Federparchi
Federazione Italiana Parchi e Riserve Naturali


PARCHI
Rivista della Federazione Italiana Parchi e delle Riserve Naturali
NUMERO 49 - OTTOBRE 2006




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Verso la Terza Conferenza

E' necessaria chiarezza e organicità sul percorso che si intende imboccare. Alle dichiarazioni d'intenti devono seguire messe a punto, indicazioni e impegni concreti.
L'agenda è fitta: APE, CIP, ITACA, Alpi, Santuario dei Cetacei, Aree Marine Protette, Piano Nazionale della Biodiversità, Carta della Natura, Rete Ecologica Nazionale.

All'insediamento di un nuovo governo e di un rinnovato Parlamento segue la legittima attesa di conoscerne il prima possibile programmi e intenti. Parchi e aree protette non sfuggono a questa regola propria di qualsiasi altro comparto della vita nazionale.
Le aspettative possono anzi risultare tanto più urgenti ed esigenti quanto più la situazione lo richieda.
Nel nostro caso è sicuramente così. Lo è chiaramente sul piano finanziario, sia per i parchi nazionali (e specialmente per le aree marine protette), sia per quelli regionali, anch'essi, pur in misura diversa, penalizzati da ‘tagli' dovuti anche ai minori trasferimenti statali. Come è stato ricordato con preoccupazione dalla Commissione Ambiente del Senato, inoltre, nessuno dei grandi progetti di sistema (APE, CIP, ITACA) risulta finanziato. La preoccupazione qualche effetto sembra averlo sortito, se la finanziaria prevede un ‘recupero' di 20 milioni di euro per i parchi.
Tuttavia non sono state certamente solo le restrizioni finanziarie a determinare seri effetti destabilizzanti sul funzionamento e i rapporti istituzionali, se è vero che gran parte dei parchi nazionali erano commissariati, in taluni casi da tempi scandalosamente lunghi. Al momento in cui scriviamo, di queste situazioni, una buona parte –ma non tutte– sono in via di superamento, tuttavia è innegabile una persistente difficoltà a procedere con la necessaria speditezza.
Il quadro nazionale rimane perciò incerto e per molti versi indefinito, sebbene la Commissione dei 24 abbia fortunatamente ‘graziato' le aree protette da uno dei suoi micidiali decreti i quali, in realtà, non hanno del tutto risparmiato neppure i parchi, come nel caso della legge 183 e il ruolo dei bacini idrografici, i cui effetti dirompenti potrebbero pesare non poco specialmente sulla gestione delle aree protette fluviali, se non saranno adeguatamente modificati.
Il Ministro Pecoraro Scanio, fin dalla sua prima sortita al Congresso di Federparchi a Catania e poi in diverse altre occasioni successive, ha assicurato una chiara volontà di rilanciare i parchi anche in virtù della titolarità assunta dal suo ministero sul mare.
Ad un certo momento ha annunciato anche la sua intenzione di tenere nel giugno del prossimo anno una nuova conferenza nazionale dei parchi dopo quella di Torino.
Si tratta al momento di impegni sicuramente apprezzabili dai quali però ancora non emerge con la indispensabile chiarezza e organicità quale percorso si intende seguire, quali strumenti si intende impiegare visti, ad esempio, i ripetuti fallimenti dei tavoli di confronto e cooperazione più volte promessi ma mai istituiti in passato. E poi c'è finalmente da mettere bene in chiaro cosa si vuole fare per la Carta della Natura che si trascina ormai da tre lustri, del Piano nazionale della Biodiversità, e ancora della Cabina di pilotaggio del Santuario dei cetacei e di quella prevista dalla Convenzione alpina per i parchi e le aree protette in una realtà cruciale anche sul piano comunitario. L'agenda come si vede è folta, l'arretrato enorme e le delusioni pure. Se davvero su tutta questa intrigata matassa di questioni si vuole andare ad un appuntamento nazionale deve essere chiaro che occorre ‘prima' coinvolgere seriamente e non pro forma regioni, enti locali e aree protette, in un confronto in cui il complesso delle istituzioni riesca finalmente a delineare una politica di ‘sistema'. Solo così la Conferenza nazionale –se dovrà tenersi- eviterà una inutile passerella per assumere il carattere di un appuntamento in cui i diversi livelli istituzionali stringono un patto serio fondato finalmente su quella ‘leale collaborazione' che da troppo tempo è sparita dal nostro orizzonte.
E il momento è senz'altro maturo visto che moltissime regioni sono impegnate –talune dopo anni di latitanza- a rimettere a punto in più d'un caso anche sul piano normativo i propri impegni che guardano sempre più anche all'Europa. E' interesse dello stato come delle regioni e degli enti locali che questa fase sia gestita senza chiusure o sospetti per aprirsi sempre più ad un costruttivo confronto che non escluda neppure il parlamento. In un contesto nazionale che pure conferma il permanere di non poche e per molti versi inevitabili differenze le cose sembrano essersi rimesse in movimento quasi dappertutto.
In più d'una regione si stanno tirando fuori dai cassetti vecchie decisioni rimaste a lungo lettera morta e sono stati istituiti nuovi parchi e altri stanno per vedere la luce. In Regioni che non hanno atteso gli ultimi rinnovi elettorali a rimettersi in movimento sono state varate o è prossimo il varo di nuove leggi. E le novità sono numerose e interessanti. L'Emilia ha affidato, ad esempio, alle province nuove deleghe ed ha previsto l'immissione negli enti di gestione della rappresentanza degli agricoltori. In Piemonte è in discussione un riassetto complessivo del sistema di aree protette che ha segnato profondamente l'esperienza del nostro paese. In diverse regioni gli enti di gestione sono o saranno differenziati nella composizione a seconda della dimensione dell'area protetta. In Friuli Venezia Giulia dove 10 anni fa la legge non aveva previsto alcun ruolo delle province se ne sta discutendo per rimediare alla ‘svista'..
Anche al parco del Conero ci sono novità significative dovute al passaggio dal consorzio all'ente regionale.
Non mancano regioni in cui tutto si è rimesso in movimento, come in Sardegna, dove persistono tuttavia difficoltà a imboccare strade improntate alla ricerca di intese, di leale collaborazione tra tutti i livelli istituzionali, anziché alla contrapposizione all'insegna di un primato delle competenze che non ha mai premiato nessuno; vedi la vicenda poco edificante per tutti del Gennargentu.
Talune di queste novità segnalano e ripropongono anche a livello nazionale questioni mai affrontate o troppo presto accantonate. Mi riferisco, ad esempio, alla composizione degli enti parco nazionali sia per quanto riguarda le rappresentanze (agricoltori, pescatori) sia il dimensionamento che risulta come sappiamo ormai incongruo nella sua uniformità; enti uguali per parchi di decine e decine di comuni, più province e regioni e parchi come La Maddalena di un solo comune. Ma problemi si pongono anche per la vigilanza viste le difficoltà nei rapporti con il CFS. Non parliamo poi delle aree protette marine che restano a 25 anni dalla loro prima legge delle cenerentole prive di effettivi poteri, competenze e risorse. La crescita che nonostante tutte queste difficoltà e contraddizioni si è registrata in questi anni nel numero e varietà di aree protette, alle quali si sono aggiunti ormai numerosi SIC e ZPS, è ben lungi dal configurare un sistema.
Più che un sistema siamo in presenza di un assemblaggio per troppi versi informe e confuso e comunque lontano da una classificazione adeguata, che pure era stata nelle sue linee fondamentali delineata dallo studio del prof Gambino presentato in pompa magna alla Conferenza di Torino, risulta ancor più informe e confuso. Eppure i risultati conseguiti in questi ultimi anni anche sul piano comunitario dai parchi sebbene privi di riconoscimenti diretti ed espliciti dimostra -a smentita di tutte le balle riguardo il "vincolismo" che paralizzerebbe i parchi- che proprio i parchi in materia ambientale rappresentano oggi i soggetti più attivi, sensibili e capaci. Si vedano le cifre sui progetti LIFE e si avrà la conferma più convincente; più della metà dei progetti sono stati presentati e gestiti dai parchi, poi seguono a distanza le regioni, le province e i comuni.
Tutto questo richiede oggi una svolta nazionale non semplicemente qualche rappezzo. Il che significa innanzitutto che il ministero non deve -come di fatto è accaduto e talvolta persino teorizzato- considerare di sua pertinenza unicamente i parchi nazionali – peraltro gestiti con una burocrazia farraginosa e sovente ottusa. Una politica vera di sistema richiede che il governo orienti, promuova e sostenga in ‘leale collaborazione' con le altre istituzioni programmi, finanziamenti, intese non circoscritte e malamente ai parchi nazionali. Ma per questa politica occorre riattivare quei progetti previsti dalla legge 426, APE, CIP, ITACA e ancora dalla Convenzione alpina, dal Santuario dei Cetacei la cui realizzazione ha bisogno non di burocrazia ma di strumenti quali la Carta della Natura, il Piano della Biodiversità. E se Roma deve alla svelta correre ai ripari altrettanto debbono fare le regioni e gli enti locali che di questo ruolo nazionale si sono fatte finora ingiustificatamente poco carico. Ora alle pur positive, ma anche generiche, dichiarazioni d'intenti devono seguire messe a punto, indicazioni e impegni concreti su cosa si intende fare. E questo deve poi essere verificato a quei tavoli di confronto istituzionali finora colpevolmente elusi.
E tra gli aspetti più urgenti vi è indubbiamente la insostenibile e avvilente situazione delle aree protette marine. La scelta prevista dallo schema di Decreto per la istituzione della Riserva marina ‘Le Secche della Meloria' di affidarne la gestione al Parco regionale di Migliarino, San Rossore, Massacciuccoli va senz'altro nella direzione giusta e apre un nuovo capitolo dopo gli errori tipo Portofino. Restano tuttavia aperti anche in questo decreto alcuni aspetti non secondari come la Commissione di riserva etc… che evocano ormai norme e concezioni superate dalla legge quadro. Ma queste potranno essere finalmente affrontate in un logica diversa e cioè rilanciando quella politica di integrazione terra-mare a cui non si fa mai riferimento in nessun provvedimento ministeriale. Integrazione che non può certo essere ignorata dal ministero che ora è anche titolare del mare.
Qui urge uscire dalla classica politica del carciofo del caso per caso per riappropiarsi di una dimensione nazionale che deve finalmente trovare anche sedi adeguate politiche e tecniche –penso alla Consulta tecnica che doveva essere riformata e che è invece sparita misteriosamente e silenziosamente negli ambulacri ministeriali.
Anche per i parchi e le aree protette, dopo anni di pasticci, silenzi e polemiche, occorre dire cosa vogliamo fare e come.

Renzo Moschini


Ambiente, tasse e sviluppo

Università di Camerino
Come è gestito l'ambiente in Italia, oggi, nel 2006? Sono stati realmente adottati i principi di sostenibilità e il riconoscimento di un valore, anche economico, dell'ambiente? A leggere i giornali sembrerebbe proprio di no. Si continua lungo la strada del consumo, riducendo la disponibilità di ambienti naturali mantenuti in equilibrio, continuando la corsa sfrenata al cemento e alla realizzazione di fabbricati.
La recente polemica, anch'essa con grande risalto sulla stampa, sul complesso residenziale a Monticchiello, in Toscana, è emblematica: si deve attendere lo scandalo, il grido di allarme, la ferma indignazione di personaggi della cultura perché qualcuno trovi il motivo per occuparsi di quella che potrebbe essere, semplicemente, una delle migliaia di speculazioni edilizie in atto in Italia, oggi.
Siamo sempre al punto di partenza che è poi quello dal quale è più facile fare passi indietro piuttosto che passi in avanti: si costruisce, si consuma, si occupa, si privatizza. Tutto a scapito dell'ambiente, dei cittadini e della possibilità di avere un futuro diverso: un futuro con aria meno inquinata, con campagne in grado di generare frutti non avvelenati, con fiumi che diano acqua pulita.
L'intero sistema economico è legato al ciclo del cemento: interi programmi di governo ruotano attorno a progetti di "grandi opere" e alla possibilità di prevedere un'espansione, di città e strade. Da questo punto di vista è cambiato ben poco, si continua ad avere ben salda la fede nella capacità dei lavori pubblici di sostenere e risollevare l'economia: ma, e qui sta l'inganno, lavori pubblici intesi unicamente come investimenti nelle costruzioni, nelle infrastrutture. Ben poco si fa per migliorare la vita dei cittadini, per investire in innovazione e ricerca scientifica, per rendere competitivo il sistema scolastico e quello universitario, per lanciare con forza la sfida dell'efficienza energetica e delle fonti rinnovabili. Si continuano a progettare strade sulle quali far correre macchine sempre più potenti (con il petrolio che è sempre più una risorsa scarsa), si continua a pensare che il treno sia esclusivamente "ad alta velocità" dimenticando il trasporto locale, ormai ramo secco. Soprattutto non si investe in tutela e manutenzione del territorio: si aspetta sempre l'emergenza, i morti e il disastro per intervenire, con altro cemento. Il dissesto idro-geologico, aspetto "tipico" dell'Italia, è un'emergenza costante, affidato alla protezione civile: non una politica per la tutela delle aree a rischio, per la gestione permanente di boschi e corsi d'acqua, nessun intervento stabile per ridurre e contrastare gli incendi.
Più volte si sente ripetere, frase ormai stantia e priva di effetto, che l'Italia deve puntare sul turismo: cosa significa? Che forse si intende investire sulla gestione delle coste, sulla tutela dell'ambiente e del mare? Oppure, più banalmente, investire nel turismo significa costruire altri insediamenti turistici, altri porti, altre strade (quelle non mancano mai)? Certo, se così fosse, la recente decisione della Regione Sardegna sembrerebbe proprio un'inversione di tendenza: prima la definizione del piano paesistico, con il divieto assoluto di costruire nella fascia di 2 Km metri dal mare, poi l'imposizione di una tassa sulle seconde case, sui natanti e sugli aerei privati, e, infine, la decisione di utilizzare i proventi della tassa per acquistare tratti di costa ancora integri e tutelarli, rendendoli a pieno dei beni comuni, a disposizione dell'intera collettività.
Tutelare anziché costruire: tutelare per difendere un patrimonio di tutti e permettere che questo rappresenti il valore da trasferire alle prossime generazioni. La Sardegna sta lanciando una sfida: valorizzare il turismo significa tutelare l'ambiente, offrendo ai cittadini la possibilità di godere di un bene pubblico.
Per far questo è utile ricordare l'esperienza della Francia, che 30 anni fa creò la Conservatoria del litorale, un ente pubblico al quale affidare la gestione e la tutela degli spazi costieri e dei laghi, in grado di acquisire i terreni e destinarli all'uso collettivo. Oggi la Conservatoria francese, con un bilancio annuo di 35 milioni di Euro (di cui 30 destinati alla gestione e alle nuove acquisizioni) gestisce 100.000 ettari di territorio, su 400 sistemi naturali, con oltre 880 km di coste protette.
L'esperienza della Francia potrebbe risultare importante per il nostro Paese, che di circa 8.000 Km di coste tutela una parte insignificante, che ha un ritardo abissale nell'istituzione e nella gestione delle aree marine protette, che, soprattutto è costantemente esposto ai rischi dell'abusivismo edilizio e del degrado degli ambienti naturali. Si tratta di cambiare il modo di governare: se la Sardegna non rappresentasse un caso isolato ma, viceversa, se divenisse un esempio da estendere alle altre regioni?
Se si riuscisse a gestire l'ambiente e uscire dalla logica delle emergenze? Siamo troppo legati a considerare l'ambiente solo come un'emergenza, un problema da affrontare in una situazione di pericolo: i rifiuti, l'inquinamento, l'abusivismo, il degrado, le frane e gli allagamenti, questi sono i sinonimi con i quali siamo abituati a confrontarci. Se non c'è l'ecomostro o l'ecomafia non ci allarmiamo e pensiamo che tutto si risolverà. Bisogna però, per fare questo, cambiare cultura e mentalità di governo: uscire da un quadro di riferimento "elettorale" per cui intervenire strutturalmente sull'ambiente può creare problemi di consenso e far perdere voti. È possibile ma è necessario avere idee e competenze ben salde: pochi anni fa sembrava impossibile imporre in Italia l'uso delle cinture di sicurezza o il divieto di fumo nei locali pubblici: eppure ciò è avvenuto permettendoci di avvicinarci un po' di più all'Europa e alle altre nazioni progredite.

Andrea Ferraretto


ParcoLibri ambiente, tutela, salute… a parole e nei fatti

Visitando l'Emporio del sito di Federparchi Parks.it si può avere un'idea per quanto sommaria di come e quanto sia andata crescendo, specialmente negli ultimi tempi, la capacità dei parchi –anche i più piccoli– di produrre in proprio pubblicazioni, libri, guide, giornaletti, materiali vari. E l'emporio non dà conto ovviamente del complesso di questa variegata e ricca produzione, raccogliendo soltanto quella in vendita direttamente sul sito. D'altronde, chiunque abbia partecipato a qualche festa dei parchi negli ultimi anni ha potuto constatare che ormai gran parte dei parchi dedicano giustamente a questa produzione impegno, ingegno e risorse. Negli incontri di Arenzano presso il Parco regionale del Beigua dove si svolge da tre anni ormai un appuntamento nazionale ‘Parola-parco' dedicato a questi aspetti abbiamo avuto modo di apprezzare e valutare questo importante fenomeno che dà bene la misura della crescita culturale delle nostre aree protette. Ma evidenzia anche un accresciuto interesse e attenzione dell'editoria verso un comparto che evidentemente offre nuove opportunità. Potremmo citare tra questi esempi la nuova Collana dell'ETS di Pisa dedicata alle aree naturali protette in cui sono già usciti dal 2005 ad oggi una serie di volumi che hanno riguardato la biodiversità, il turismo ecosostenibile, un viaggio nei parchi italiani, la situazione politico-istituzionale, mentre è prevista l'uscita di nuovi titoli sui temi dell'agricoltura, i geositi, i fiumi, le reti ecologiche, nonché una serie di interviste a personalità del mondo scientifico e istituzionale. Anche altre editori naturalmente sebbene non con questa specificità e in maniera altrettanto mirata e continuativa pubblicano libri dedicati a particolari aspetti della vita dei parchi come si può vedere anche dall'Emporio. E tuttavia considerando cosa rappresentano oggi nel nostro paese le aree protette non possiamo ancora considerarci soddisfatti della iniziativa di molti editori che non sembrano cogliere interamente tutta una serie di profili e aspetti istituzionali, culturali, gestionali di questa complessa realtà, senza i quali è difficile dare una idea di cosa oggi rappresentino concretamente, non soltanto in Italia, i parchi e le aree protette.
Una conferma di questa ancora insoddisfacente attenzione e considerazione editoriale per un tema che pure tocca e incrocia ormai questioni tra le più delicate della politica ambientale, dall'agricoltura al paesaggio, dalla biodiversità al turismo la si ha se guardiamo alle numerose e importanti manifestazioni e festival che hanno oggi come oggetto i libri e l'editoria.
Da Mantova a Trento, da Spoleto a Modena a Sarzana è un susseguirsi di appuntamenti annuali, di festival, di eventi –come si dice oggi– che spaziano dalla letteratura all'economia, dalla filosofia alla gastronomia raccogliendo un pubblico crescente e appassionato intorno a scrittori, ricercatori, giornalisti, intellettuali italiani e stranieri. In qualche caso –è accaduto quest'anno al Festival di Spoleto– si è discusso anche di ambiente, sulla base di un interessante volume di Roberto Bondi, "Blu come un'arancia" Gaia tra mito e scienza, UTET editore. Ma la riflessione di grande suggestione era pur sempre distante da quegli aspetti che coinvolgono e interessano più direttamente e concretamente il mondo dei parchi e delle aree protette e le politiche di tutela.
Ecco perché Toscanaparchi e l'ETS insieme a Federparchi, Parchi e a Piemonte Parchi, insieme a varie istituzioni e soggetti pubblici e privati ha preso in considerazione l'opportunità di istituire un Festival annuale da tenersi a Pisa intitolato; "ParcoLibri ambiente, tutela, salute…a parole e nei fatti".
Da quanto abbiamo detto, infatti, a nostro giudizio vi sono non soltanto le condizioni ma vi è la necessità di un appuntamento specifico, "nostro" nel senso che dovranno essere i parchi unitamente agli editori impegnati su questo fronte i protagonisti principali di questa manifestazione. Che deve essere capace naturalmente di coinvolgere attivamente le istituzioni a partire da quelle regionali, provinciali e locali che esprimono il sistema dei parchi e delle aree protette. Ma pensiamo anche alle associazioni ambientaliste e quegli ambienti universitari e della ricerca che in maniera sempre più incisiva dedicano ai temi della tutela, della biodiversità, del paesaggio iniziative, corsi e manifestazioni. Con questo festival vorremmo in sostanza offrire anche a questo variegato mondo sempre più interessato alle vicende dei parchi e delle aree protette una opportunità e occasione specifica e nuova.
Il Festival pensiamo dovrebbe essere inaugurato l'anno prossimo nel mese di Giugno con un dibattito sulla realtà dei parchi oggi e l'Assemblea Nazionale di Federparchi.

Renzo Moschini