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Parco Nazionale della Val Grande



Atti del Convegno
  Convegno “Sport & Turismo…a spasso con l’Educazione Ambientale”

Rete ecologica nazionale e natura 2000

E’ indubbiamente difficile cominciare a parlare dopo tutto ciò che è stato detto, nel senso che è stata una sintesi di tutto ciò che abbiamo condiviso specialmente negli ultimi mesi e che ha fatto richiamo implicito e sistematico a quello che poi a Catania, quando si è fatta una riunione per verificare quelli che potevano essere gli elementi e le idee di sviluppo nel quadro comunitario 2000 – 2006, è venuto fuori come rete ecologica nazionale.

Diceva giustamente l’Assessore Racchelli che sono stati fatti grandi sforzi: l’istituzione di nuove e diverse aree protette, non soltanto di parchi, ma di riserve naturali, di oasi o di quant’altro secondo la sensibilità del territorio. Questo sforzo è stato fatto anche credo sull’esigenza che veniva dalle popolazioni che a un certo punto hanno cominciato a prendere coscienza sempre di più che il termine ambiente o aree protette in senso più generico non era soltanto, o non era esclusivamente, vincolo ma era anche sviluppo, era qualcosa che coniugava uno con l'altro in maniera puntuale e precisa.

Abbiamo preso coscienza che le risorse del globo sono limitate, che la conservazione della natura non è soltanto una protezione diretta della specie ma deve passare attraverso delle politiche più ampie, delle politiche più generali di controllo e di indirizzo di quelle che sono le attività dell'uomo. D'altra parte questo non poteva trascurare il fatto che sono intervenute nel corso degli anni, dei secoli forse, dei processi di degrado la cui vastità e complessità è tale che chiede oggi il nostro intervento, la nostra attenzione; l'Assessore Racchelli parlava del 7% del territorio del Piemonte protetto; mi piace sottolineare che il territorio protetto su base nazionale è del 10%, quindi la situazione del Piemonte vede una carta costellata di punti che debbono essere o di zone di territorio che vengono riconosciute come sensibili.

Nello stesso tempo vorrei sottolineare che noi non pensiamo ai parchi nazionali come zone fuori dal territorio delle regioni, delle comunità montane, delle provincie e delle autonomie locali in senso più generico: i parchi nazionali sono nel territorio, vivono con il territorio, in stretta connessione con il territorio. Non sono da ritenersi se non come un elemento nel quale noi vorremmo parlare di eccellenza, vorremmo parlare di situazioni di stimolo, di collegamento, di correlazione.

Il Piano del Parco fatto dal Parco Nazionale Val Grande è il primo importantissimo passo, è tra i primissimi ad averlo, e so perfettamente che la professoressa Olmi è già impegnata per il Piano Economico e Sociale che è un elemento di correlazione necessaria ed assoluta. Ma soprattutto noi abbiamo ipotizzato, richiesto che le programmazioni che avverranno sul territorio possano tenere conto di una situazione di concentrazione degli interventi e non più di parcellizzazione sul territorio.

Da un'indagine DOXA fatta l'anno scorso circa l'80% degli intervistati ha richiesto che ci fossero maggiori zone protette, ha richiesto la possibilità di potersi avvalere di zone protette; noi non pensiamo quindi alle aree protette come zone chiuse di cui buttiamo via la chiave: noi riteniamo le aree protette delle zone nelle quali sì ci sono particolari sensibilità per cui in certi posti bisogna essere molto attenti, molto puntuali, ma c'è una massa di zone che devono costituire invece un punto di riferimento per la fruizione sul piano del turismo, sul piano dello sport.

Ai nostri giovani forse manca proprio la possibilità di avere un territorio a disposizione su cui svolgere lo sport e fare del turismo che non è soltanto quello della partita di calcetto fatta nelle immediate vicinanze delle propria residenza; questo significa riportarli alle tradizioni, alla cultura, a qualche cosa che rischiamo di perdere lungo il percorso e su cui noi dobbiamo accentuare la nostra attenzione, su cui noi cerchiamo di coinvolgere le popolazioni.

Ho appena visto la Rivista del V.C.O. - un'ottima rivista - nella quale ho ritrovato tutte le problematiche che abbiamo sul tavolo perché in fin dei conti ho trovato nello stesso numero l’industria che si lamenta di una nostra forse eccessiva richiesta di protezione dell’ambiente e nel contempo il riferimento dell’Assessore Lincio per quanto riguarda il pool a difesa di parchi ed aree protette, alla ricerca di tradizioni antiche con qualche accenno di nostalgia per il tempo perduto, per le cose perdute. La professoressa Olmi prima rammentava che il Parco ha recuperato e sta recuperando le torri di guardia che vengono individuate: ora tutto questo per porlo poi a disposizione del turismo, dello sport, di chi vuol fruirne o usufruire della natura e dell'ambiente. Noi vediamo questo anche da un punto di vista di ritorno occupazionale nel senso che siamo convinti che questo costituisca anche una possibilità per creare un indotto, per creare una ricaduta in termini di occupazione che non sarà di migliaia di posti di lavoro, forse, noi più modestamente ci permettiamo di "creare la possibilità di creare", attivare in qualche modo sul territorio la possibilità che si creino queste condizioni e vorremmo che i parchi e le aree protette non fossero considerate come, lo ripeto ancora una volta, totalmente estranee al resto del territorio; ma siamo dentro al territorio, in un collegamento ideale.

Se dovessimo prendere sempre la Regione Piemonte, vediamo che in pratica è la regione che in qualche maniera ha ritenuto di aver bisogno di individuare alcune sensibilità particolari; e come si fa poi questo a non collegarlo l'uno con l'altro, non sono delle oasi una distinta dall'altra, ma sono seriamente legate e collegate l'una con l'altra nei corridoi ecologici, nelle possibilità di consentire processi faunistici. Noi siamo impegnati per esempio a far conoscere ai nostri giovani non soltanto il leone, le giraffe, il coccodrillo e quant'altro che con molta attenzione e con splendidi documentari la nostra televisione fa vedere.

Ecco, vorremmo che i nostri ragazzi conoscessero anche le galline, non so, le capre, cioè qualche cosa che specialmente per i giovani che vivono in città, ma haimé forse anche per quelli che vivono in centri apparentemente minori, rischiano di essere oggetti misteriosi. In una recente indagine su ragazzi anche delle scuole medie si è dovuto scoprire che alcuni giovani erano convinti che i polli avessero quattro gambe perché la mamma tutti i giorni metteva sul tavolo quattro cosce di pollo!! Questo fa parte di un compito al quale noi dobbiamo assolvere: non è semplicemente un discorso legato a mere indicazioni di chiusura di territori, di abolizioni di possibilità di fruizione, ma bisogna esserci dentro, bisogna verificare, bisogna consentire ai giovani di avere un percorso formativo da percorrere.
Mi domando se cambiando certi meccanismi e consentendo certe opportunità o possibilità questo non possa far ritornare in qualche modo una certa occupazione. Certamente non possiamo più pretendere che il valligiano affronti i problemi legati alla vita montana così come li affrontava 50 anni fa! Con la professoressa Olmi abbiamo provato a fare dei tentativi, qui siamo a livelli concettuali, in altri parchi siamo andati un pochino più avanti, abbiamo cominciato a pensare di mettere la mungitrice elettrica, di considerare la possibilità di avere pannelli solari per la produzione di energia e quant'altro potesse in qualche modo consentire delle situazioni di migliore vivibilità del territorio per attenuare quello che è l'isolamento, quello che è l'inconveniente di portare delle mucche al pascolo, anche perché questo è correlato a un fatto importante; in particolare negli ultimi tempi voi sapete meglio di me che c'è un allarme sociale spinto per quanto riguarda i prodotti alimentari geneticamente modificati. La gente vuole dei prodotti naturali ed è disposta a pagare per questi prodotti naturali.

Parlo di Roma - dove vivo - nei grandi supermercati sempre più spesso ci sono degli angoli nei quali vengono previsti degli stand di prodotti garantiti ecologici nel senso che sono prodotti ottenuti senza ricorrere a fertilizzanti chimici e a diverse altre forme di sfruttamento, che vengono venduti con dei make-up anche significativi. Posso garantirvi che quegli stand vendono ed esauriscono la merce prima di tutti gli altri stand presenti in quei supermercati perché la gente su questo è disposta a spendere.

La particolarità, la specificità in un contesto di globalizzazione del mercato credo che costituisca uno dei punti di salvaguardia del nostro paese; volerci confrontare per forza sul mercato della globalità pensando di poter produrre alle stesse condizioni prodotti agricoli rispetto a quelli che possono fare altri paesi dove le condizioni morfologiche sono diverse, beh, credo che costituisca forse una piccola follia da parte nostra: dovremmo cominciare a pensare sì alla globalità, sì all'internazionalizzazione dei prodotti dal punto di vista commerciale e di confronto ma non vorrei che questo ci porti poi all'abbandono delle campagne, delle coltivazioni, dei derivati e ci porti a quello a cui siamo arrivati cioè la mucca pazza, che è carnivora e poi diventa mucca pazza; se non fosse stata carnivora la mucca pazza forse non l'avremmo avuta perché in fin dei conti, oggi, vedendo soltanto la parte di produzione, dobbiamo dare determinati mangimi, determinate mescole e questo comporta certi inconvenienti anche in termini di qualità.

Ritornando a quello che dicevo prima sulla necessità di concentrare al più e meglio le risorse sul territorio in modo da consentire che le risorse finanziarie sui territori individuati dal sistema regioni possa meglio ottenere dei risultati, nel documento che è stato redatto di intesa tra le amministrazioni dal mio Servizio si è particolarmente accentuato questo: noi chiediamo alle regioni di concentrare sul territorio, sulla base di scelte proprie nelle quali non ci permettiamo di intervenire, tutto il possibile; se si sceglie una determinata zona che su quella zona avvenga tutto quello che è necessario, dalla depurazione delle acque allo smaltimento dei rifiuti a quant'altro possa consentire a quel territorio quello sviluppo compatibile che non esclude - laddove questo sia possibile - l'industria.

Però anche l'industria - come sicuramente starà facendo - dovrà fare le sue valutazioni. Le risorse idriche sono quelle che sono ed è inutile continuare a chiedere aumenti di tali risorse ma occorrerà trovare delle formule di recupero dell'energia, bisognerà essere attenti all'inquinamento atmosferico sia in termini di calore sia in termini di immissione di particolari gas nell'atmosfera. Questo è estremamente necessario perché la Commissione Europea, con una nota ufficiale al governo italiano del 23 giugno, ha richiamato l'attenzione del nostro governo sugli obblighi che abbiamo assunto in sede comunitaria. La nostra partecipazione all'Unione ci obbliga al rispetto di alcune direttive, in particolare quella relativa agli habitat naturali e seminaturali, della flora e della fauna - la cosiddetta direttiva habitat in termini più spicci - che prevede in sostanza una rete europea di siti protetti in quanto l'ambiente non ha poi confini, non può essere delimitato.

Siamo qui al confine con la Svizzera, sarebbe un po’ strano che non ci occupassimo anche di quello che accade poco lontano o che loro non si occupassero di quello che accade da questa parte. Le trasmigrazioni degli inquinamenti sono quelli che sono, vanno per tutti; non possiamo non tenerne conto, non possiamo non interagire con gli altri; ma su questo la creazione di questi siti protetti, dei corridoi necessari obbliga nella fase di pre-progettualità a determinare tutti quei criteri e quelle indicazioni che possono in qualche modo attenuare quello che potrebbe essere la conseguenza di ritorno in negativo sull'ambiente.

Siamo stati forse abituati negli ultimi decenni a fare gli interventi, anche le infrastrutture e poi tornare a dire che c'erano stati dei guasti che bisognava riparare….ogni volta che piove scopriamo che ci sono montagne che vengono giù, ci sono allarmi di ogni tipo; ma quando si dice che non si possono fare certe cose si viene tacciati di essere oscurantisti, di non volere il progresso, di voler bloccare le situazioni. Ecco, bisognerà correggere questa mentalità, questo è anche il senso della lettera della Commissione Europea la quale, tra l'altro, in finale poi comunque richiama la responsabilità diretta degli stati e del nostro in particolare perché si tenga conto anche dei cosiddetti siti potenzialmente protetti cioè di quelli per i quali non è determinata in maniera definitiva la situazione di livello di protezione che noi abbiamo inteso dare.

Si questa base occorre muovere e, ripeto, non chiudere allo sviluppo, ma prevedere lo sviluppo; quando si parla di sviluppo eco-compatibile sembra ogni volta di parlare di cose molto complesse ma in fin dei conti sono le cose che hanno fatto, pur commettendo degli errori, anche i nostri antenati. Noi abbiamo modificato il paesaggio, dissodato territori, tagliati interi campi di alberi per facilitare il passaggio delle macchine: adesso scopriamo che ciò ha modificato molte cose; sul problema dell'avifauna, degli uccelli, ci sono delle conseguenze in negativo. Vediamo l'allargamento delle aree protette soltanto come un elemento di negatività e di blocco, non lo vediamo in termini di sviluppo.

Permettete, a livello personale, di associarmi in termini di solidarietà ai lavoratori che in questa zona e in questo momento stanno avendo una situazione di crisi e soprattutto permettetemi di sottolineare la dignità di questi lavoratori che si sono limitati a mettere una semplice indicazione per richiamare la nostra attenzione. Io credo che ciascuno di noi forse potrebbe dare solo risposte parziali, anche lavorando sulla questione dell'ambiente, sulla questione delle aree protette, su quello che possono portare e quello che possono offrire. E’ giusto chiudere tutti gli alberghi in questo periodo? Esistono delle possibilità di poter attivare una formula più ampia, è possibile creare delle formule di turismo legato all’educazione ambientale, per esempio, per le scuole, per gli anziani? Questo quanto potrebbe creare in termini di lavoro? Non lo so, non sono uno specialista; so soltanto che, per quello che abbiamo potuto considerare, gli investimenti fatti nel settore con i trasferimenti che sono stati effettuati nell’arco di 10 anni da parte del Ministero dell’Ambiente, dello Stato più genericamente, hanno attivato almeno 10.000 posti di lavoro sul territorio nazionale e rilasciato una serie di opportunità.

Mi domando quanto l’imprenditore privato possa interagire con le aree protette, quali opportunità possa utilizzare, quali possibilità possano essere – passatemi il termine – sfruttate da parte dell’imprenditore privato. Io non penso a un parco naturale che debba dare senza con questo non potersi garantire un autofinanziamento. Certamente la produzione dell’ambiente costa e non possiamo addebitarla ai singoli, ma quando noi forniamo un servizio non vedo perché il fatto che sia un’area protetta automaticamente debba significare tutto a tutti gratis: questi sono principi abbondantemente superati; occorrerà verificare, nessuno vuole mercificare la natura e l’ambiente però nello stesso tempo non possiamo certamente pensare che tutto, assolutamente tutto, venga posto a carico della collettività.
Ci sono delle situazioni in cui dovremo essere attenti, che non dovremo certamente sfruttare ma perlomeno i cosiddetti equilibri di costo dovrebbero poter tornare; e non è che se allarghiamo il Parco della Val Grande in qualche maniera veniamo a sminuire quelle che sono le caratteristiche del Parco attuale, io direi che forse se lo allargassimo ancora un pochino di più, potremmo semplicemente costituire degli elementi maggiori.

In termini di turismo vorrei rammentare a me stesso che noi e il nostro Paese oggi siamo in condizioni di poter offrire al turista l’ingresso in qualunque punto della nostra frontiera su un’area protetta e attraverso un sistema di aree protette farlo scendere fino al punto estremo della penisola seguendo soltanto quello che è il sistema più semplice di macro aree protette nazionali e regionali ma a tutt’oggi non c’è soluzione di continuità. E’ ben strano: noi siamo un Paese, uno Stato nel quale non esiste la più piccola comunità dove non ci sia una chiesa del ‘200, del ‘300, del ‘500 ma poi, e parlo per esperienza personale, girando nei parchi ho trovato turisti inglesi, australiani più o meno abbandonati a se stessi che girano soltanto con l’aiuto di carte alla ricerca di siti di particolare interesse archeologico che molte volte non conosciamo nemmeno noi italiani. Abbiamo talmente l’abitudine di parlare di cose che risalgono a secoli e secoli addietro a cui non diamo più nessun valore mentre invece potremmo e dovremmo conoscere prima e meglio di tutti gli altri il nostro territorio, le sue bellezze naturali e artistiche per poi farle conoscere a tutto il mondo.

Quindi il discorso, e chiudo, è quello di avere, di richiedere alle regioni alle quali riconosciamo l’autonomia nella pianificazione, l’individuazione delle zone del territorio sulle quali vorremmo utilizzare le risorse, per esempio, nel quadro comunitario di sostegno – obiettivo 2,3 2000/2006 – e concentrare queste risorse in un sistema di sinergie ideale non soltanto dal punto di vista di conservazione della natura in quanto tale ma di recupero di beni archeologici ambientali, di agricoltura di tipo biologico e quant’altro. Si deve costituire un meccanismo che dovrebbe consentire in proiezione non soltanto la possibilità di salvaguardia e di sviluppo, ma di sviluppo finalizzato all’occupazione, all’utilizzazione occupazionale come alternativa a quelle che erano i lavori tradizionali: abbiamo tutti imparato che ormai non sono più un punto di riferimento ma vivono un momento di crisi perché il metalmeccanico e il chimico, oggi, non sono più quell’elemento di servizio, non sono più quell’elemento cuscinetto su cui l’uomo poteva trovare occupazione.

Aldo Cosentino - Direttore Generale Ministero Ambiente – Servizio Conservazione Natura