispondenza dei territori compresi tra le zone attualmente frequentate dagli orsi, a testimonianza del fatto che le Alpi offrono notevoli possibilità di espansione per le popolazioni di orso attualmente presenti in Slovenia, Austria e Italia.
Nonostante l’idoneità dal punto di vista ambientale, tuttavia, le recenti esplorazioni di alcuni orsi al di fuori del territorio italiano stanno evidenziando le difficoltà che la specie incontrerà nella ricolonizzazione delle aree ad essa vocate, a causa dell’“habitat sociale” e “politico” non ancora sufficientemente adeguato.

La “vicenda JJ1”
JJ1, ribattezzato Bruno dai tedeschi, è il figlio di due degli orsi sloveni immessi nel Parco Naturale Adamello Brenta nell’ambito del progetto Life Ursus. Partito dal Trentino meridionale (dove la sua presenza è stata segnalata nel mese di aprile), ha raggiunto l’Austria dove è stato avvistato per la prima volta il 5 maggio scorso. Dal Tirolo, JJ1 è passato nel Voralberg dove ha causato alcuni danni, penetrando in 2 recinti. Successivamente, ha proseguito nell’esplorazione del territorio, spostandosi verso il confine tra l’Austria e la Germania, dove si è reso responsabile del danneggiamento di alcuni apiari. Il WWF Austria, consultato dal governo federale locale, in accordo con il locale Piano di Gestione della specie, ha promosso un’azione di dissuasione e cattura dell’esemplare e un incontro con le autorità bavaresi. A causa dei continui spostamenti, lo sforzo profuso non è però stato sufficiente per realizzare le misure previste.
JJ1 nel frattempo, senza aver subito alcuna “dissuasione”, ha raggiunto la Baviera. Qui ha compiuto alcune predazioni notturne nei confronti di pecore, penetrando in alcuni stazzi e avvicinandosi a villaggi posti in prossimità del bosco per predare delle galline. Convinte che l’“eccessiva confidenza” dell’animale potesse portare ad una situazione di pericolo per l’incolumità pubblica e “impossibilitate” alla cattura a causa degli eccessivi spostamenti del plantigrado, le Autorità bavaresi, sentiti gli esperti locali, hanno individuato l’abbattimento come l’unico metodo possibile per allontanare l’orso dai centri abitati, valutata negativamente la possibilità di “rieducarlo”. L’ordinanza di abbattimento è stata temporaneamente revocata in seguito ad un accordo con un team finlandese, incaricato della cattura di JJ1. Scaduto il mandato di consulenza senza che la squadra di cattura riuscisse ad entrare in contatto con l’animale, il Governo della Baviera, insieme a quello del Tirolo, ha rinnovato il mandato di abbattimento per il “rischio posto all’incolumità pubblica” a partire dal giorno 26 giugno. Nelle prime ore del mattino del 26 giugno stesso, JJ1 è stato abbattuto da un cacciatore la cui identità è stata tenuta ignota. Il “caso JJ1”, complice lo straordinario clamore suscitato, ha dimostrato in maniera evidente quello che è uno dei maggiori limiti all’espansione degli orsi sull’Arco Alpino: la cultura dell’uomo. La presenza di un orso sul territorio tedesco dopo quasi 2 secoli di assenza ha infatti creato un eccessivo allarmismo, portando le autorità a prendere decisioni in modo rapido, senza preoccuparsi adeguatamente delle ricadute. Concausa di quanto è accaduto è la mancanza di un vero dialogo tra nazioni confinanti che, seppur unite sotto gli “auspici” della Direttiva Habitat, hanno collaborato in modo clamorosamente insufficiente per arrivare ad una soluzione condivisa. Proprio la mancanza di raccordo internazionale ha fatto sì che non sia stata sfruttata l’esperienza acquisita nella gestione della specie in Europa meridionale: è evidente, infatti, che il parere di pochi tecnici locali non dovrebbe essere considerato sufficiente per prendere decisioni che potenzialmente possono avere ricadute notevoli anche in altri paesi appartenenti all’Unione Europea.In definitiva, la triste fine di JJ1 – e prima di lui, probabilmente anche di suo fratello JJ2, scomparso nella zona compresa tra Austria, Svizzera e Alto Adige nell’ottobre del 2005 – sembra mostrare come il ritorno definitivo della specie sulle Alpi sia tuttora strettamente dipendente dall’accoglienza che gli orsi “in dispersione” sapranno trovare nelle diverse realtà politiche e amministrative che incontreranno nel loro percorso di ricolonizzazione spontanea.

Il futuro degli orsi e il ruolo del Parco Naturale Adamello Brenta
Per il futuro della specie sulle Alpi appare prioritaria la ricerca di opportune sinergie e forme di cooperazione tra enti ed amministrazioni territorialmente competenti. In questo senso, proprio le aree protette potrebbero giocare un ruolo di primo piano come “laboratori sperimentali” in cui ricercare, mettere alla prova ed infine adottare criteri di conservazione che possano poi trovare utilizzo anche al di fuori dai confini “protetti”. Oltre a ciò, il raccordo nazionale e internazionale, indispensabile per gestire una specie caratterizzata da ampie esigenze territoriali come è l’orso, potrebbe essere incentivato proprio dalla rete tra aree protette – italiane, alpine, europee – che sta concretizzandosi in maniera sempre più efficace negli ultimi anni.
Per quanto riguarda il Parco Naturale Adamello Brenta, terminati i finanziamenti europei e dunque il ruolo di promotore della reintroduzione svolto per un decennio, proseguono le attività di tutela nei confronti del plantigrado, in stretta collaborazione con gli altri enti coinvolti (in primis la Provincia Autonoma di Trento, ente legalmente preposto alla gestione della specie). Il ruolo attuale del Parco è dunque innanzitutto quello di facilitare la presenza della specie a livello locale, promuovendo la ricerca scientifica e la cultura della convivenza tra uomini e orsi: in questo contesto, un compito importante è la consulenza tecnico-scientifica fornita al Servizio Foreste e Fauna provinciale nella gestione della specie. Ancor più concretamente, l’impegno del Parco Naturale Adamello Brenta per favorire il raggiungimento di una popolazione stabile di orsi si è concretizzato nell’istituzione, al suo interno, di un Gruppo di Ricerca e Conservazione dell’Orso Bruno composto da biologi, naturalisti ed un veterinario che coordinano le attività di ricerca scientifica e divulgazione nei confronti della specie. Conoscere il numero di individui, la distribuzione sul territorio e la ripartizione per sesso ed età, ma anche le abitudini alimentari, le caratteristiche dell’ibernazione e i potenziali fattori di disturbo della popolazione di orsi è infatti indispensabile per controllarne l’evoluzione nel tempo e prendere conseguentemente le decisioni gestionali più idonee. Considerando inoltre che a tutt’oggi l’immagine dell’orso bruno nell’opinione pubblica rimane basata più su miti e leggende che su assunzioni di ordine biologico ed ecologico, il progetto di conservazione del Parco prevede, oltre alle attività di monitoraggio e ricerca scientifica cui si è appena accennato, un’ampia opera di divulgazione e comunicazione rivolta a tutte le categorie sociali. Proprio per ottimizzare la realizzazione di tali interventi di informazione, e per rendere altresì disponibile la propria esperienza anche al di fuori dei propri confini territoriali, il Parco Naturale Adamello Brenta – nell’ambito del Progetto LIFE Co-op terminato nello scorso dicembre - ha delineato alcune azioni di comunicazione, condivise con i partecipanti al progetto stesso, utili per la favorire la convivenza con il plantigrado, con particolare riferimento alle azioni urgenti necessarie nelle zone di nuova colonizzazione. Sulle Alpi l’estinzione dell’orso è stata provocata da ragioni economiche, enfatizzate da aspetti di ordine culturale: non a caso, anche oggi nell’opinione pubblica continuano ad essere i pregiudizi a minare la corretta e oggettiva conoscenza della specie. Ma se culturali sono state le cause dello sterminio dell’orso (così come degli altri grandi carnivori alpini), culturali dovranno essere i presupposti per affrontarne correttamente il ritorno. L’obiettivo è dunque quello di collaudare forme di convivenza sostenibile e condivisa, promuovendo l’accettazione e il senso di responsabilità, soprattutto da parte delle popolazioni locali, attraverso una comunicazione oggettiva e imparziale sulla specie. Obiettivo che, curiosamente, coincide con quello che è il ruolo stabilito dalla legge per i parchi in Italia.

Claudio Ferrari
Direttore del Parco Naturale Adamello Brenta