I mammiferi
Oltre al capriolo, senza dubbio l'animale piú rappresentativo dei Boschi di Carrega, tra gli ungulati é da segnalare il cinghiale, stabilmente presente nel parco ormai da una decina di anni. Nel suo insieme la teriofauna del parco si presenta ben diversificata, grazie all'elevato grado di maturitá e complessitá dell'ambiente forestale. Numerose sono le specie di micromammiferi, tra cui toporagni, arvicole, topo selvatico e moscardino; piuttosto diffusi anche scoiattolo e lepre. I carnivori, rilevabili soprattutto dall'esame di tracce e di escrementi, sono in prevalenza volpi, tassi, faine e donnole.
Gli uccelli
La composizione dell'ornitofauna é abbastanza complessa (circa 70 specie regolarmente presenti nel corso dell'anno) e fornisce una rassegna pressoché completa delle specie tipiche degli ambienti che si estendono dalla pianura alla media montagna appenninica.
E' possibile osservare picchio verde e picchio rosso maggiore, numerose cince (cinciallegra, cinciarella, cincia bigia) e altre specie, come allocco, picchio muratore, rampichino, codirosso, ghiandaia, tortora, capinera, pettirosso,canapino, usignolo e sterpazzola. Nelle zone di transizione tra bosco e coltivi e nelle radure, con un po' di fortuna, puó capitare di scorgere due predatori, lo sparviere e il lodolaio, che cacciano prevalentemente piccoli uccelli. Inoltre, sono facilmente osservabili verzellino, merlo, fringuello e verdone. Numerosi sono anche gli uccelli acquatici come nitticora, garzetta, airone cenerino e varie specie di anatre provenienti dal vicino Parco Regionale del Taro o in transito durante i periodi di migrazione.
Gli anfibi e i rettili
Nel parco l'erpetofauna é piuttosto consistente: tra gli anfibi le specie piú diffuse sono rospo comune, rana verde, rana agile e raganella; in laghetti e pozze sono abbondanti anche i tritone crestato e punteggiato. Meno frequenti il rospo smeraldino, specie tipicamente planiziale, e l'ululone dal ventre giallo, che abita di preferenza pozze e rii in terreni argillosi. E' segnalata anche la salamandra pezzata. Tra i rettili, riveste un certo interesse la presenza autoctona della testuggine palustre, che abita i laghi e le pozze, mentre la testuggine di Hermann deve la sua presenza alle ripetute introduzioni di esemplari. La lucertola muraiola é comune nelle aree boscate, mentre la lucertola campestre e il piú vistoso ramarro frequentano di regola habitat aperti e assolati. Nelle radure e ai margini dei boschi puó a volte essere osservato l'orbettino, un sauro dall'aspetto serpentiforme. Tra gli ofidi, i piú frequenti sono il biacco, il saettone e la biscia dal collare; meno frequenti la biscia tassellata, la vipera comune e due specie di modeste dimensioni appartenenti al genere Coronella: il colubro liscio e il colubro di Riccioli.
I castagneti
Gli oltre mille ettari del parco sono per circa
la metá rivestiti da boschi che, soprattutto nelle zone periferiche, si
alternano a seminativi e prati stabili, spesso fiancheggiati da
splendide siepi. Buona parte della copertura vegetale é costituita da
castagneti impiantati nei primi decenni del secolo scorso, quando la
farina di castagne era ancora un elemento importante dell'alimentazione
umana. Tra gli alberi che piú frequentemente accompagnano questi
castagni, spicca l'orniello, al quale spesso si aggiunge l'invadente
robinia. Nello strato arbustivo sono preponderanti gli aceri campestri,
e in quello erbaceo i cespi della felce aquilina.
Faggi e specie effimere
Sui rilievi collinari ai
castagneti si alternano altre formazioni forestali, in parte autoctone,
in parte di chiara origine antropica, come il bosco di pini di Monte
Tinto. Dal punto di vista botanico la zona si trova tra la fascia
planiziale e quella dei querceti collinari, ma i numerosi corsi d'acqua
che incidono piú o meno profondamente i terrazzi su cui si estende il
parco, hanno localmente favorito l'instaurarsi di particolari
condizioni climatiche che influenzano la vegetazione. Nelle umide
vallecole si sono, infatti, create condizioni ottimali anche per specie
tipiche di quote ben piú elevate rispetto alla zona, che oscilla fra
120 e 320 m di altitudine. Un bell'esempio é la Faggeta di Maria
Amalia, un bosco davvero singolare a quote cosí basse: il faggio,
infatti, é una specie caratteristica delle nostre montagne, dove
ammanta i rilievi fino al limite della vegetazione arborea.
I boschi di querce e di conifere
La restante copertura vegetale del parco é costituita soprattutto da
boschi, spesso impenetrabili, di querce e da formazioni in cui le
conifere si integrano con le latifoglie.
Nei querceti prevalgono il cerro e, in misura minore, la rovere; la
roverella, invece, predilige le stazioni piú soleggiate e si ritrova
solo in querceti misti, dove nessuna specie prende il sopravvento sulle
altre. Alle querce sporadicamente si aggiungono il pino silvestre, che
si puó considerare spontaneo, e gli esotici pino nero, abete rosso e
abete bianco, introdotti piú di un secolo fa.
I funghi
La micoflora del parco é particolarmente varia e abbondante; recenti
ricerche hanno individuato la presenza di circa 400 specie di funghi
(escludendo quelli microscopici). L'alternarsi di prati, coltivi,
boschetti misti di latifoglie e gruppi di conifere determina, infatti,
una notevole disponibilitá di habitat favorevoli allo sviluppo delle
diverse specie. La tarda estate e l'autunno sono i periodi piú adatti
per la crescita dei corpi fruttiferi, ma giá in primavera spuntano
spugnola grigia e vescia gemmata. Gruppi cespitosi di coprini e di
Hipholoma rivestono le ceppaie di quercia o di altre latifoglie, mentre
sui castagni é tipica la lingua di bue. Le zone erbose ospitano la ben
nota mazza di tamburo e altre specie dello stesso gruppo, insieme ai
comuni prataioli e a svariati igrofori.
La tenuta di caccia dei Farnese
Quando alla metá del '500 i
Farnese entrarono in possesso dei ducati di Parma e Piacenza, gran
parte dei boschi intorno a Sala e Collecchio appartenevano alla nobile
casata dei Sanvitale, feudatari del luogo da circa tre secoli. Le
cosiddette "terre di Sala", in particolare, racchiuse tra il torrente
Baganza e le vaste distese boscate circostanti, furono per decenni
oggetto delle mire dei Farnese, che giá esercitavano diritto di caccia
sui boschi vicini. Nel 1612, Ranuccio I Farnese, fece giustiziare, dopo
averli accusati di cospirazione ai suoi danni, Gianfrancesco e Girolamo
Sanvitale e Barbara Sanseverino, riuscendo ad annettere ai suoi
possedimenti le loro dimore di Sala e Colorno.
I Borbone di Parma
Nel 1731, dopo la morte di
Antonio Farnese, il ducato passó ai Borbone. Nella seconda metá del
XVIII secolo, Maria Amalia, figlia di Maria Teresa d'Austria e moglie
di Ferdinando di Borbone, incaricó l'architetto Petitot di costruire,
sulle colline prossime a Sala, il Casino dei Boschi. L'edificio,
pensato come luogo di villeggiatura estiva e casino di caccia, venne
portato a termine nel 1789.
L'epoca di Maria Luigia
L'occupazione napoleonica decretó la fine del governo dei Borbone e,
piú tardi, il congresso di Vienna assegnó il ducato di Parma a Maria
Luigia, moglie di Napoleone e figlia dell'imperatore Francesco I
d'Austria. Nel 1819 Maria Luigia acquistó dagli eredi di Maria Amalia
il Casino dei Boschi e l'annessa tenuta di una sessantina di ettari.
Tra il 1819 e il 1826, l'edificio venne ampliato e rinnovato sotto la
guida di Nicola Bettoli. Su incarico di Maria Luigia, Carlo Barvitius,
giardiniere formatosi alla corte degli Asburgo, avvió opere di
trasformazione della viabilitá interna, della regimazione delle acque e
della forestazione.
Dai Carrega al parco
Con la morte di Maria Luigia, nel 1847 il ducato passó a Carlo III dei
Borbone di Lucca e, con l'Unitá d'Italia, i Savoia entrarono in
possesso della tenuta dei boschi di Sala e Collecchio, estesa allora su
585 ha (dei quali 550 compresi entro gli attuali limiti del parco); nel
1865 i boschi vennero dichiarati "Riserva di caccia reale dell'ex
Ducato". Il principe Andrea Carrega, appassionato botanico e competente
selvicoltore, allestí una xiloteca di 555 esemplari legnosi,
corrispondenti alle specie arboree presenti nei boschi. Alla morte di
Andrea Carrega, i figli alienarono gran parte dei terreni, favorendo la
lottizzazione di alcune aree e alterando parzialmente la continuitá
paesaggistica dei boschi. All'inizio degli anni '70, fra i comuni della
zona, si costituí un consorzio per l'acquisizione e la destinazione a
parco pubblico delle aree boschive. L'intero complesso dei Boschi di
Carrega venne successivamente vincolato a "verde pubblico" dal comune
di Sala Baganza, creando le premesse della successiva istituzione del
parco regionale.
I terrazzi di Taro e Baganza
Le colline che, in una singolare successione di dorsali parallele, separano ancora il Taro dal Baganza in prossimitá della pianura, legate alla storia quaternaria dei due corsi d'acqua. I terreni che affiorano rappresentano, infatti, i sedimenti fluviali, organizzati in terrazzi, che si formarono nell'arco di tempo che abbraccia gli ultimi tre periodi glaciali (Mindel, Riss e Würm, tra 500.000 e 15.000 anni fa). Questi antichi depositi alluvionali, fra i quali si trovano anche limi eolici (i loess) tipici delle steppe che si estendevano nei periodi glaciali, sono una testimonianza degli effetti che le grandi variazioni climatiche quaternarie produssero nell'area pedemontana, portando all'alternarsi di situazioni ambientali molto diverse tra loro.
Le terre rosse
Durante le fasi calde, tra una glaciazione e l'altra, i depositi alluvionali si alterarono profondamente e furono soggetti a intensi fenomeni di pedogenesi, dando origine a terreni in prevalenza argillosi, di colore rosso-giallo per l'accumulo di ossidi e idrossidi di ferro.
I calanchi di Maiatico
I rilievi che si alzano ai margini meridionali del parco sono, invece, costituiti da sedimenti argillosi di origine marina, che si depositarono durante il Pliocene medio e superiore su fondali abbastanza profondi. I celebri calanchi della Costa presso Maiatico, mettono bene in evidenza la natura estremamente erodibile di queste rocce, che in molti tratti delle colline emiliane affiorano con queste tipiche morfologie.