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Riserva Naturale delle Grotte del Bandito

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L'Area Protetta

Carta d'identità

  • Superficie a terra (ha): 9,53
  • Regioni: Piemonte
  • Province: Cuneo
  • Comuni: Roaschia
  • Provv.ti istitutivi: LR 19 2009 - e succ. mod. e int.

 

 
Riserva Naturale delle Grotte del Bandito
Grotte del Bandito
Grotte del Bandito

La Riserva Naturale delle Grotte del bandito

Il Massiccio cristallino dell'Argentera è stretto da un abbraccio di rocce sedimentarie che coprono la bassa Valle Gesso: si tratta di antichi fondali marini divenuti calcari e dolomie. In queste rocce assai più "morbide" e permeabili rispetto a quelle delle cime dell'alta valle, l'acqua, infiltrandosi attraverso crepe e fenditure, ha scavato nel corso dei millenni gallerie e cunicoli. Il più importante sistema sotterraneo della valle è rappresentato dalle grotte del Bandito, che si aprono in prossimità del torrente Gesso, nel Comune di Roaschia. Le grotte e l'area circostante (9,5 ha), per l'interesse rispettivamente biospeologico e naturalistico, sono stati integrati nel Sito d'importanza comunitaria del Parco delle Alpi Marittime e istituiti quale Riserva naturale a partire dal 1° gennaio 2012.

Ma è l'aspetto paleontologico a dar notorietà, già nell'Ottocento, a queste grotte. Nel Quaternario (fra i 66.000 e i 30.000 anni fa) erano abitate da orsi oggi estinti, conosciuti con il nome di orsi speleo o orsi delle caverne. Si trattava di animali di notevoli dimensioni: gli esemplari più grandi, ritti sulle zampe posteriori, potevano raggiungere i tre metri e mezzo di altezza. Poggiati sulle quattro zampe sarebbero comunque riusciti a fissare dritto negli occhi una persona alta un metro e mezzo e si stima che il loro peso potesse raggiungere la tonnellata!

Le ossa degli orsi si sono depositate in gran numero sul fondo delle grotte del Bandito. Durante le piene del Gesso, l'acqua del fiume, dopo aver rotto gli argini, allagava i cunicoli e le sale sotterranee della cavità. Sono proprio i detriti depositati sulle ossa durante le alluvioni a averne permesso la lenta trasformazione in fossili.

Alla fine dell'Ottocento, alcuni rami della grotta sono stati sfruttati per la ricerca dell'oro, che non ha fatto arricchire nessuno: in compenso nella frenesia degli scavi molti fossili sono andati distrutti. Nonostante tutto, con i reperti ritrovati è stato possibile ricostruire lo scheletro intero di un esemplare di orso oggi custodito presso il Museo di Scienze Naturali di Milano.

Durante il Novecento, gli scavi hanno portato alla luce, oltre a resti di orso, anche ossa di vari altri animali, alcuni dei quali riconducibili a frequentazioni della grotta da parte di uomini preistorici. Nel 1967 è stato trovato un coltello in bronzo attribuito alla prima età del ferro.

Dal punto di vista naturalistico le grotte sono importanti per la presenza di anfibi endemici e vari artropodi rari dai nomi difficili e significativi solo per gli specialisti: Diplopode Plectogona vignai, Chilopode Lithobius scotophilus, Duvalius carantii, Sphodropsis ghilianii… Particolarmente importante è la presenza di pipistrelli che frequentano le grotte sia per la fase di letargo invernale, sia come rifugio estivo temporaneo. In tali periodi è sconsigliata la visita delle cavità per non disturbare gli animali. Il censimento dei chirotteri all'interno delle grotte e negli immediati dintorni ha rivelato la presenza di ben tredici specie, alcune di queste rare.

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