Federparchi
Federazione Italiana Parchi e Riserve Naturali


PARCHI
Rivista della Federazione Italiana Parchi e delle Riserve Naturali
NUMERO 54



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Parchi e futuro

Uno dei vantaggi del sistema dell’alternanza, rispetto alla presenza di un regime, è che in tal modo possono essere messi in discussione e cambiati, principi, consuetudini e regole -leggi comprese- che non sono più condivise dalla maggioranza dei cittadini, i quali esercitando il diritto di voto scelgono governanti diversi.
A volte diviene proprio questa un’opportunità per rivedere meccanismi che anche chi ha promosso non ritiene più efficaci e comunque pensa sarebbe possibile migliorare; tuttavia per abitudine, per timore, per scarsa attitudine a mettere in discussione il proprio operato, valuta alla fine più opportuno mantenere immutato l’esistente.
Per contro la novità consente anche di porre in gioco -senza vincoli mentali e pregiudizi- idee innovative e nuove proposte sulle quali è possibile aprire il dibattito e il confronto esercitando giudizi e opinioni.
Il caso dei parchi non sfugge a questo scenario, sinteticamente e, dunque, superficialmente evocato.
In questa dimensione i giudizi -al momento non ancora trasformati in proposte- dalla neo Ministro all’Ambiente Stefania Prestigiacomo, meritano tutta la nostra attenzione, senza chiusure pregiudiziali, anche se con la capacità di discernere quelli che sono apparsi più delle “boutade”, tanto per rompere gli schemi e “battere un colpo” -in una politica purtroppo sempre più condizionata dalle deriva mediatica che impone di “fare notizia”- da quelli su cui vale la pena ragionare per maturare, eventualmente, novità positive da introdurre nel governo di un sistema che non può permettersi di rimanere immutato in una società che si muove sempre più velocemente.
Alla prima categoria appartengono gli affrettati, pesanti, commenti sugli enti di gestione, anche se, sicuramente, un po’ “poltronifici”, a volte, lo sono diventati, utilizzati come sono, da destra e da sinistra (abbiamo affrontato il tema con l’inchiesta del n.51) per premiare o compensare, lanciare o pensionare qualche esponente del ceto politico, per non dire della partitocrazia.
Come comunque emerge, si tratta di poltrone che contano davvero poco e che incidono del tutto marginalmente sulla spesa pubblica. E anche nel giudizio sui protagonisti occorre non essere troppo severi, visto che spesso si incontrano casi di vera passione o di generosa messa a disposizione di esperienze e competenze che possono essere davvero utili alla buona gestione delle aree protette.
Certamente scelte più oculate e attente ai profili professionali e di autentica competenza -che pure la legge prescrive- andrebbero seguite con più rigore, nell’interesse dell’efficienza dell’intero “sistema paese” oltre che del buon nome degli enti gestori dei parchi.
Poco convincente appare invece l’ipotesi di affidare il nostro sistema di tutela della biodiversità a Fondazioni. Intanto perché su questa forma gestionale non può che esserci un giudizio sospeso, in attesa di verifiche del loro funzionamento e della loro efficienza nei casi in cui sono state sperimentate (ad esempio nella gestione di alcuni beni culturali); in secondo luogo perché dalle varie sperimentazioni messe in atto all’alba delle politiche regionali, proprio l’ente di gestione è emerso come la forma migliore.
Tuttavia siamo così sicuri che questi enti non si possano snellire, pur nella garanzia della rappresentanza delle diverse competenze e dei territori?
Una riflessione vale anche la pena di esercitarla sul tema dei finanziamenti.
In un paese nel quale la parte privata -imprese incluse- non brilla certo per l’impegno a favore del bene collettivo (rimanendo per lo più rinchiusa nell’egoismo privato) bisogna, da un lato, sicuramente mantenere la presenza di un impegno pubblico (ogni cittadino, attraverso le tasse, poi virtuosamente investite, deve essere chiamato al buon funzionamento del Paese e dell’interesse pubblico) a garanzia della concreta fattibilità delle politiche ambientali, ma perché opporsi a priori nella chiamata alla corresponsabilità che può venire dalla introduzione di un biglietto di ingresso?
Come contribuiamo al mantenimento della rete autostradale, non si vede perché non potremmo contribuire al mantenimento della nostra ben più preziosa rete della biodiversità.
D’altronde accade già in altri Paesi che pure sono punti di riferimento per la loro politica dei parchi. Certo il problema, inutile nascondercelo, sta nella difficoltà di applicazione in un territorio, come il nostro, fortemente antropizzato, spesso anche all’interno del perimetro delle aree protette.
Si tratta solo di alcuni esempi, per dire che dovremmo forse affrontare questi temi cercando di esercitare una libertà di giudizio che, a volte, appare offuscata da qualche incrostazione di troppo e rischia di condizionarci e di farci reagire con istinto di difesa dell’esistente, ogni qual volta che si introducono elementi di critica allo “status quo”, sempre scambiati per possibili aggressioni.
Un atteggiamento laico e disponibile al confronto e al dialogo può forse, invece, aiutarci nel cercare insieme soluzioni possibili per migliorare e consolidare una politica che tra quelle ambientali rimane comunque tra le migliori, riconosciuta a livello internazionale, e la cui qualità dobbiamo con forza preservare.
Sono solo alcuni spunti, colti dal dibattito più recente, partito con il nuovo Governo.
Ma ci sembrano provocazioni utili ad aprire -anche su queste pagine- un confronto di idee e di proposte.
Nel frattempo, molto opportunamente, Federparchi ha deciso di anticipare il suo Congresso, che assume un peso specifico particolare e che intende rilanciare l'iniziativa per il pieno riconoscimento del ruolo delle aree protette e per il consolidamento di un sistema nazionale della biodiversità che solo esse possono garantire. Ma non si tratta solo di questo.
Nonostante le difficoltà i parchi, in questi anni, hanno contribuito, in maniera non marginale, alla difesa e alla valorizzazione dell'Italia della natura e della cultura, punti di forza per un rilancio del Paese che passa attraverso quella capacità di proposta che le aree protette hanno sempre dimostrato, sapendo anche rispondere, con forza e rigore, alle legittime richieste di sburocratizzazione, maggiore efficienza, autonomia dai tentativi di invasione della cattiva politica a caccia di qualche poltrona.
Tutto ciò con la finalità, prioritaria, di potenziare ulteriormente quel già enorme contributo che i parchi hanno dato per affrontare i più cruciali e drammatici temi ambientali con il loro lavoro di studio e di ricerca, di gestione attenta di territori unici e dagli equilibri delicati, di formazione e di educazione, di recupero di storie saperi e tradizioni, di promozione di pratiche produttive innovative e sostenibili, di coinvolgimento delle comunità e delle istituzioni locali in un processo di moderna qualificazione ambientale.
Il congresso sarà l’occasione per garantire la più ampia partecipazione, il protagonismo e l'iniziativa programmatica e propositiva di tutti coloro che hanno a cuore le sorti -e non si tratta solo di quelle ambientali- della nostra penisola, pur condizionati, a volte pesantemente, da problemi finanziari, ordinamentali, organizzativi.
Un Congresso che si annuncia come pietra miliare nella storia delle aree protette e che può davvero costituire uno stimolo non eludibile verso quella Terza Conferenza Nazionale che da tempo viene richiesta e che riteniamo il luogo più adatto per una riflessione complessiva che non appare più rinviabile se si vogliono evitare improvvisazioni che potrebbero rivelarsi nefaste per il futuro, non soltanto dei parchi e delle aree protette.

Valter Giuliano
direttore.rivistaparchi@parks.it