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Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise

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“La conservazione dell’orso marsicano passa soprattutto per la tutela delle femmine in età riproduttiva”

Intervista a Paolo Ciucci

(Pescasseroli, 06 Feb 19) Lo scorso anno, Vincenzo Gervasi e Paolo Ciucci, hanno pubblicato uno studio* sulle proiezioni demografiche dell'orso bruno marsicano. 

Abbiamo chiesto a Paolo Ciucci di parlarcene in questa intervista. 

1) Lo studio che avete pubblicato  affronta il tema delle proiezioni demografiche della popolazione di orso marsicano ipotizzando diversi scenari di gestione. Qual è l'utilità di un simile studio?

L'orso marsicano, nonostante i tanti sforzi di conservazione, continua a essere vulnerabile a un alto rischio d'estinzione, essenzialmente in virtù delle ridotte dimensioni della popolazione e della sua scarsa variabilità genetica. Sebbene non sia possibile prevedere il futuro, ovvero anticipare con certezza se e quando la popolazione si estinguerà, la scienza può comunque aiutarci a definire le condizioni future più probabili in base agli attuali interventi di conservazione.
Questo lo si fa tramite proiezioni (non previsioni), ovvero simulazioni protratte nel futuro della dinamica della popolazione sulla base delle caratteristiche demografiche attuali. Analogamente a simili applicazioni con altre specie a elevato rischio di estinzione, questo esercizio è fondamentale perché ci permette di valutare in maniera oggettiva le probabilità di estinzione dell'orso marsicano, di individuarne i meccanismi maggiormente responsabili e quindi intervenire in maniera efficace per aumentare le probabilità di persistenza.
Che l'orso marsicano sia ad elevato rischio di estinzione lo sappiamo tutti, e da tempo; ma la scarsa conoscenza di alcuni parametri demografici della popolazione ha finora impedito di quantificare questo rischio e valutare quali tra i tanti interventi di conservazione possibili sono quelli più efficaci.
Oggi, dopo una decina di anni di studio e monitoraggio della popolazione finalmente abbiamo stimato i parametri di base della popolazione (dimensione e tendenze della popolazione, parametri riproduttivi, tasso di riproduzione, sopravvivenza e mortalità) e ciò ci permette di proiettare, con una certa affidabilità, lo stato della popolazione da qui ai prossimi 100 anni.
Questo lo abbiamo fatto in base a tre scenari di gestione alternativi rispetto a quello attuale, cercando quindi di dare indicazioni su quali debbano essere le contromisure da adottare, possibilmente in tempo utile. Se non disponessimo di questi strumenti, la conservazione sarebbe un azzardo più che una scienza e solo le generazioni future sarebbero in grado di conoscere il futuro dell'orso marsicano, ringraziandoci, oppure condannandoci, per la nostra gestione attuale. 

2) Sostanzialmente affrontate due scenari (e un terzo che è la sintesi dei primi due): il primo riguarda la disponibilità di fonti alimentari per l'orso. Come sai bene, c'è una narrazione che sostiene da 40 anni che gli orsi non hanno da mangiare e scappano dal Parco. Che la tesi degli orsi fuggiaschi sia una sciocchezza lo vediamo con chiarezza anche noi. Ci fai capire meglio, però, quanto è importante l'alimentazione per la crescita della popolazione e quali sono le condizioni per l'orso nel Parco?

Il peculiare ciclo biologico dell'orso vede le femmine riproduttive sviluppare gli embrioni durante la fase di svernamento, quando permangono in tana per circa 4 mesi senza magiare né bere, ottenendo energia e nutrimento unicamente dal grasso accumulato durante un periodo di intensa attività alimentare autunnale (iperfagia).
I cuccioli vengono partoriti in tana e il grasso corporeo della madre continua ad essere l'unica fonte di nutrimento anche nella fase di allattamento durante la quale l'aumento del peso dei cuccioli, che influenzerà radicalmente la loro sopravvivenza nel primo anno di vita, è determinato dalla qualità e quantità del latte materno. È per questo che in autunno la massa corporea delle femmine adulte riproduttive, conseguenza del livello di nutrizione nei mesi tardo estivi e autunnali, ha un effetto diretto sul numero di cuccioli prodotti, sulla loro sopravvivenza e quindi sul tasso riproduttivo dell'intera popolazione.
Dire quindi che l'alimentazione ha un effetto drammatico sulle popolazioni di orso non è affatto esagerato, tuttavia l'argomento va manipolato con estrema cautela, attenzione, serietà scientifica e profondo senso ecologico. Il rischio altrimenti è incorrere in errori grossolani di valutazione o interventi che producono, in maniera più o meno inconsapevole, vere e proprie aberrazioni gestionali.
Due sono quindi gli elementi principali da tenere a mente:
il primo è la quantità e qualità di risorse alimentari disponibili all'orso di origine naturale (non considerando quindi quelle di stretta origina antropica che comporterebbero fenomeni di abituazione o comunque dipendenza diretta dall'uomo), ivi comprese le condizioni di accessibilità e fruibilità delle risorse alimentari da parte dell'orso (in assenza quindi di forme di disturbo di origine antropica, qualsiasi esse siano);
il secondo è che il cibo non è certamente l'unico fattore in grado di influenzare una popolazione di orso, anzi.
Anche in presenza di un'adeguata offerta alimentare possono essere molte le cause di uno scarso successo riproduttivo o di una dinamica demografica stagnante o negativa, specialmente in popolazioni di orso di piccole dimensioni, dalla scarsa variabilità genetica, e continuamente soggette a rischi di mortalità a causa dell'uomo. È dunque compito dei biologi (e non dei maghi o degli stregoni) capire quali siano i fattori maggiormente limitanti l'accrescimento di una popolazione e agire prevalentemente su questi.
Il rischio altrimenti è quello di concentrarsi sulla pagliuzza e non accorgersi della trave che abbiamo nell'occhio. Attualmente, in base agli studi effettuati questi ultimi anni, l'offerta alimentare non sembra essere il problema dell'orso marsicano, perlomeno nell'area del Parco, dove l'orso gode di una nutrita varietà e abbondanza di risorse alimentari naturali (ghiande e faggiole, molte specie di frutti di bosco e frutta polposa, formiche e altri insetti, ungulati selvatici, tante varietà di piante e tuberi).
Sarebbe però un errore considerare che l'attuale offerta alimentare rimanga costante negli anni e decenni prossimi, in quanto la produttività dell'habitat tende a variare sia con le successioni ecologiche, sia in risposta all'attività antropica, primi tra tutti gli interventi forestali e la zootecnia.
Gli interventi che oggi noi facciamo (o non facciamo) sull'habitat avranno effetti sull'abbondanza di risorse disponibili all'orso nei prossimi decenni.
Dobbiamo quindi imparare a pianificare questi interventi nel lungo periodo in termini dell'impatto, positivo o negativo, che avranno sulla produttività dell'habitat per l'orso.

3) Il secondo scenario, invece, prende in esame più direttamente la tutela delle femmine riproduttive per la crescita della popolazione. Perché questo tema è così fondamentale per l'orso marsicano?

Perché l'orso, al pari di altre specie di mammiferi di grossa taglia e con lunghi tempi generazionali, ha un potenziale riproduttivo particolarmente basso.
Una femmina non si riproduce se non ha almeno quattro anni di età e quando si riproduce generalmente dà alla luce uno o due, molto raramente tre cuccioli, di cui solitamente meno della metà sopravvive fino ad età adulta; inoltre,  passano generalmente almeno tre anni tra un parto e il successivo.
In popolazioni di orso di grandi dimensioni ci sono diverse femmine che cumulativamente garantiscono un supporto riproduttivo adeguato per la crescita o il mantenimento della popolazione.
In popolazioni ridotte, come nel caso dell'orso marsicano, tuttavia, il numero di femmine in età riproduttiva è così limitato che quelle che si riproducono ogni anno possono essere insufficienti per tenere testa alle perdite demografiche che comunque la popolazione si trova a sostenere.
Limitare la mortalità dell'orso per causa dell'uomo, e in particolare delle femmine adulte, è quindi un passo irrinunciabile per la conservazione dell'orso marsicano.
Se non si riesce in questo intento qualsiasi altra iniziativa di conservazione potrebbe non avere senso, specialmente se vogliamo che la popolazione di orso marsicano aumenti numericamente ed espanda significativamente il proprio areale ben al di là dell'area del Parco. 

4) Per l'orso marsicano parliamo sempre di pericolo di estinzione e sembra che non ci sia mai una luce che ci indichi con chiarezza la strada per evitarlo. Possiamo dire che il vostro studio una piccola luce l'accende?

In realtà molto è stato fatto e si continua a fare per la conservazione dell'orso marsicano, testimone il fatto che siamo qui a parlare di orso mentre altre popolazioni si sono estinte nei decenni scorsi anche nella civilissima Europa, costringendo le amministrazioni interessate a ricorrere alla reintroduzione con fondatori provenienti da altre popolazioni di orso come strumento estremo.
Per fortuna, e per la lungimiranza degli amministratori attuali e pregressi, questo non è mai avvenuto in Appennino. Ciò non toglie, tuttavia, che le ridotte dimensioni in cui perdura la popolazione ormai da decenni espongono l'orso marsicano a elevati rischi di estinzione dovuti all'elevata suscettibilità a fattori di rischio di natura demografica, ambientale e genetica; e questi non sono riducibili se non tramite un aumento della popolazione e l'espansione del suo areale su più vasta scala appenninica.
Per il resto, dobbiamo considerare che l'estinzione non è un processo immediato (se non nel caso di catastrofi che colpiscono gran parte della popolazione), specialmente in specie con lunghi tempi generazionali; né ci si può aspettare di ridurre il rischio in breve tempo piantumando alberi di mele o con un decreto legislativo.
La strada per evitare l'estinzione di questa preziosissima popolazione è già nota da tempo ed è appunto facilitare l'aumento della popolazione all'interno di un areale più vasto dell'attuale.
Il punto è come arrivarci, ovvero quali gli strumenti e le azioni e che più di altri possono garantirci il risultato sperato. Sono convinto che il nostro studio offre una nuova luce in questa direzione. Innanzitutto perché mostra, per la prima volta, che il rischio di estinzione da qui ai prossimi 100 anni non è affatto trascurabile se non si prendono contromisure urgenti in grado di aumentare finalmente le dimensioni della popolazione (e teniamo presente che abbiamo tra l'altro considerato scenari di partenza piuttosto ottimistici, senza considerare effetti negativi su riproduzione e sopravvivenza attesi in seguito a inincrocio e ai difetti genetici dovuti all'elevata consanguineità).
In questo senso noi parliamo sì alla società in generale, ma in particolare agli amministratori, ai funzionari, ai politici, agli operatori delle ong ambientaliste: la scienza, al meglio delle nostre conoscenze, vi dice come stanno le cose e suggerisce di darsi da fare subito per aumentare l'efficacia delle strategie e delle misure di conservazione. Rimarrà poi ai posteri la valutazione di quanto questo messaggio verrà recepito da chi ha la responsabilità della gestione.
Oltre a questo, il nostro lavoro suggerisce anche che la soluzione più efficace per contrastare la stagnazione demografica della popolazione consiste nella riduzione degli attuali livelli di mortalità delle femmine adulte, peraltro entro livelli realistici (un flesso del 25% rispetto ai livelli attuali, o anche entro il 10% se controbilanciata da interventi sull'habitat).
Un'indicazione, questa, che sul territorio si deve tradurre in interventi concreti di maggiore prevenzione e, soprattutto, persecuzione nei casi illeciti di mortalità delle femmine. Ad alcuni potrebbe sembrare un'utopia, ma non lo è se si analizzano con serietà e determinazione le cause di mortalità delle femmine in questi ultimi decenni, si delineano le zone e i contesti in cui questi eventi sono avvenuti e si analizzano le circostanze che li hanno determinati.
Bisogna operare con fermezza per prevenire e contrastare qualsiasi fattore di rischio, dalla tubercolosi bovina, all'uso illecito di veleni, alla viabilità stradale e alla presenza di vasche incustodite in quota.
Stando alle nostre proiezioni, questo è quello che serve maggiormente per un recupero demografico della popolazione e chiunque sia nella posizione di farlo ha un'ovvia responsabilità in tal senso, oggi più di ieri visto che abbiamo acceso questa luce…

5)  Con una battuta possiamo dire che dal vostro studio emerge che se le femmine sono importanti per qualsiasi specie lo sono ancora di più per l'orso marsicano e quindi meritano ogni sforzo per essere tutelate?

Non c'è dubbio alcuno, perché la conservazione dell'orso marsicano passa soprattutto per la tutela delle femmine in età riproduttiva e la drastica riduzione della loro mortalità per cause antropiche.
Questo non vuole dire che altri interventi di conservazione, come quelli rivolti all'habitat per garantire un'adeguata disponibilità di risorse alimentari naturali nel lungo periodo, non abbiano senso, anzi; anche questi sono sicuramente necessari per mantenere le condizioni idonee nonostante le alterazioni ambientali sia naturali che antropogeniche che ci dobbiamo aspettare nei prossimi decenni, incluso il cambiamento climatico.
Tuttavia, questo tipo di interventi potrebbe non avere senso se nel frattempo non si fa il possibile per garantire un maggiore sopravvivenza al vero motore demografico della popolazione di orso marsicano, che sono appunto  le femmine in età riproduttiva.

* (Gervasi V., P. Ciucci. 2018. PDF Demographic projections of the Apennine brown bear population Ursus arctos marsicanus (Mammalia: Ursidae) under alternative management scenarios. The European Zoological Journal 85(1):243–253.)

 
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