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Tutti per uno ed uno per tutti

Beni collettivi: una soluzione dal passato per le sfide del presente

(Tione di Trento, 22 Nov 19) È sufficiente guardarsi attorno per comprendere sempre di più, purtroppo che questo nostro pianeta ha alcuni importanti problemi.

Da una parte affrontiamo i cambiamenti climatici e gli eventi estremi il cui effetto e riccorrenze vengono intensificati dal clima che cambia, infatti difficilmente si possono  negare gli effetti: foreste distrutte dalla violenza del vento, mare che si alza e allaga città, bombe di acqua che fanno scivolare a valle intere montagne, accumuli di neve straordinari per la stagione. È sempre più innegabile che la causa di tutto questo sia l'Uomo, che con il suo stile di vita e il suo modello economico, non riconosce più un limite allo sfruttamento della Terra.

Per spiegare l'altro problema usiamo l'ironia del poeta Trilussa che dice "da li conti che se fanno seconno le statistiche d'adesso risurta che te tocca un pollo all'anno: e, se nun entra nelle spese tue, t'entra ne la statistica lo stesso perch'è c'è un antro che ne magna due". Tu mangi due polli, io non ne mangio, in media ne abbiamo mangiato uno a testa. Infatti questa si definisce diseguaglianza economica e sociale, ovvero il fatto che le risorse economiche e vitali, nonostante una crescita complessiva dell'economia globale, continuano ad essere sempre meno egualmente distribuite. Ecco alcuni dati per comprendere il problema: in Italia 1 persona su 4 è a rischio povertà e oltre 5 milioni di persone vivono in uno stato di povertà assoluta. Sempre nel nostro paese il 5% più ricco della popolazione possiede quanto il 90% più povero (dati Oxfam Italia)

Come possiamo affrontare un mondo dove le risorse sono sempre più scarse e degradate e dove l'equità sociale ed economica non è più garantita? Esiste una via alternativa per affrontare queste complessità e dinamiche globali. Una vivibilità dove ognuno ha responsabilità del territorio in cui vive e ritiene importante curarsi delle persone che vivono intorno a lui?

È facile immaginare che nelle Alpi il problema di vivere equamente e dignitosamente in un contesto difficile e di risorse scarse sia un quesito che non ci si è iniziato a porre oggi, ma che ci si pone da quando i primi contadini di montagna, "gli uomini liberi", come li chiama l'antropologo alpino Annibale Salsa, hanno iniziato ad abitare questi territori. Pensate ai piccoli paesi che costellano la Riserva di Biosfera delle Alpi Ledrensi e Judicaria da nord a sud: come potevano sopravvivere intere comunità su territori così difficili ed aspri avendo a disposizione solo pochi ettari di bosco e pascolo e qualche campo di "pianura"?

L'intelligenza istituzionale di queste comunità di montagna fu la nascita dei domini collettivi intesi "come ordinamento giuridico primario" ovvero non come beni materiali in sé, ma come struttura organizzativa portante della comunità. L'organizzazione collettiva del territorio e delle risorse dello stesso permettevano perciò a queste comunità di montagna di sopravvivere in territorio con risorse così scarse. Quali erano i principi fondanti di queste organizzazioni?

Innanzitutto, confini ben precisi e delimitazioni della comunità di riferimento che poteva fruire delle risorse. La comunità doveva avere un limite e la sua dimensione andava continuamente limitata e controllata: caso particolare scritto negli statuti civici di Darzo del 1400 è quello per cui un forestiero che veniva ad abitare nella comunità poteva essere multato e addirittura cacciato con la forza se non si dichiarava alla collettività e contribuiva alle spese e ai lavori comunitari.

Queste forme di organizzazione collettiva erano prevalentemente democratiche, in quanto nella governance dell'istituzione facevano parte tutti i capi fuoco. L'assemblea dei capi fuoco deliberava in merito alle regole di appropriazione delle risorse collettive del territorio (per i territori di montagna generalmente le risorse principali erano pascoli, bosco, foglia, campi coltivabili) e deliberava in merito alle sanzioni da comminare ad eventuali trasgressori delle regole. Ad ogni "fuoco" della comunità andava garantito un equo sfruttamento delle risorse in base alle sue necessità, con l'unica regola di mantenere il patrimonio collettivo immutato nella quantità e qualità nel tempo, ma anzi con l'impegno a migliorarlo sempre per le generazioni future.

Altro ruolo importante era quello di arbitro nelle controversie fra appartenenti al bene collettivo; questo ruolo era demandato alle figure apicali della comunità (consoli o capi comune) che decidevano velocemente rispetto a eventuali problemi legati all'uso delle risorse. Queste organizzazioni autonome basate su una comunità e su un territorio delimitato erano estremamente riconosciute e rispettate anche da tutte le altre forme di governo locale (es. Lodron per la Valle del Chiese). Queste organizzazioni collettive del territorio e delle comunità sono sopravvissute nel tempo nonostante i tentativi di "liquidazione" avvenuti nei primi del 1800, durante la Restaurazione, e durante il periodo fascista, che non vedeva di buon occhio organizzazioni autonome del territorio e delle comunità.

 A noi sono arrivati con il nome di ASUC (Associazioni Separate Usi Civici), di Regole (es. Spinale-Manez) oppure di Magnifiche Comunità (es. quella della Val di Fiemme) attualmente ancora molto attive sul territorio. Più di 110 realtà che portano avanti un modello di gestione del territorio e delle comunità che ha le sue radici circa 1000 anni fa e che finalmente sono state pienamente riconosciute dallo Stato italiano con la legge 168/2017.

 E allora la riflessione sorge spontanea: non è che sono proprio questi i modelli che ci permetteranno di sopravvivere in futuro? Chissà che un giorno il sindaco di qualche metropoli non venga nella Riserva di Biosfera Alpi Ledrensi e Judicaria a chiederci "e voi come facevate a sopravvivere qui?".

Centro storico Storo
Mappa delle ASUC Trentine
Malga Vacil di Storo
 
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