Federparchi
Federazione Italiana Parchi e Riserve Naturali


PARCHI
Rivista della Federazione Italiana Parchi e delle Riserve Naturali
NUMERO 59


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DOSSIER
Parchi tra venti di tempesta e desiderio di nuova primavera

La grande sfida: salvezza e rilancio per le aree protette italiane

A interrogarsi sui destini delle aree protette non sono solo, da una parte gli amministratori e il personale dei parchi e dall'altra l'arcipelago ambientalista.
Una comunità ben più vasta di appassionati che professionalmente, nelle Università o negli istituti di ricerca, piuttosto che per aver incrociato nella loro vita di impegno politico sociale o culturale il mondo delle aree protette si è chiesto e si sta chiedendo come sia possibile coinvolgere nella battaglia per la difesa della loro integrità istituzionale, oltre che ambientale, questo patrimonio nazionale che rischia di essere sacrificato, al pari di ogni altro comparto considerato con superficialità improduttivo, sull'altare della crisi economica e finanziaria che ha sinora ricevuto come pressoché unica risposta, quella dei tagli e della riduzione dei costi.
Stimolate a riprendere il loro percorso di impegno su queste tematiche da Renzo Moschini, già parlamentare, amministratore locale e di parchi e aree protette, tra i fondatori di Federparchi, queste personalità hanno trovato ospitalità presso il Parco di Migliarino - San Rossore per una serie di momenti di riflessione comune.
Un "pensatoio" che sta lavorando su un testo-manifesto capace di chiamare a raccolta il mondo dei parchi e la collettività sensibile alla gestione durevole della biodiversità e dell'ambiente.
Ma sentiamo alcuni dei ragionamenti che hanno indotto Renzo Moschini ad assumere questa ulteriore iniziativa.
«La gravità della situazione dei parchi non è mai stata tanto allarmante ed evidente come in questo momento. Dopo anni di lavoro intenso e positivo che ne aveva rafforzato presenza istituzionale e immagine si rischia ora una crisi pesantissima.
A darne la misura non sono soltanto i pur gravissimi tagli finanziari, ma anche tutta una serie di minacce e proposte strampalate che vanno dall'abrogazione pura e semplice dei parchi regionali a una indefinita e imprecisata privatizzazione di cui non si trova traccia in nessun paese. Che i parchi fossero trattati senza alcun riguardo e rispetto lo si era già visto con il Ministro al federalismo Calderoli che in un documento nazionale aveva previsto l'abrogazione di quelli regionali.
L'incredibile norma, per di più inserita in nome del federalismo, dovette essere rapidamente ritirata per le proteste che suscitò.
Naturalmente a Roma e non solo da allora non si è desistito in questa opera demolitoria tornando anche in sedi istituzionali a riproporre lo scioglimento dei parchi nazionali per dare una boccata d'ossigeno a enti come le Province che alcuni sono tornati a proporre di abrogare.
Su tutto pesa irrimediabilmente la latitanza, non certo solo di questi ultimi anni, del Ministero dell'ambiente che non ha saputo coordinare una politica di concertazione nazionale e di leale collaborazione tra i vari livelli istituzionali impegnati nella pianificazione e gestione del territorio protetto. Se a ciò si aggiunge l'attuale confuso dibattito sulle forme di federalismo da dare al Paese, si capisce come si rischi di pregiudicare e disarticolare ancor più una situazione che avrebbe invece necessità di fare sistema.Anche l'azione di supporto e stimolo del mondo ambientalista appare meno forte e di sostegno del passato».

La tanto invocata proposta di convocazione della terza conferenza nazionale dei parchi avanzata scaturiva proprio da questa esigenza di rilanciare con forza un impegno comune, mettere un fermo a questa allarmante caduta e ridelineare una chiara prospettiva nazionale per il futuro dei parchi.
«Il rifiuto del Ministero ed il più totale disinteresse da parte della maggioranza delle Regioni su questo punto sono inspiegabili e non può che derivare, purtroppo, da insensibilità politico-culturale.
Che tutto ciò accada proprio nell'Anno mondiale della Biodiversità è piuttosto grave.
D'altra parte apparve altrettanto inspiegabile che dopo la firma della Convenzione europea del paesaggio ai piani dei parchi sia stata tolta la competenza proprio sul paesaggio.
Si tratta di fenomeni particolarmente preoccupanti che si aggiungono a un quadro generale che registra come le due leggi più importanti per un più efficace e incisivo governo del territorio e dell'ambiente sulla scala nazionale e comunitaria, la legge 183 sulla protezione del suolo e la legge 394 sui parchi, siano state entrambe seriamente lesionate con gli effetti che sono sotto gli occhi di tutti».

L'alibi della crisi economica, invocato a ogni piè sospinto per giustificare lo stato delle cose, appare più che altro un pretesto. Anche perché se proviamo a fare una serie storica dei provvedimenti che in questi anni hanno sistematicamente svuotato di contenuti le normative faticosamente conquistate a difesa del territorio e dell'ambiente dalla seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso la disanima è desolante.
«Che si cerchi di presentare questo ingiustificabile e doloso smantellamento dei parchi come misura dolorosa, ma inevitabile, per ridurre i costi della politica e della gestione istituzionale è ancor più scandaloso per la sua palese e grottesca inconsistenza e pretestuosità. Basterebbe prendersi la briga di fare qualche conto e si scoprirebbe la pochezza delle risorse destinate al comparto rispetto a molti altri paesi dell'Unione europea.
La crisi dei parchi rientra e risente fatalmente, inoltre, di quella più generale che stanno vivendo le istituzioni che dal 2001 aspettano l'attuazione del nuovo titolo V della Costituzione.
Il rilancio di una politica nazionale dei parchi non può prescindere dalla necessità di ridefinirne con chiarezza il ruolo, la missione, le responsabilità e le competenze anche alla luce dei mutamenti intervenuti nel sistema delle autonomie locali.
Gli stessi risultati conseguiti in questi anni con l'estensione consistente delle superfici protette, specialmente terrestri grazie anche a Rete Natura 2000 (assai meno quelle marino- costiere), che hanno contribuito non poco a estendere efficacemente anche nei territori esterni ai parchi e alle aree protette politiche di tutela della biodiversità e dell'ambiente, richiedono una gestione sempre più integrata del territorio che deve trovare nella pianificazione ambientale, ossia in un rinnovato governo del territorio, la sua sintesi di sistema non più separata e separabile. In questo senso i parchi hanno davvero costituito quel laboratorio di sperimentazione di attività ecosostenibili di cui parlò, con grande lungimiranza, Valerio Giacomini.
Quel laboratorio ha funzionato e oggi il paese può affrontare le nuove incalzanti esigenze imposte dai mutamenti climatici avvalendosi di elaborazioni e progettazioni che hanno saputo coinvolgere anche il mondo della ricerca che sempre più deve considerare una nuova gestione ambientale come una opportunità e non un ostacolo.
Occorre prendere atto che la scala in cui oggi si opera in campo ambientale si è sempre più diversificata da risultare sempre meno coincidente con i confini amministrativi dei soggetti istituzionali elettivi. Ne consegue che i due diversi livelli debbono sapere creare le reti giuste che operando su un piano di pari dignità sappiano mettere a frutto strumenti ed esperienze, concertando, in leale collaborazione, a tutti i livelli, azioni e progetti.
Chi si ostina, sulla base anche di quelle lesioni portate ad alcune leggi ambientali importantissime, a considerare i livelli elettivi i soli abilitati a politiche di governo del territorio si priva di strumenti specializzati e speciali di cui proprio le istituzioni elettive si sono dotate e non soltanto nel nostro paese».

La critica non vale certo solo per il livello statale.
«Gli effetti di questa disarticolazione si avvertono con non minore negatività anche in molte realtà regionali.
A fronte di un Ministero che ha abdicato a qualsiasi funzione nazionale, non avendo neppure provveduto, in un decennio, a dotarsi degli strumenti e delle sedi pur richieste dalla legge, assistiamo a crescenti difficoltà e rinunce delle stesse Regioni. Il credito e la credibilità, faticosamente ma meritatamente, acquisiti in questi anni dai parchi rischiano di essere dilapidate da troppe rinunce e scelte sbagliate e incerte».
Come si rimedia a questa situazione?
«Un rilancio non velleitario di politiche di sistema per i parchi e per le aree protette richiede una seria riflessione per capire a quali condizioni ciò è possibile.
Se è chiaro che la gestione dei parchi deve restare fermamente ancorata al sistema istituzionale senza illusorie via di fuga è altrettanto necessario pensare che ormai superata ogni concezione di insularità i parchi e le aree protette proiettate oltre i confini, secondo anche stimoli e indicazioni di elaborazioni internazionali ormai acquisite, debbano riuscire a stabilire rapporti diretti di collaborazione non sovraordinata ma cooperativa con tutte le istituzioni locali, provinciali e regionali. L'integrazione è, infatti, la condizione perché la trasversalità delle competenze ambientali trovi quel componimento finora mancato.
Ciò appare tanto più urgente nel momento in cui una serie di pronunce della Corte Costituzionale, anche su leggi regionali impugnate dal Governo, hanno teso a considerare la competenza statale esclusiva sempre meno concorrente e sempre più prevalente su quelle regionali, riducendo così la tutela a mera gestione di una fruizione sempre soggetta, anch'essa, alla competenza statale. Come abbiamo visto anche in recenti pronunce, ciò non ha riguardato solo il paesaggio.
In questo contesto contraddittorio c'è il rischio che l'ente previsto dalla legge quadro e dalla maggior parte delle leggi regionali possa essere fortemente svuotato e pesantemente ridimensionato».

Sembra inevitabile, in questo rinnovato quadro normativo nato da un gioco della corda tra potere centrale e locale, immaginare una ridefinizione dell'ente gestore che va ripensato nella figura cercando di mantenerne viva la missione originaria di istituzione capace di superare le strette competenze territoriali per diventare soggetto capace di fare pianificazione a tutto campo proponendo strategie innovative e indicare nuove progettualità per una pratica in grado di dare concretezza alla visione di sviluppo sostenibile e durevole.
Non sarà facile in un momento storico nel quale si ha la percezione che un sistema di pensiero, che cominciava a prendere coscienza e a farsi carico dei limiti dello sviluppo e della necessità di politiche sostenibili guidate dall'etica della responsabilità, sia stato via via eroso dalla trasversalità dell'ignoranza e della prevalenza degli interessi di corto respiro.
Se la nostra società non ritroverà la capacità di immaginare il futuro, difficilmente sarà in grado di farsene carico e tutto sarà travolto dalla massimizzazione dei profitti nell'immediato.
Per questo, al di là dell'attenzione ai parchi e alle aree protette, si tratta forse di ricostruire un intero sistema di pensiero che sia capace di immaginare prima e di realizzare poi una società in pace con se stessa e con la natura.
In questi anni il sistema dei parchi ha seminato, con le sue attività, questa idea di futuro.
Deve essere posto nelle condizioni di continuare a farlo e per questa garanzia di speranza, donne e uomini di buona volontà si sono riuniti a san Rossore ad affrontare "La grande sfida: salvezza e rilancio per le Aree Protette italiane".
Un impegno che sta evolvendo verso una qualche forma rappresentativa al momento ancora indefinita, con tutta probabilità all'interno di Federparchi, con il compito di stimolarne e sostenerne l'attività ma, soprattutto di rappresentare un punto di riferimento sicuro e competente sia sotto il profilo scientifico che politico, per tutte quelle situazioni locali che più di altre rischiano di accusare maggiormente gli attacchi e il clima ostile che si sta a volte artatamente costruendo per dare del sistema delle aree protette un'immagine di lusso superfluo cui si può rinunciare senza ripercussione alcuna.
Una struttura nazionale di raccordo tra le varie realtà territoriali sull'esempio di altre organizzazioni –pensiamo a Slow Food - capace di fare massa critica e di influenzare un sentire comune che deve rafforzare la sua mobilitazione a favore della natura protetta d'Italia.
Se riandiamo alla storia, si tratta, sostanzialmente di quel movimento che Renzo Videsott volle creare intorno al "suo" Parco nazionale Gran Paradiso con il Movimento Italiano protezione della natura divenuto oggi Federazione Nazionale Pro Natura.
La necessità di qualche forma spontanea di azione politica emerge anche dalla constatazione del fatto che le principali associazioni ambientaliste si sono via via trasformate in "agenzie di progetto" sempre meno indipendenti dalle pubbliche amministrazioni -a cominciare dal Ministero e dagli assessorati regionali- cui fanno spesso da consulenti e dunque sempre meno predisposte a fare da controcanto, capaci di vigilare con attenzione indipendenza di giudizio e quindi senza condizionamento alcuno alle decisioni che il potere politico amministrativo, di volta in volta, assume e che non sempre è coincidente con gli interessi del bene collettivo e soprattutto con la salvaguardia e il corretto utilizzo di territorio e ambiente.

Il manifesto - appello di San Rossore è pubblicato in: www.parks.it/appellosanrossore/

intervista a Renzo Moschini