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L'Area Protetta

Carta d'identità

  • Superficie a terra (ha): 327,60
  • Regioni: Lombardia
  • Province: Pavia
  • Comuni: Menconico
  • Provv.ti istitutivi: DCR 1968 6/03/1985
  • Elenco Ufficiale AP: EUAP0318

 

 
Foto di Paolo Ballardini
Punto informazioni
Foto di Paolo Ballardini
Panoramica
Foto di Paolo Ballardini
Castagneto

La Vegetazione


I Boschi

La superficie complessiva della Riserva è di 328 ettari, di cui circa 300 boscati ed i rimanenti a prato pascolo. Le aree boscate comprendono circa 186 ettari di pineta artificiale a prevalenza di Pino nero e 114 ettari di bosco ceduo.
Gli impianti di conifere occupano aree potenzialmente destinate al bosco misto di Faggio e Abete bianco alle quote alte e nelle esposizioni settentrionali, mentre alle quote più basse occupano aree potenzialmente destinate a boschi di Roverella, Carpino nero e Orniello.
La parte occidentale della Riserva è invece coperta da boschi cedui costituiti prevalentemente da Carpino nero, Roverella e Orniello con una sporadica presenza del Faggio, Acero opalifolio e campestre, Rovere, e da arbusti quali Nocciolo, Maggiociondolo, Ginepro e Biancospino...
Nella parte Sud-Ovest della riserva si trova un castagneto da frutto in condizioni di semiabbandono.
Le pinete di "Monte Alpe" hanno costituito il primo nucleo di un vasto programma di riforestazione realizzato dal Corpo Forestale dello Stato nell'Oltrepò Pavese a partire dagli anni '30.
Le ragioni che hanno portato alla realizzazione di questa estesa opera di rimboschimento sono da ricercarsi nella grave situazione di dissesto idrogeologico in cui all'inizio del secolo versava tutto il territorio appenninico.
Interi versanti, come quelli di Costa d'Alpe risultavano completamente privi di vegetazione forestale. L'obiettivo principale dell'opera di rimboschimento era quello di assicurare nel più breve tempo possibile il ripristino della copertura forestale e quindi prevenire i fenomeni di dissesto idrogeologico.
La specie più utilizzata in virtù delle sue scarse esigenze ecologiche è stata il Pino nero, insieme al Pino silvestre, Larice e Abete rosso.
Le pinete evidenziano attualmente densità eccessive, in alcuni casi prossime a quelle di impianto, a sottolineare come tutta l'attenzione del selvicoltore fosse concentrata nell'ottenere una rapida copertura del suolo.
La densità eccessiva dei popolamenti e conseguentemente la scarsa quantità di luce che riesce a raggiungere il suolo rallenta i già difficili processi di degradazione della lettiera.
I popolamenti di Pino nero sono di per sé ecosistemi poveri, caratterizzati da una scarsa presenza di sottobosco e conseguentemente frequentate da uno scarso contingente faunistico.
Queste caratteristiche vengono ad accentuarsi nei popolamenti di origine artificiale.
Il risultato è la formazione di ecosistemi poveri, estremamente semplici e conseguentemente instabili.
Il principale segnale di una generalizzata situazione di instabilità ecologica sono le periodiche esplosioni demografiche di insetti che normalmente accompagnano il Pino nero senza però superare la capacità portante dell'ecosistema (Processionaria del pino, Ips sexdentatus, Tomicus minor).

Foto di Paolo Ballardini
Acervo
Foto di Paolo Ballardini
Fustaia
Foto di Paolo Ballardini
Panchina

La Fauna

La Processionaria
Si tratta di un lepidottero che popola normalmente le pinete senza arrecare particolari danni al bosco, a meno che le piante stesse non vengano a trovarsi in condizioni di sofferenza.
L'impiego del Pino nero per la realizzazione di impianti artificiali, anche al di fuori di quello che è il suo areale, ha comportato un parallelo espandersi dell'areale della Processionaria del pino che ha sempre seguito il suo ospite.
La schiusa delle uova avviene generalmente alla fine di agosto, le larve cominciano a nutrirsi degli aghi di pino e tessono una sottile ragnatela nella quale restano impigliati gli aghi. Le larve si alimentano per tutto il periodo autunnale e parte dell'inverno. Poco prima del sopraggiungere dell'inverno le larve tessono una ragnatela più consistente formando il caratteristico nido invernale. In primavera le larve riprendono la loro normale attività e quando escono dal nido si dispongono in fila indiana, formando delle "processioni" talvolta anche molto lunghe. Giunte sui rami provvisti di foglie si sparpagliano e divorano una grande quantità di aghi; è in questa fase che si verificano i danni maggiori. Ad un certo momento del loro sviluppo i peli che ricoprono le larve divengono urticanti e possono rappresentare un pericolo anche per l'uomo. Le larve raggiungono la maturità alla fine di aprile primi di maggio ed a questo punto abbandonano il nido per scendere a terra, sempre in lunghe processioni, e per andare ad interrarsi a 10-15 m. di profondità dove si incrisalidano.
Gli adulti, ovvero le farfalle, fuoriescono dal terreno fra la seconda metà di giugno e i primi di agosto. Subito dopo l'uscita dal terreno, le farfalle, di abitudini crepuscolari, volano anche a notevole distanza dal luogo di origine, quindi si accoppiano e depongono le uova formando dei manicotti attorno a due aghi di pino nelle parti della chioma più soleggiate, scegliendo di preferenza le piante isolate o poste ai margini delle radure. In genere la femmina depone da 100 a 300 uova. La schiusa avviene dopo circa 30 gg. Ad ogni ciclo, un certo numero di larve rimane nel terreno per sfarfallare dopo due o tre o eccezionalmente quattro anni.
Le defogliazioni causate dalla processionaria determinano una riduzione degli incrementi legnosi e più defogliazioni successive possono portare alla morte interi rimboschimenti. Le piante infestate risultano indebolite e facilmente soggette ad attacchi di altri parassiti. Per la difesa dei boschi dall'attacco di questo insetto sarebbe auspicabile passare dai popolamenti puri di pino a formazioni miste con latifoglie, cioè verso formazioni più naturali e quindi di per se stesse più resistenti.

La Formica rufa
Negli anni cinquanta furono iniziate delle sperimentazioni, condotte dall'Università di Pavia (Prof. Pavan), miranti al contenimento delle infestazioni dei fitofagi delle pinete, in particolare della Processionaria del Pino, tramite l'impiego di metodologie di lotta biologica. Il problema della Processionaria è stato affrontato trapiantando nell'area di Monte Alpe la Formica lugubris. Furono trasportati interi nidi di formiche prelevandoli nelle Prealpi lombarde (Province di Bergamo e Brescia).
Questa sperimentazione, iniziata negli anni cinquanta, è continuata con gli ultimi trapianti sino ai primi anni '80. La maggior parte della popolazione di un formicaio è costituita da femmine, le operaie, cui spettano i compiti di difesa del nido, raccolta del cibo e allevamento della prole. Nei formicai maturi sono presenti numerose regine che depongono le uova necessarie alla sopravvivenza della colonia.
La Formica lugubris vive nelle foreste dove costruisce nidi (chiamati acervi), accumulando grandi ammassi di aghi di conifere e scavando nel terreno sottostante. Trapiantata nei boschi di pino, la Formica lugubris ha imparato rapidamente ad utilizzare in sostituzione degli aghi di Abete o di Larice (molto più leggeri) gli Aghi di Pino (più grandi e più pesanti).
La parte del nido posta fuori terra sembra avere come scopo principale quello di accumulare calore per il rapido sviluppo delle larve. Nella parte sotterranea del nido si trovano per quasi tutto il periodo dell'anno le regine e vi trovano rifugio le operaie durante la brutta stagione.
La presenza della parte sotterranea del nido consente la sopravvivenza di buona parte della popolazione anche in caso di danneggiamento della parte esterna ad opera di animali o anche di un incendio. L'alimentazione della Formica lugubris è composta per circa 1/3 da numerose specie di insetti, in particolare imenotteri e lepidotteri defogliatori tra cui le larve di processionaria. L'attività predatoria operata dalla popolazione di Formica lugubris può contenere la proliferazione della Processionaria del Pino e quindi limitare i danni a carico del bosco.

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