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Parco Naturale del Fiume Sile



Itinerari


Infinite tonalità di verde

La vegetazione Ma torniamo al viottolo battuto che porta alle sorgenti. Sulla destra si impone all'attenzione un'antica e particolare sistemazione agraria: quella dei campi chiusi. Realizzata a partire dall'XI secolo dai monaci benedettini, consiste in un reticolato di fossi che suddivide in tante parcelle il terreno coltivato esclusivamente a prato stabile. La costante presenza dell'acqua, unita all'effetto ombreggiante delle piante ad alto fusto, messe a dimora sul perimetro di ogni parcella, manteneva un microclima tale da garantire un numero elevato di sfalci, anche sette in una stagione. Di tale interessante sistemazione oggi non restano che poche "prese", costantemente minacciate dai vomeri degli aratri. Anche se non scorre più l'acqua nel capofosso e nei fossi perimetrali per l'abbassamento della falda, i campi chiusi si fanno apprezzare per la bellezza del tappeto d'erba e l'imponenza delle rive in cui si possono riconoscere Querce, Ontani, Platani e Salici, spesso a capitozza, mentre tra gli arbusti primeggiano il Cappello del Prete (Euonymus europaeus) e il Pallon di Maggio (Viburnum opulus). Il prato, a partire dalla primavera, è una vera miniera per il botanico e il biologo.

Consultando una semplice guida basata sul colore dei fiori, si possono facilmente identificare il Fior di Cuculo (Lycnis flos- cuculi), la Campanula bienne (Campanula patula) e due specie di orchidee: la Listera maggiore (Listera ovata), poco appariscente perché di color verde anche nella spiga e l'Orchidea Galletto (Orchis laxiflora) dall'inconfondibile rosso carminio.

I fruscii tra l'erba sono il segnale della presenza del Ramarro (Lacerta viridis) e della Lucertola vivipara (Lacerta vivipara), specie quest'ultima davvero molto rara; mentre a saltellare tra gli steli è una rana endemica della pianura Padano-veneta, dal caratteristico pigmento rosso, la Rana di Lataste (Rana latastei).

Ancora qualche passo e, sulla sinistra, compaiono due tozzi pilastri a cilindro, tra i quali si inoltra un sentiero che, dopo poco, oltrepassa un rivo d'acqua corrente.

Qui si trova una tra le più belle polle sorgive che danno vita al corso del Sile: siamo sul lato nord del Fontanasso de la Coa Longa, un'area allungata formata da più fontanili la cui parte sud troveremo sulla via del ritorno. Si penetra a destra tra le radici nodose di Ontani neri e ci si affaccia su uno specchio d'acqua il cui fondo è cosparso di sabbie chiare che rendono visibile il fenomeno della risorgenza. E' l'acqua proveniente dal sottosuolo a temperatura relativamente fresca e costante nel corso di tutto l'anno che consente lo sviluppo di numerose Idrofile (piante la cui impollinazione avviene ad opera dell'acqua) e Idrofite (piante le cui radici vivono in acqua), tra cui dominano le associazioni di Giunchi e Carici. Dal fondo della risorgiva infatti, risalgono fino alla superficie la Gamberaia comune (Callitriche stagnalis), la Sedanina (Berula erecta) e il Crescione (Nasturtium officinale) dai fiori bianchi. Sul perimetro sono insediati numerosi arbusti, tra cui è facile riconoscere la Frangola (Frangola alnus), l'Ontano (Alnus glutinosa) e il Salicone (Salix capraea). Dietro ai loro rami si innalzano slanciati i fusti dei Salici bianchi (Salix alba) e dei pioppi sui quali si è inerpicata l'edera.

Interessante, ma difficilmente rilevabile dall'occhio dell'escursionista, è la fauna inferiore delle risorgive, costituita per lo più da macro e microinvertebrati, vere sentinelle ecologiche che con la loro presenza testimoniano lo stato di salute delle acque.

Dopo aver tentato di fissare in qualche immagine, ma soprattutto nella memoria, la vitalità misteriosa che la risorgiva infonde, si ritorna al sentiero. A non più di cento passi c'è una meta importante: la "regina" delle sorgenti, la Grande Quercia, uno splendido, isolato esemplare di Farnia (Quercus robur), vero punto di riferimento da cui si dipartono a raggiera tutti i percorsi per conoscere i biotopi più interessanti dell'area: a Nord la Torbiera, la Corbetta e la Busa del Prete; ad Est il Bosco del Conte; a Sud il Fontanasso de la Coa Longa ed il Sile ormai fiume; ad Ovest i Campi Chiusi appena visti.


La Torbiera




Ma la vera ricchezza di questa torbiera è la presenza di una decina di specie di Orchidee. Le fioriture, alcune numerose, altre con pochi esemplari, sono oggetto purtroppo di frequenti vandalismi ambientali, che giungono perfino alla completa estirpazione dell'apparato radicale. La tenacia con la quale si ostinano a permanere in questo sito dipende sia dalla distribuzione delle fioriture, che va da aprile a ottobre, che dalla possibilità per i rizomi di restare inattivi addirittura per più anni, vegetando solo quando le condizioni ambientali lo consentano. Testimoniano un passato lontano migliaia di anni, quando, in seguito all'ultima glaciazione würmiana, discesero i monti per sfuggire ai rigori del gelo e rimasero poi, assieme ad altre piante, perché la temperatura media dell'acqua, che qui si aggira sui 12-14 gradi, instaura un microclima tale da permettere la crescita di specie che generalmente si insediano a quote più elevate. Seguendo la traccia in direzione delle Tre-querce si costeggia un canale con acqua corrente: il Corbetta Nuovo. Nuovo perché scavato dopo il 1920 per drenare una vasta area di terreno da destinare alla coltivazione. Stivali che arrivino appena al ginocchio consentono di esplorare dall'interno il fondo ghiaioso sul quale crescono la Veronica Beccalunga (Veronica anagallis-aquatica), il Non-ti-scordar-di-me palustre (Mysotis scorpioides), la Menta acquatica (Mentha aquatica), il Pepe d'acqua (polyum hydropiper) o i fittissimi Carici. Galleggiano spesso il Ranuncolo a foglie capillari (Ranunculus trichophyllus) e la Brasca Increspata (Potamogeton crispus).

Solo la fortuna e l'occhio esperto possono occasionalmente farci incontrare la fauna ittica qui presente, ovvero lo Scazzone (Cottus gobio), il Panzarolo (Orsinigobius punctatissimus), il Gambero di fiume (Austropotamobius pallipes) o il più raro Temolo (Tymallus tymallus).

Dove si alza la sponda è possibile osservare splendide fioriture di Giaggiolo d'acqua (Iris pseudoacorus), di Cardo di palude (Cirsium palustre) nonché esemplari di Rosa selvatica comune (Rosa canina).

E' dalle Tre-querce che si coglie con un unico sguardo tutta la grande torbiera e, sostando sotto la loro ombra, si può tentare l'identificazione di qualche uccello, o puntare il binocolo su alcuni alberi secchi che presentano evidenti fori sul tronco: dimora del Picchio, oggi forse dell'allegra Cincia e dello Storno.

Dopo la breve sosta si può proseguire in direzione ovest e, attraversato un fosso, inoltrarsi in un tipico bosco mesofilo, caratterizzato da arbusti di Frangola, Salice e Ontano, con qualche giovane esemplare di Farnia. Frequenti, specie nelle ore calde della giornata, gli incontri con il Ramarro. Il percorso potrebbe proseguire, ma è opportuno ritornare sui propri passi e riguadagnare l'intera torbiera: prima di uscire ci aspetta ancora il Fontanasso del Prete.

Lo si raggiunge proseguendo verso est, nella direzione in cui scorre il Corbetta, dopo aver imboccato uno stretto sentiero battuto, spesso ostruito da grossi grovigli di Rovi (Rubus fruticosa). La loro presenza infestante soffoca ogni altra forma di vita vegetale, ma nel contempo offre sicuro riparo alla fauna minore e, nella stagione dei frutti, una succulenta dispensa, e non solo per gli uccelli. Infatti anche il Moscardino, piccolo roditore presente in tutta l'area, pur essendo ghiotto di nocciole, non disdegna le grosse more di rovo.

Il Fontanasso del Prete è oggi molto degradato; nelle sue acque trasparenti che lasciano vedere i conetti di sabbia "che bolle", vengono gettati ogni sorta di canne e bastoni e il calpestio sui bordi fa continuamente franare i margini delle polle. Il suo nome ricorda un evento infausto: la leggenda di una regina che, per non essersi inchinata al Viatico portato da un prete ad un moribondo, venne sprofondata dal fulmine divino con i suoi cavalli e la carrozza, dando origine alla profonda e oscura sorgiva.

Attraversando il rivo che fa defluire le acque veloci nel Corbetta e proseguendo praticamente sull'argine di quest'ultimo, sempre secondo il verso della corrente, si accede ad un'area boscosa con numerosi fontanili. E qui, unico sito nell'alto corso del Sile, cresce, in esemplari che superano i due metri di altezza, la Felce Aquilina (Ptedirium aquilinum), anch'essa discesa, un tempo, con i ghiacci in pianura. Si impongono all'osservatore anche alcuni tra i maggiori esemplari di Ontano dell'area e, avvinghiati a tronchi di pioppo, i grossi fusti dell'edera comune (Hedera helix).

Nei punti in cui lo sguardo può sovrastare le erbe e gli arbusti è bene riprendere contatto con la Grande Quercia, perché è da sotto i suoi rami che si riparte per il Fontanasso della Coa Longa, di cui abbiamo già parlato in precedenza descrivendo le polle a nord. Rispetto alla Grande Quercia è a sud-ovest. Deve il suo nome alla credenza popolare che lo voleva come una profonda voragine senza fondo, inabissata nelle viscere della terra. Ed inavvicinabile ed infida doveva certamente essere l'area al cui centro sgorgava il fiotto d'acqua più corposo, attorniato da numerosissime altre polle sorgive, congiunte da cordoni di vegetazione torbosa, sui quali solo un esperto conoscitore poteva avventurarsi. Gli interventi di bonifica, specialmente quelli attuati negli anni '60, hanno definitivamente snaturato "la grande depressione", attribuendo al Sile un alveo che non gli apparteneva e soffocando la totalità dei fontanili, ad eccezione della Coa Longa. Inoltrandosi tra i Saliconi e gli Ontani, attraversando qualche rivo che mostra piccoli fenomeni di risorgenza, ci si può spingere sul perimetro del fontanile. Non è certo maestosa quella che tutti considerano ed indicano come la sorgente del Sile; l'acqua esce quasi nascosta dalla vegetazione riparia, ma subito dà corpo ad una veloce corrente che si inoltra sotto l'ombra degli arbusti. Seguendo il suo corso, dopo qualche decina di metri, ci si trova a calpestare l'erba dell'argine sinistro del Sile che qui inizia il suo viaggio, su un letto che, nel corso superiore, è stato in gran parte voluto dall'uomo. E' questo il punto migliore per osservare la particolare cenosi delle piante tipiche della sponda del fiume. Partendo dall'acqua: lo Sparganio (Sparganium erectum), la Sedanina d'acqua, la Coda di Cavallo acquatica (Hyppuris vulgaris), la Cannuccia palustre e colonie di Tifa (Typha latifolia).

Poco più avanti il Sile riceve da sinistra un notevole apporto di acque, quelle che il Corbetta Nuovo raccoglie più a nord.

Dalla sponda in cui siamo, si scorge, a poca distanza sulla sinistra, una macchia di vegetazione che richiama immediatamente l'immagine del bosco: prendendo una capezzagna ben segnata sul terreno la si raggiunge in poco tempo. Il Bosco del Conte è oggi un pallido esempio della foresta planiziale che copriva un tempo vaste aree della pianura Padana. Di questa conserva l'impronta, anche se delle essenze autoctone ad alto fusto che la caratterizzavano, sono rimasti solo alcuni esemplari di Farnia, mentre il Carpino e il Frassino sono stati soppiantati dal Sambuco che ha colonizzato la fascia arbustiva. Il sottobosco, pur povero di specie per la grande ombreggiatura che impedisce le funzioni vitali delle piante erbacee, ci riserva l'incontro con due felci di notevole importanza, quella Palustre e la Felce femmina. Inoltrandosi tra i tronchi slanciati che, come colonne sembrano sostenere la volta verde, si scoprono sul fondo alcune piccole risorgive, attorniate dagli immancabili Saliconi.

I fossi che circondano la macchia impongono di uscire ritornando sui propri passi: la Grande Quercia ci aspetta per un ultimo sguardo che abbraccia l'insieme dell'area dove nasce il Sile.


La Palude

Fauna Nella palude profonda, dove l'acqua varia dai cinquanta centimetri ai due metri, regnano la Ninfea bianca (Nimphaea alba), il Nenufero (Nuphar lutea) e il Morso di Rana (Hydrocaris morsus ranae). La palude semiallagata è colonizzata da Cannuccia palustre (Phragmites australis), Mazzasorda (Typha latifolia), Farferuggine (Caltha palustris), Garofanino d'acqua (Epilobium hyrsutum) e Mestolaccia comune (Alisma plantago-aquatica).
Nella palude asciutta si insediano anche i tipici arbusti delle aree umide: il Salicone (Salix caprea), il Salice rosso (Salix purpurea) e l'Ontano nero (Alnus glutinosa).
Numerosissimi gli animali che trovano in questa nicchia ecologica l'habitat ideale, grazie alla ricca catena alimentare che continuamente si rigenera nello scambio dell'acqua con la terra e lo sfasciume della vegetazione che vi si decompone. Queste paludi sono quindi il luogo ideale per la caccia fotografica e l'osservazione naturalistica ed anche il visitatore non esperto, ma munito di pazienza e binocolo, potrà assistere a predazioni, corteggiamenti, lieti eventi o alla vita sociale di famiglie di animali.

Palude delle Ex Fornaci di Istrana

Poco oltre la Rotonda di Badoere, in direzione di Istrana, si incontra un'ex fornace, oggi società Aliplast. Giunti nei pressi dell'edificio produttivo, si segue la recinzione a destra e, dopo un centinaio di metri, si imbocca a sinistra una pista sterrata. Lo sguardo è subito attratto da una grande distesa di Cannucce palustri, tra le quali un occhio allenato può scorgere le Cannaiole (Acrocephalus scirpaceus) e i Migliarini di palude (Emberiza schoeniclus). In lontananza, ad ovest, si stagliano nel cielo una decina di Cipressi delle paludi (Taxodium disticum), piante importate dal continente americano per ornare le terre di qualche nobile veneziano. E' alla base dei loro fusti che si ha una visione completa di questa palude naturalizzata: diverse sono ancora le risorgive attive e vi si scoprono fiori rari come il Loto dei prati (Lotus cornicolatus), la Ginestra dei carbonai (Genista tinctoria) e diverse varietà di Carici. Vi predano il Falco pescatore e la Poiana ed è molto facile osservare l'Airone cenerino e, nei canaloni, Germani, Folaghe e Beccaccini. E' presente una popolosa colonia di Bengalini.

Solitamente questi uccelli vengono tenuti in gabbia come i canarini: evidentemente una coppia che ha scelto la libertà qui si è ben ambientata.

Lasciando i Taxodium, si può proseguire fino ad un crocevia sterrato; a sinistra si raggiunge il Sile e, se si hanno gli stivali, si può percorrere l'argine, rilevando, tra l'altro, i danni recati da un'itticoltura che si appropria quasi per intero dell'acqua del fiume, restituendola molto più a valle.

Per il ritorno si può fare anche un'altra strada, oltrepassando un poco il fiume e prendendo sempre sulla sinistra. Si arriva comunque al Ponte dei tre Confini, quelli dei comuni di Piombino Dese, Istrana e Morgano, sul quale passa un antico cardo della centuriazione romana: via Munara.

Il toponimo deriva dalla presenza di mulini: quello rosso, della riva destra era uno dei più antichi nell'alto corso del Sile.


Palude di Morgano

Farnia
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Sulla provinciale Badoere-Quinto, circa a metà strada, si prende per via Barbasso fino a raggiungere il Sile nei pressi di un grande edificio, un tempo ricco mulino a più ruote. La palude è preceduta da un grande invaso d'acqua, prodottosi in seguito all'estrazione della ghiaia. Sul lato opposto sono stati realizzati due capanni per l'osservazione e la caccia fotografica, vista la ricchezza di specie migratorie e stanziali che praticano questo invaso detto la Busa de Celeste. Si osservano numerosi Anatidi, Tuffetti, Folaghe, Gallinelle d'acqua, Martin pescatore, nonché i mimetici Beccaccini e i Porciglioni. Al mattino presto, o all'imbrunire, si incontrano Garzette, Nitticore e Aironi Cenerini. Vigilano spesso dall'alto la Poiana e il Falco pescatore.Sull'argine destro dello slargo corre un sentiero che consente di osservare, stando sulla sponda opposta del fiume, la grande palude asciutta: circa trenta ettari di proprietà del Comune di Morgano. Sulla sponda si affacciano, nei loro intensi colori, la Salcerella (Litrum salicaria), il Garofanino d'acqua (Epilobium birsutum), il Cardo palustre (Cirsium palustre) e il Coltellaccio maggiore (Sparganium erectum). La visita all'interno è possibile solo prendendo contatti con guide locali.

Palude delle Cave di Carlesso

Vi si giunge percorrendo via Fornaci, una stradina bianca nel comune di Morgano, che si imbocca proprio di fronte a via Barbasso e si esaurisce presso due abitazioni in aperta campagna. Superata una sbarra che delimita una proprietà privata, ci si incammina su una capezzagna ben tracciata, giungendo in breve in un'area con numerosi stagni collegati da lingue di terra. E' una splendida palude profonda, completamente ricolonizzata da specie idrofite e idrofile, ricca riserva di pesce soprattutto per gli uccelli predatori. Regina degli specchi d'acqua è la Ninfea bianca, ma non meno rilevante e da salvaguardare è la Centaurea minore (Centa-urium erythraea) dai fiori rosa riuniti in infiorescenze. Qui nidifica la Folaga e, d'estate, vi pastura l'Airone rosso. Anche la volpe vi scava le sue tane.

Palude dell' Oasi Mulino di Cervara

All'interno dell'Oasi del Mulino Cervara, facilmente raggiungibile lungo la strada che collega Quinto con Badoere, si estende un'altra delle grandi paludi che caratterizza l'alto corso del Sile. E' semisommersa e ricca di tutte le specie animali e vegetali tipiche di questo biotopo e, grazie ad un percorso naturalistico allestito dal Gruppo Ecologico "Tiveron" si presta ad interessanti esperienze didattico-ricreative.Notevole ed in costante incremento numerico la garzaia di Aironi cenerini ed altri Ardeidi gregari, grazie all'abbondanza di cibo che riescono a trovare nelle acque vicine e nelle innumerevoli itticolture di cui è disseminato l'alto corso del Sile.

Palude di Canizzano

E' una palude profonda, da vivere soprattutto con lunghi e silenziosi appostamenti per conoscere la vita di numerosi animali, quanto mai confidenti, specialmente nei mesi invernali. Recentemente vi sono stati osservati consistenti gruppi di Cormorani (Phalacrocorax carbo) in sosta.In questo ambiente si segnalano due presenze floristiche davvero uniche: il Trifoglio fibrino (Menyanthes trifoliata), dai delicati fiori bianchi che compaiono in aprile e il Tabacco d'acqua (Rumex hydrolapathum) con foglie basali che raggiungono il metro di lunghezza.


La Città




A Ponte De Gasperi, sempre sulla sponda sinistra, sono visibili le uniche vestigia delle Mura Scaligere che racchiudevano la città medievale e formavano, assieme agli acquitrini, un formidabile sistema difensivo. Riprendendo il Lungosile A. Mattei, dopo la Canottieri Sile (sponda sinistra) e oltrepassato il Ponte S. Martino - sul ponte e intorno alla chiusa si sosta spesso per ammirare esemplari di grandi proporzioni di Trota iridea (Salmo gairdneri) - si prosegue per Riviera S. Margherita fino ad incontrare la passerella in ferro di via Fiumicelli che attraversa il fiume alla confluenza del Siletto. E' questo uno dei siti storici di maggiore pregnanza per Treviso. Protetta dalle acque su tre lati, infatti, si innalza la collina di S. Andrea, dove scavi archeologici recenti hanno documentato un consistente insediamento dell'età del Bronzo, antecedente quindi alla civiltà Paleoveneta. Il giardino che ricopre il pendio è ricco di specie arboree, tra le quali un occhio minimamente esperto riconoscerà facilmente esemplari di Quercia (Quercus pubescens), di Ippocastano (Aesculus hippocastanus), di Tasso (Taxus baccata), di Carpino (Carpinus betulus) e di Faggio (Fagus sylvatica).

Conviene proseguire per Riviera S. Margherita, attraversarne il ponte, percorrere la Riviera Garibaldi e giungere al celebrato Ponte Dante, luogo di confluenza del Cagnan nel Sile. Una numerosa e stabile popolazione di cigni, germani, anatre ibride, Gabbiani comuni (Larus ridibundus) e reali (Larus cachinnans) rumoreggia nello slargo e sulle sponde di quello che fu il porto fluviale della città. In prossimità delle sponde, più appartati e diffidenti, si possono sorprendere i Tuffetti (Tachybaptus ruficollis) e le Gallinelle (Gallinula chloropus) e non è difficile nemmeno osservare il volo della Ballerina Bianca (Motacilla alba) e gialla (M.cinerea). Le acque profonde e scure ospitano la Trota iridea (Salmo gairdneri), il Cavedano (Leuciscus cephalus) e la Scardola (Scardinus erythrophthalmus). Di fronte si erge il possente bastione circolare delle mura, ultimo manufatto urbano che riconsegna il Sile alle sponde erbose in direzione di Fiera. A delimitare Piazza Garibaldi verso il Sile è una lunga fila di Tigli (Tilia europaea), mentre sulla riva opposta dominano le sagome degli Ippoca stani. Ma non è tutto qui il Sile a Treviso: il suo fascino e mistero sono legati in modo inseparabile a quell'ordito di canali che percorrono rapidi la città, perdendosi nei suoli improvvisamente permeabili (come i Buranelli), o scomparendo per riaffiorare qualche centinaio di metri più avanti, mutando anche il nome (come la Roggia che diventa Siletto). E' una vera scoperta quella che si fa inoltrandosi nel reticolo di calli e vicoli del centro storico. Dagli innumerevoli ponti in pietra, in mattoni, in ferro, dalle passerelle in legno, dai portici prospicienti i "Cagnani" si possono cogliere scorci ambientali di notevole bellezza ed interesse. Da Ponte Dante conviene risalire tutto il Cagnan per Via dello Squero e, osservata la golena tra via S. Agata e via G. Bergamo, dove tra Robinie, Sambuco e Carpino nero (Ostrya carpinifolia) vivono piccole famiglie di anatidi, giungere all'isolotto della Pescheria, annunciato dalla nera ruota di un mulino.

Proseguendo oltre la bella chiesa di S. Francesco si giunge al cinquecentesco Ponte di Pietra, opera di ingegneria militare che imbriglia le acque del Botteniga e, mediante un sistema di chiuse ancora efficiente, alimenta i tre principali canali della città e la fossa esterna delle mura in direzione di Porta S. Tommaso. Di qui parte la passeggiata delle Mura, piacevolissima, che percorre all'ombra di uno straordinario viale di ippocastani tutto il lato nord della città fino a Porta Santi Quaranta. Proseguendo in direzione sud, all'interno delle mura per la città-giardino, o all'esterno, costeggiando la Fossa, si ritorna, in breve, al Ponte di Ferro.


Le Alzaie


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Un primo interessante tratto, percorribile sia a piedi che in bicicletta, prende avvio dal Ponte della Gobba, appena oltre lo stretto sottopasso della linea ferroviaria. La diversità dei due argini è subito evidente e va a tutto vantaggio di quello destro dove sono ancora riscontrabili tratti con la tipica vegetazione ripariale: Cannuccia palustre (Phragmites australis), Mazza-sorda (Typha latifolia), Garofanino d'acqua (Epilobium hirsutum), Salcerella (Litrum salicaria). Sempre presenti Germani (Anas platyrhynchos), Gallinelle (Gallinula chloropus) e Tuffetti (Tachybaptus ruficollis). La riva sinistra reca invece evidenti i segni della "colonizzazione" del fiume da parte dell'uomo: oltre alla restera, troviamo costruzioni residenziali, e, poco dopo, le banchine e gli ormeggi del porto fluviale di Fiera. Deciso ed imponente poi, nella tipica architettura di edificio produttivo, è il rosso mulino Mandelli che sorge alla confluenza della Storga con il Sile, verso Silea. Dopo il viadotto della tangenziale, il fiume è attraversato da una arcuata passerella in cemento che è porta di accesso ad una vasta area agricola, racchiusa in un'ansa del Sile, conosciuta come Villapendola. Qui, il naturalista ha l'opportunità di compiere un interessante percorso sul perimetro del vecchio corso del Sile, rimasto isolato a metà degli anni '50 in seguito alla costruzione della centrale elettrica. Le due ore necessarie all'escursione in quest'oasi saranno senza dubbio ripagate dalla scoperta di un ambiente dove la naturalità sta riconquistando spazio e valore. E' consigliabile una visita, con l'inseparabile binocolo e la macchina fotografica, alle prime ore del giorno. Subito a destra della passerella, un folto gruppo di Pioppi bianchi (Populus alba) si specchia nelle acque dello slargo; mentre sulle altre sponde si possono osservare notevoli esemplari di Salice bianco (Salix alba) e Salice piangente (Salix babilonica). Una chiusa alimenta il vecchio corso, nel quale la portata limitata e la lentezza della corrente favoriscono lo sviluppo di una rigogliosa vegetazione acquatile, composta in prevalenza da Potamogeti e Ranuncoli. Sulle sponde Carici e Tife consentono un'intensa vita sociale a Germani, Tuffetti, Gallinelle e Folaghe (Fulica atra) che nei mesi primaverili possono essere osservati mentre istruiscono alla sopravvivenza le numerose nidiate. I predatori infatti sono sicuramente in agguato: il Luccio (Esox lucius) in particolare, presente con grossi esemplari, mentre una folta e variegata popolazione di specie affolla le acque: Carpe (Cyprinus carpio), Tinche (Tinca tinca); Scardole (Scardinius erythrophthalmus), Cavedani (Leuciscus cephalus) e Trote. Si prosegue sulla stradina sassosa dell'argine sinistro che, all'altezza dell'impianto di depurazione di Treviso situato sulla riva opposta, si restringe divenendo un viottolo erboso. Il sentiero è delimitato, sul lato dei coltivi, da una lunga siepe di Acero campestre (Acer campestre) a capitozza, frammisto a Salici e Ontani (Alnus glutinosa), mentre la scarpata che digrada verso la corrente è colonizzata soprattutto da Rovi (Rubus fruticosa) e arbusti di Sambuco (Sambucus nigra). Procedendo in silenzio è facile incontrare l'Usignolo di fiume (Cettia cetti), la Ballerina bianca (Motacilla alba), il Martin pescatore (Alcedo atthis) e scorgere, mimetizzati tra i vecchi steli, la Cannaiola (Acrocephalus scirpaceus) e il Cannareccione (Acrocephalus arundinaceus).

Ad una curva sulla sinistra, accompagnata sul lato opposto da sette imponenti esemplari di Pioppo ibrido (Populus canadensis), compare alto il profilo del campanile con l'abside della chiesa di S. Antonino, sulla cui sponda è poi un affastellarsi di costruzioni e recinzioni che stridono con il paesaggio fluviale. Ma, passato l'abitato, per un lungo tratto il "Sile morto" riacquista una notevole naturalità.

Nell'alveo, ampio ma sempre poco profondo, compare la Ninfea gialla (Nuphar lutea), mentre le sponde sono caratterizzate dalla tipica vegetazione ripariale. Interessante il parco che si incontra alla confluenza del Dosson, dove parte delle acque del corso principale vengono prelevate da una vicina itticoltura. La ricca cenosi ospita e sicuramente favorisce la diffusione nell'area circostante di Merli (Turdus merula), Verzellini (Serinus serinus), Cardellini (Carduelis carduelis), Verdoni (Carduelis chloris) e Fringuelli (Fringilla coelebs). Anche il Pendolino (Remiz pendulinus) nidifica in questa ed in altre aree lungo gli argini.

Lasciato il Lago Verde, dove è possibile usufruire di ampie opportunità per il tempo libero ed il ristoro, si prosegue sulla propria destra per giungere, in breve tempo, all'ampio slargo del porto di Silea, attrezzato sulla riva sinistra per l'attracco dei natanti. Sulla sponda opposta, seminterrati e quasi mimetizzati tra le Canne di palude e le Tife, alcuni vecchi burci offrono alle Tartarughe palustri (Emys orbicularis) un po' di tepore nelle giornate di sole. Un'altra oasi che va segnalata è, tra Silea e Sant'Elena, il Centro Cicogne della Lipu. Qui si sta tentando di reinserire nell'ambiente la Cicogna, pare con buoni risultati, visto che qualche esemplare ha nidificato, come nella migliore delle tradizioni, sui camini delle case circostanti il Centro. Proseguendo si giunge a Quarto d'Altino. Qui è nata di recente l'Oasi di Trepalade, un percorso ambientale che offre al visitatore interessanti spunti sull'ambiente del fiume. Il canneto, o fragmiteto (Phragmites australis) formato principalmente dalla Cannuccia palustre, accompagna come una siepe il corso del Sile la cui acqua inizia a farsi dolce-salmastra. Vi nidificano la Cannaiola (Acrocephalus Scirpaceus) il Cannareccione (Acrocephalus Arundinaceus) e la Gallinella d'acqua (Gallinula chloropus) e vi trovano riparo per la notte la Cinciarella (Parus caeruleus), la Passera Mattugia (Passer montanus) e il Migliarino di palude (Emberiza schoeniclus). Poco lontano, a Portegrandi, il fiume s'incontra con l'ambiente lagunare. Qui, presso il centro sociale, è sorto il Centro Visite, un vero e proprio laboratorio didattico-ambientale aperto a chiunque desideri conoscere e approfondire aspetti del Sile e della Laguna di Venezia