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Segnalazioni

I Daini del Circeo e la gestione complessa delle specie aliene e/o invasive

Una analisi del presidente di Federparchi Giampiero Sammuri che parte dalle scelte corrette del Parco Nazionale del Circeo
(12 Gen 20)

Il presidente di Federparchi Giampiero Sammuri analizza la complessità della gestione delle specie aliene e/o invasive  partendo dalla correttezza delle scelte compiute dal Parco Nazionale del Circeo per il contenimento dei Daini divenuti in sovrannumero. Dai principi fondamentali  della conservazione della biodiversità,  alla necessità di preservare le specie autoctone, il presidente si sofferma sulle esperienze all'arcipelago Toscano, sugli aspetti etici  delle azioni di contenimento o di eradicazione e sulla necessità della loro efficacia. Infine un riflessione sullo strumento non agevole della sterilizzazione e sulla necessità di condividere, nel perimetro della normativa sulla conservazione della natura, le scelte da compiere.

Devo dire che un po' ci ho pensato prima di intervenire su questo argomento, c'era una vocina dentro di me che mi diceva "Ma chi te lo fa fare? Entri nuovamente in un tema divisivo, pieno di forti componenti emotive. Oltretutto, quando queste tematiche riguardano il parco nazionale Arcipelago toscano lo devi fare per forza, ma questo è un altro parco, lascia la palla a chi fa il presidente e il direttore al parco nazionale del Circeo...". Dato che ora sto scrivendo, questa vocina non l'ho ascoltata, essenzialmente per due motivi: in primo luogo perché sono presidente di Federparchi e quando un parco è sotto attacco per delle cose che ha fatto correttamente è mio dovere sostenerlo pubblicamente. Inoltre, come rafforzativo, il presidente del parco è il generale Ricciardi, persona dotata di grandi capacità di ascolto e di equilibrio e che personalmente ho sostenuto sin dal primo giorno che si è parlato di una sua candidatura.

Quindi entro in questo argomento consapevole di poter apparire a qualcuno bipolare, come mi è già successo. Mi capita quando scrivo dei risultati ottenuti e dello stato di avanzamento del  progetto falco pescarore di ricevere complimenti ed apprezzamenti numerosi. L'unico mio post che ha superato i 1000 likes su Facebook riguardava proprio il falco pescatore. Al contrario quando parlo di controllo delle specie aliene ed invasive se i likes arrivano a 15 è un miracolo e sono ampiamente superati dai commenti negativi, comprensivi di qualche improperio...  Qualcuno mi ha anche domandato se ero un omonimo di quel Giampiero Sammuri che aveva reintrodotto il falco pescatore in Italia....

Conservazione e specie aliene/invasive

A questo punto devo forzatamente ricominciare dalle basi della conservazione della biodiversità (o della natura detto in modo più popolare), Cosa fa chi lavora in questo campo? Per dirla in modo semplice cerca di rimettere a posto o di attenuare i danni che ha fatto e fa l'uomo sulla natura. Per svolgere questa attività la base fondamentale è la conoscenza, sapere quali sono le specie animali e vegetali che sono in difficoltà, quali ne sono le cause e, di conseguenza, quali sono gli interventi da fare per attenuare le minacce e migliorarne lo stato di conservazione. Per questo motivo la "bibbia" di tutti quelli che operano nel campo della conservazione è la lista rossa redatta annualmente dall'IUCN (Unione internazionale conservazione della natura), dove le specie vengono classificate a seconda del loro stato di conservazione in  8 categorie. Si parte dalle specie estinte e si arriva a quelle a minor preoccupazione (least concern) passando per quelle estinte allo stato selvatico, in pericolo critico, in pericolo, vulnerabili  e così via. È chiaro quindi, per fare qualche esempio italiano, che lo sforzo da fare per la tutela dell'orso marsicano, non è lo stesso di quello da fare per il tasso o la faina.

Sempre lavorando nella conservazione, si deve in primo luogo sapere quali sono le cause che mettono in difficoltà una o più specie e cercare di rimuoverle o, quanto meno, di attenuarle. In via generale la prima causa di perdita di biodiversità nel mondo è la distruzione o l'alterazione degli habitat, la seconda l'azione delle specie aliene invasive. Ci sono specie animali che si sono estinte  per  l'azione delle aliene invasive, particolarmente nelle isole. Una delle ultime è stata il pipistrello dell'isola di Natale a causa dell'immissione del ratto, della formica pazza australiana e del serpente lupo (ovviamente tutte involontarie). Per questo,  quando possibile le specie aliene e/o invasive vanno eradicate e, se non è possibile farlo, controllate da un punto di vista numerico.

Ho fatto un ragionamento di carattere tecnico sulla conservazione, ma faccio una piccola digressione di carattere etico, prendendo ad esempio il caso del pipistrello dell'isola di Natale. Come detto si è estinto a causa degli animali immessi dall'uomo che, tra l'altro, uccidevano i pipistrelli, compresi, ed anzi, in via prioritaria, i piccoli e le femmine in allattamento. Se l'uomo che ha fatto questo danno avesse potuto eradicare le tre specie immesse e salvare il pipistrello avrebbe fatto bene o male? Sarebbero comunque morti animali: o i pipistrelli a causa delle specie immesse o individui di quest'ultime per mano dell'uomo.  Ma  se  fossero state eradicate le specie aliene si sarebbe  salvato il pipistrello, legittimo abitante dell'isola... 

2) Arcipelago Toscano ed eradicazioni

Io mi sono trovato e mi trovo a fare interventi di eradicazione  o di controllo di specie aliene e/o invasive nelle isole dell'arcipelago toscano. Questo provoca, come nel caso dei daini del Circeo, reazioni di dissenso, condanna e anche improperi. Le reazioni riguardano tutte le specie oggetto di intervento, ma hanno una gradazione decrescente, forse dipendente dal maggiore appeal popolare  dell'animale, che potrei declinare così: muflone, fagiano, cinghiale, ratto, zecca. Significando che il muflone è la specie che scatena più reazioni, mentre invece sulla zecca non si pronuncia nessuno, anzi...

Noi abbiamo piani che si pongono l'obbiettivo dell'eradicazione del muflone dall'isola del Giglio e dall'Isola d'Elba, regolarmente approvati dall'ISPRA e anche in parte finanziati dall'Unione Europea, nell'ambito del programma LIfe, specifico per la conservazione degli habitat e delle specie.

Abbiamo avuto forti reazioni negative a questi piani: articoli sui giornali, mailbombing, volantinaggi agli imbarchi dei traghetti, note al ministero dell'ambiente ed all'ISPRA, social media a gogò.

Naturalmente abbiamo continuato con il nostro lavoro, forti della nostra mission di conservazione e del parere scientifico dell'ISPRA.

Un'associazione animalista  (Irriducibili liberazione animale) ha chiesto di incontrarci e ha capito e condiviso la necessità dell'intervento ai fini della conservazione,  ma proponeva di trovare un sistema per raggiungere lo scopo senza uccidere gli animali. Noi ci siamo dichiarati favorevoli a studiare delle forme a due condizioni

Che eventuali interventi non compromettessero l'efficacia dell'azione

Che qualunque variazione del piano non comportasse maggiori oneri per le finanze pubbliche

Poiché nel piano erano previsti sia abbattimenti che catture (come nel caso di quello del Circeo per il daino) abbiamo detto che anziché avviare gli animali catturati al macello, possibilità prevista dal piano, potevamo consegnarli anche tutti all'associazione, previa indicazione dell'ISPRA sulla destinazione.

Dato che il Muflone è alloctono (non "nativo") non solo nelle isole dell'arcipelago toscano ma in tutta la penisola italiana, l'ISPRA ha subito chiarito che i capi catturati non potevano essere immessi in nessun luogo dell'Italia peninsulare. Inoltre poiché in Sardegna il muflone non è da considerarsi alloctono ma, proprio per questo, ha una sua particolarità genetica che va salvaguardata, non si potevano immette animali provenienti da altre zone che avrebbero "inquinato" questa peculiarità. Di conseguenza l'ISPRA ha indicato come unica soluzione possibile lo spostamento dei capi catturati in aree recintate previa sterilizzazione. E quindi alla fine l'associazione si è impegnata a ritirare alcuni capi catturati (5-10) e a trasferirli a proprie spese in  un'area recintata. La percentuale rispetto ai capi abbattuti e catturati (diverse centinaia all'anno) è molto bassa, ma se la stessa associazione o altre ne vogliono ritirare anche di più, alle stesse condizioni, per noi non ci sono problemi. Sinceramente mi sembra un percorso possibile anche per i Daini del Circeo...

3) La sterilizzazione è un metodo di controllo delle popolazioni di animali selvatici?

Voglio subito premettere che chiunque si occupa di conservazione non prova alcun piacere ad uccidere animali. Anzi nella maggior parte dei casi, quando deve ricorrere a questo,  lo fa malvolentieri e solo perché non ci sono altre soluzioni tecnicamente ed economicamente percorribili.

Per questo motivo, tutti noi che ci occupiamo di conservazione della natura guardiamo con grande interesse agli studi che vengono condotti nel campo della sterilizzazione.

Il sogno di tutti noi sarebbe quello di avere un prodotto che. distribuito in un ambiente naturale, fosse mangiato ed avesse effetti di sterilizzazione permanenti solo sulla specie che si vuole limitare. Purtroppo questo prodotto ancora non esiste, anche se sono convinto che prima o poi ci arriveremo, spero in un futuro non troppo lontano.

Ad oggi l'unica sterilizzazione efficace, ad esempio sugli ungulati (Cinghiali, Cervi, Daini, mufloni etc.) è quella chirurgica, ovviamente difficile e costosa.

Tempo fa fui chiamato, non come presidente di Federparchi, ma come esperto in gestione e controllo del cinghiale, dalla presidenza della Repubblica per valutare un'ipotesi di sterilizzazione dei cinghiali della tenuta presidenziale di  Castel Porziano. Oltre a me erano stati chiamati autorevolissimi esperti della problematica, direi che del livello top italiano ne mancavano pochi: Piero Genovesi (Papik) dell' ISPRA, il prof. Marco Apollonio, Andrea Monaco della Regione Lazio. Utilizzando una frase del sommo poeta potrei dire "... e io fui quarto tra  cotanto senno....".

In quella sede emerse chiaramente l'impossibilità di ottenere risultati significativi se non arrivando a percentuali improponibili di sterilizzazione (almeno il 70% della popolazione).  Catturare e sterilizzare qualche decina di capi avrebbe (forse) avuto effetti solo mediatici, me nessuna reale efficacia. La direzione della Riserva, in modo per me molto apprezzabile, fece capire di non essere interessata a cose di immagine, ma di voler capire se era una strada percorribile per ottenere risultati. Ed infatti la tenuta presidenziale ha continuato a fare controllo numerico del cinghiale nel modo consolidato.

Giampiero Sammuri, presidente Federparchi Europarc Italia

Area Protetta: Diverse  |  Fonte: Federparchi
 
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