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Parco Naturale Paneveggio - Pale di San Martino

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L'Area Protetta

Carta d'identità

  • Superficie a terra (ha): 19.100,00
  • Regioni: Trentino Alto Adige - prov. TN
  • Province: Trento
  • Comuni: Canal San Bovo, Imer, Mezzano, Moena, Predazzo, Primiero San Martino di Castrozza, Sagron Mis
  • Provv.ti istitutivi: LP 18 6/05/1988
  • Elenco Ufficiale AP: EUAP0232

L'Ente
- Organi istituzionali
- Struttura
- Certificazione
- Normativa

 

 

Il Parco naturale di Paneveggio e delle Pale di San Martino

Si trova nella parte orientale del Trentino tra le valli di Fiemme e Fassa a nord, del Primiero con il torrente Cismon a sud e del Vanoi ad ovest. I suoi 197 Km quadrati comprendono sostanzialmente tre unita geografico-paesaggistiche: la grande foresta di abete rosso, il complesso dolomitico delle Pale di San Martino che, ad est, sconfina nel Veneto e la parte orientale dell'ampia catena di porfidi del Lagorai. Il territorio, al fine di una migliore gestione, è diviso in aree a differente grado di tutela, le cosiddette RISERVE per le quali differente è la vocazione e lo sviluppo sociale ed economico. Così il Piano di Parco, strumento fondamentale di pianificazione e gestione approvato in via definitiva nel 1996, ne ha definito estensione e confini.
Esse si distinguono in:

  1. R. INTEGRALI dove massima è la tutela
  2. R. GUIDATE dove sono consentite alcune attività compatibili con la tutela dell'ambiente naturale
  3. R. CONTROLLATE ove più elevato è il grado di urbanizzazione e si svolgono varie attività
  4. R. SPECIALI comprendenti zone con particolari ed importanti caratteri ambientali da proteggere in modo specifico.

La zonizzazione del Parco

Foresta di Paneveggio

La Foresta demaniale di Paneveggio

Si tratta di una grande estensione di boschi di abete rosso - 2700 ha dislocati tra i 1500 e i 2000 m s.l.m. nel settore settentrionale del Parco - da secoli amministrati con una saggia politica di produzione e conservazione al tempo stesso. Raramente in Europa si possono ammirare foreste di conifere con piante di tali dimensioni - oltre 40 m di altezza - e così estese, ben strutturate ed ecologicamente complesse come questa. Ma anche per un altro fatto essa è nota in tutta Europa tanto da essere stata visitata da famosi liutai e definita come La Foresta dei violini: la fibra e le caratteristiche del legno di questi abeti - detti abeti di risonanza - è particolarmente adatta alla costruzione di strumenti musicali che assumono una risonanza particolare. La Foresta del Parco è oggetto da più anni di alcune ricerche scientifiche quali il danneggiamento da parte degli ungulati sulla rinnovazione forestale e sull'ecologia ed accrescimento della pecceta. Da quest'anno sarà avviato uno studio specifico sul legno di risonanza dell'abete rosso di Paneveggio.

Cimon della Pala in inverno

Cime, guglie, strapiombi: le Pale di San Martino ed il Complesso del Lagorai

Più di un quarto dell'intero territorio è rappresentato da quella che forse è la parte più spettacolare del Parco: l'imponente complesso Dolomitico delle Pale di San Martino, un grande altopiano sedimentario sui 2600 m di quota, testimonianza di mari tropicali e scogliere coralline vissute 250 milioni di anni fa. Esso rappresenta per tutto il Primiero per San Martino di Castrozza e su fino ai Passi Rolle e Valles un'indimenticabile scenografia che a seconda della luce passa dal grigio chiarissimo tipico della dolomia al rosa dell'alba, all'arancio del tramonto. Le cime più alte sono la Vezzana (3192 m) e il Cimon de la Pala (3194). Giusto "di fronte" verso ovest, quasi a metterne in risalto il candore, le propaggini orientali della catena del Lagorai sfoderano le loro pareti perfettamente lisce e verticali, nere, rossastre o verdastre: quello che ora resta di antiche e dirompenti eruzioni vulcaniche di quasi 300 milioni di anni fa. E la splendida ed ancora poco frequentata Valle del Vanoi si insinua nelle zone ancora selvagge di questa catena.

Campo di lino ai Pradi de Tognola

Gli altri ambienti del Parco

Ma il parco è anche molto altro. A contribuire alla gradevolezza ed alla suggestione del paesaggio, ma anche alla sua diversificazione, 1500 ettari di prati ancora pascolati dalle mandrie di bovini o dalle greggi interrompono la superficie boscata giungendo fino ai piedi delle pareti rocciose e dei ghiaioni. Una abbondante "manciata" di azzurri specchi d'acqua, testimoni di antichi ghiacciai e sparsi in tutto il Parco, colora gli ambienti rocciosi e le praterie d'alta quota. Torrenti impetuosi continuano la loro azione modellatrice scavando forre sottili profonde o depositando in ampi alvei enormi quantitativi di materiale. Boschi di latifoglie o misti a conifere, alle quote inferiori arricchiscono la monotonia della pecceta di Paneveggio mentre verso il limite della vegetazione arborea, là dove le condizioni ecologiche sono estreme, formazioni rade a larice e pino cembro con sottobosco assai sviluppato rappresentano forse l'ambiente vegetazionale più ricco e affascinante. Di estremo interesse anche alcune piccole zone umide, prati umidi e torbiere che ospitano specie floristiche anche molto rare.

Altre informazioni

La vegetazione

La varietà di ambienti e di unità geografiche, di substrati geologici e pedologici ha tra le prime conseguenze quelle di aver dato origine a ecosistemi alquanto differenti costituiti da associazioni animali e vegetali del tutto specifiche. Se nel bosco monospecifico di abete rosso il sottobosco è relativamente poco sviluppato e rare sono le specie arboree che si associano, nei boschi della Val Canali, a quote inferiori, diviene predominante il faggio cui si associano l'abete rosso, l'abete bianco e l'acero di monte mentre più sporadici sono il tasso, la rovere, il frassino il pioppo tremulo il pino silvestre, l'ontano bianco, il sorbo degli uccellatori. Moltissimi arbusti contribuiscono ad arricchire il sottobosco e le zone di margine quali il sorbo montano, il nocciolo, le lonicere, il sambuco nero e rosso, il corniolo, la sanguinella, il biancospino, il crespino, il salicone. Alle quote più elevate, dove predominano il larice e il pino cembro, compaiono alcuni salici, il mirtillo, il rododendro, l'ontano verde, il pino mugo, il ginepro, l'erica. Inutile tentare di citare la ricchezza floristica che annovera tra l'altro moltissime orchidee tra le quali alcune anche molto rare, tipiche di zone umide altrove scomparse.

Marmotta

La fauna

Nonostante la bandita di caccia nella Foresta di Paneveggio sia una realtà già dal 1930, qui come nel resto dell'arco alpino alcune specie di grandi mammiferi erano scomparse già verso la fine del secolo scorso. Si tratta di predatori come il lupo, l'orso bruno, la lince, l'avvoltoio, l'aquila reale ma anche di erbivori come lo stambecco, il cervo, il capriolo o roditori come la marmotta. Grazie ai nuovi regimi di tutela e pianificazione e a progetti di reintroduzione - marmotta e cervo - oggi nel parco si sentono di nuovo i fischi d'allarme della marmotta sui prati d'alta quota, consistenti sono le popolazioni di cervo, di capriolo e di camoscio, frequenti i voli dell'aquila reale. Inoltre sono stabili le presenze dei tetraonidi come il fagiano di monte, il gallo cedrone, la pernice bianca e il francolino di monte. Moltissimi gli uccelli della foresta tra cui spiccano il raro picchio tridattilo, il picchio nero, la civetta nana e la civetta capogrosso, l'astore, il gufo reale. Tra rupi, macereti e praterie in quota vivono il picchio muraiolo, il corvo imperiale, il fringuello alpino, il culbianco, il gracchio alpino. Mammiferi quali la lepre variabile, la volpe, l'ermellino, la donnola, il tasso, la martora, il ghiro, lo scoiattolo e micromammiferi come il moscardino, toporagni ed arvicole fanno parte del gioco di equilibri evolutosi nei diversi ambienti ed anche là dove sembrava compromesso va ricostituendosi. A questo proposito va segnalata la lince che da alcuni anni è tornata a popolare i territori del Parco e quelli limitrofi.

Siega Valzanca

L'uomo e il Parco

Le prime testimonianze della presenza umana nel territorio del Parco risalgono a tempi remoti. Grazie agli studi condotti dal Museo Tridentino di Scienze Naturali, tracce di gruppi umani, riferibili al settimo ed alla prima metà del sesto millennio a.C., sono state rinvenute nei dintorni dei laghetti del Colbricon, di Malga Rolle e nella zona compresa tra il Piano dei Tiri e la Buca Ferrari. Sono segni lasciati da arditi cacciatori del mesolitico che provenendo dalle grandi vallate alpine si spingevano fino a queste altitudini per cacciare.
La diffusione, in epoche successive, della pastorizia e dell'allevamento ha determinato notevoli trasformazioni dell'ambiente montano. I pascoli ricavati con il disboscamento e le numerose malghe costruite in tempi relativamente recenti rappresentano i segni più evidenti di questa attività.
Nel corso della Prima Guerra Mondiale queste montagne sono stato teatro di drammatici avvenimenti. Per quattro lunghi anni reparti militari austroungarici ed italiani si sono fronteggiati in un susseguirsi di sanguinosi scontri. Ancor'oggi rimangono numerose tracce di quei tragici giorni: una sottile linea formata da resti di trincee, reticolati, appostamenti che unisce le Pale di San Martino alle creste del Lagorai passando per il Passo Rolle.

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