Vai alla home di Parks.it
Banner Locale per la promozione del territorio

L'Area Protetta

Carta d'identità

  • Superficie a terra (ha): 1.270,00
  • Regioni: Emilia Romagna
  • Province: Parma
  • Comuni: Collecchio, Felino, Fornovo di Taro, Parma, Sala Baganza
  • Provv.ti istitutivi: DPGR 136 2/03/1982
  • Elenco Ufficiale AP: EUAP0177

 

 
Pica pica gazza
Natrix natrix

Fauna

I mammiferi
Oltre al capriolo, senza dubbio l'animale piú rappresentativo dei Boschi di Carrega, tra gli ungulati é da segnalare il cinghiale, stabilmente presente nel parco ormai da una decina di anni. Nel suo insieme la teriofauna del parco si presenta ben diversificata, grazie all'elevato grado di maturitá e complessitá dell'ambiente forestale. Numerose sono le specie di micromammiferi, tra cui toporagni, arvicole, topo selvatico e moscardino; piuttosto diffusi anche scoiattolo e lepre. I carnivori, rilevabili soprattutto dall'esame di tracce e di escrementi, sono in prevalenza volpi, tassi, faine e donnole.

Gli uccelli
La composizione dell'ornitofauna é abbastanza complessa (circa 70 specie regolarmente presenti nel corso dell'anno) e fornisce una rassegna pressoché completa delle specie tipiche degli ambienti che si estendono dalla pianura alla media montagna appenninica.
E' possibile osservare picchio verde e picchio rosso maggiore, numerose cince (cinciallegra, cinciarella, cincia bigia) e altre specie, come allocco, picchio muratore, rampichino, codirosso, ghiandaia, tortora, capinera, pettirosso,canapino, usignolo e sterpazzola. Nelle zone di transizione tra bosco e coltivi e nelle radure, con un po' di fortuna, puó capitare di scorgere due predatori, lo sparviere e il lodolaio, che cacciano prevalentemente piccoli uccelli. Inoltre, sono facilmente osservabili verzellino, merlo, fringuello e verdone. Numerosi sono anche gli uccelli acquatici come nitticora, garzetta, airone cenerino e varie specie di anatre provenienti dal vicino Parco Regionale del Taro o in transito durante i periodi di migrazione.

Gli anfibi e i rettili
Nel parco l'erpetofauna é piuttosto consistente: tra gli anfibi le specie piú diffuse sono rospo comune, rana verde, rana agile e raganella; in laghetti e pozze sono abbondanti anche i tritone crestato e punteggiato. Meno frequenti il rospo smeraldino, specie tipicamente planiziale, e l'ululone dal ventre giallo, che abita di preferenza pozze e rii in terreni argillosi. E' segnalata anche la salamandra pezzata. Tra i rettili, riveste un certo interesse la presenza autoctona della testuggine palustre, che abita i laghi e le pozze, mentre la testuggine di Hermann deve la sua presenza alle ripetute introduzioni di esemplari. La lucertola muraiola é comune nelle aree boscate, mentre la lucertola campestre e il piú vistoso ramarro frequentano di regola habitat aperti e assolati. Nelle radure e ai margini dei boschi puó a volte essere osservato l'orbettino, un sauro dall'aspetto serpentiforme. Tra gli ofidi, i piú frequenti sono il biacco, il saettone e la biscia dal collare; meno frequenti la biscia tassellata, la vipera comune e due specie di modeste dimensioni appartenenti al genere Coronella: il colubro liscio e il colubro di Riccioli.

Flora e vegetazione

I castagneti
Gli oltre mille ettari del parco sono per circa la metá rivestiti da boschi che, soprattutto nelle zone periferiche, si alternano a seminativi e prati stabili, spesso fiancheggiati da splendide siepi. Buona parte della copertura vegetale é costituita da castagneti impiantati nei primi decenni del secolo scorso, quando la farina di castagne era ancora un elemento importante dell'alimentazione umana. Tra gli alberi che piú frequentemente accompagnano questi castagni, spicca l'orniello, al quale spesso si aggiunge l'invadente robinia. Nello strato arbustivo sono preponderanti gli aceri campestri, e in quello erbaceo i cespi della felce aquilina.

Faggi e specie effimere
Sui rilievi collinari ai castagneti si alternano altre formazioni forestali, in parte autoctone, in parte di chiara origine antropica, come il bosco di pini di Monte Tinto. Dal punto di vista botanico la zona si trova tra la fascia planiziale e quella dei querceti collinari, ma i numerosi corsi d'acqua che incidono piú o meno profondamente i terrazzi su cui si estende il parco, hanno localmente favorito l'instaurarsi di particolari condizioni climatiche che influenzano la vegetazione. Nelle umide vallecole si sono, infatti, create condizioni ottimali anche per specie tipiche di quote ben piú elevate rispetto alla zona, che oscilla fra 120 e 320 m di altitudine. Un bell'esempio é la Faggeta di Maria Amalia, un bosco davvero singolare a quote cosí basse: il faggio, infatti, é una specie caratteristica delle nostre montagne, dove ammanta i rilievi fino al limite della vegetazione arborea.

I boschi di querce e di conifere
La restante copertura vegetale del parco é costituita soprattutto da boschi, spesso impenetrabili, di querce e da formazioni in cui le conifere si integrano con le latifoglie.
Nei querceti prevalgono il cerro e, in misura minore, la rovere; la roverella, invece, predilige le stazioni piú soleggiate e si ritrova solo in querceti misti, dove nessuna specie prende il sopravvento sulle altre. Alle querce sporadicamente si aggiungono il pino silvestre, che si puó considerare spontaneo, e gli esotici pino nero, abete rosso e abete bianco, introdotti piú di un secolo fa.

I funghi
La micoflora del parco é particolarmente varia e abbondante; recenti ricerche hanno individuato la presenza di circa 400 specie di funghi (escludendo quelli microscopici). L'alternarsi di prati, coltivi, boschetti misti di latifoglie e gruppi di conifere determina, infatti, una notevole disponibilitá di habitat favorevoli allo sviluppo delle diverse specie. La tarda estate e l'autunno sono i periodi piú adatti per la crescita dei corpi fruttiferi, ma giá in primavera spuntano spugnola grigia e vescia gemmata. Gruppi cespitosi di coprini e di Hipholoma rivestono le ceppaie di quercia o di altre latifoglie, mentre sui castagni é tipica la lingua di bue. Le zone erbose ospitano la ben nota mazza di tamburo e altre specie dello stesso gruppo, insieme ai comuni prataioli e a svariati igrofori.

Casinetto

Storia

La tenuta di caccia dei Farnese
Quando alla metá del '500 i Farnese entrarono in possesso dei ducati di Parma e Piacenza, gran parte dei boschi intorno a Sala e Collecchio appartenevano alla nobile casata dei Sanvitale, feudatari del luogo da circa tre secoli. Le cosiddette "terre di Sala", in particolare, racchiuse tra il torrente Baganza e le vaste distese boscate circostanti, furono per decenni oggetto delle mire dei Farnese, che giá esercitavano diritto di caccia sui boschi vicini. Nel 1612, Ranuccio I Farnese, fece giustiziare, dopo averli accusati di cospirazione ai suoi danni, Gianfrancesco e Girolamo Sanvitale e Barbara Sanseverino, riuscendo ad annettere ai suoi possedimenti le loro dimore di Sala e Colorno.

I Borbone di Parma
Nel 1731, dopo la morte di Antonio Farnese, il ducato passó ai Borbone. Nella seconda metá del XVIII secolo, Maria Amalia, figlia di Maria Teresa d'Austria e moglie di Ferdinando di Borbone, incaricó l'architetto Petitot di costruire, sulle colline prossime a Sala, il Casino dei Boschi. L'edificio, pensato come luogo di villeggiatura estiva e casino di caccia, venne portato a termine nel 1789.

L'epoca di Maria Luigia
L'occupazione napoleonica decretó la fine del governo dei Borbone e, piú tardi, il congresso di Vienna assegnó il ducato di Parma a Maria Luigia, moglie di Napoleone e figlia dell'imperatore Francesco I d'Austria. Nel 1819 Maria Luigia acquistó dagli eredi di Maria Amalia il Casino dei Boschi e l'annessa tenuta di una sessantina di ettari. Tra il 1819 e il 1826, l'edificio venne ampliato e rinnovato sotto la guida di Nicola Bettoli. Su incarico di Maria Luigia, Carlo Barvitius, giardiniere formatosi alla corte degli Asburgo, avvió opere di trasformazione della viabilitá interna, della regimazione delle acque e della forestazione.

Dai Carrega al parco
Con la morte di Maria Luigia, nel 1847 il ducato passó a Carlo III dei Borbone di Lucca e, con l'Unitá d'Italia, i Savoia entrarono in possesso della tenuta dei boschi di Sala e Collecchio, estesa allora su 585 ha (dei quali 550 compresi entro gli attuali limiti del parco); nel 1865 i boschi vennero dichiarati "Riserva di caccia reale dell'ex Ducato". Il principe Andrea Carrega, appassionato botanico e competente selvicoltore, allestí una xiloteca di 555 esemplari legnosi, corrispondenti alle specie arboree presenti nei boschi. Alla morte di Andrea Carrega, i figli alienarono gran parte dei terreni, favorendo la lottizzazione di alcune aree e alterando parzialmente la continuitá paesaggistica dei boschi. All'inizio degli anni '70, fra i comuni della zona, si costituí un consorzio per l'acquisizione e la destinazione a parco pubblico delle aree boschive. L'intero complesso dei Boschi di Carrega venne successivamente vincolato a "verde pubblico" dal comune di Sala Baganza, creando le premesse della successiva istituzione del parco regionale.

Geomorfologia

I terrazzi di Taro e Baganza
Le colline che, in una singolare successione di dorsali parallele, separano ancora il Taro dal Baganza in prossimitá della pianura, legate alla storia quaternaria dei due corsi d'acqua. I terreni che affiorano rappresentano, infatti, i sedimenti fluviali, organizzati in terrazzi, che si formarono nell'arco di tempo che abbraccia gli ultimi tre periodi glaciali (Mindel, Riss e Würm, tra 500.000 e 15.000 anni fa). Questi antichi depositi alluvionali, fra i quali si trovano anche limi eolici (i loess) tipici delle steppe che si estendevano nei periodi glaciali, sono una testimonianza degli effetti che le grandi variazioni climatiche quaternarie produssero nell'area pedemontana, portando all'alternarsi di situazioni ambientali molto diverse tra loro.

Le terre rosse
Durante le fasi calde, tra una glaciazione e l'altra, i depositi alluvionali si alterarono profondamente e furono soggetti a intensi fenomeni di pedogenesi, dando origine a terreni in prevalenza argillosi, di colore rosso-giallo per l'accumulo di ossidi e idrossidi di ferro.

I calanchi di Maiatico
I rilievi che si alzano ai margini meridionali del parco sono, invece, costituiti da sedimenti argillosi di origine marina, che si depositarono durante il Pliocene medio e superiore su fondali abbastanza profondi. I celebri calanchi della Costa presso Maiatico, mettono bene in evidenza la natura estremamente erodibile di queste rocce, che in molti tratti delle colline emiliane affiorano con queste tipiche morfologie.

share-stampashare-mailQR Codeshare-facebookshare-deliciousshare-twitter
© 2013 - Ente di gestione per i Parchi e la Biodiversità - Emilia Occidentale